Da settimane il linguaggio nucleare russo è tornato a essere più insistente
C’è una domanda che oggi vale più di mille dichiarazioni ufficiali: perché Donald Trump ha interrotto il soggiorno a Camp David ed è tornato alla Casa Bianca prima del previsto? Il fatto è certo. Trump è rientrato sabato sera, con un giorno di anticipo rispetto al
programma. La Casa Bianca non ha fornito una spiegazione pubblica dettagliata; il rientro è avvenuto mentre cresceva la tensione in Medio Oriente, dopo il lancio di un missile balistico verso Riyadh attribuito dagli Houthi sostenuti dall’Iran.
Il resto, invece, appartiene per ora al territorio delle domande. E una domanda, in queste ore, riguarda Mosca. Perché proprio oggi gli Stati Uniti e la NATO tornano a parlare apertamente del rischio che Vladimir Putin possa ricorrere a un’arma nucleare tattica nella guerra contro l’Ucraina. La diplomatica americana Wendy Sherman ha avvertito lunedì che Washington e gli alleati devono rimanere vigili davanti alla possibilità di un impiego nucleare russo come strumento di escalation “gestita”.
Non significa che Putin abbia ordinato il lancio di una bomba. Non significa che Kiev sia stata individuata come bersaglio di un attacco nucleare imminente. E soprattutto non abbiamo, allo stato delle informazioni pubbliche, la prova che Trump sia rientrato da Camp David per fermare un’operazione nucleare russa. Ma proprio qui comincia la storia interessante. Perché il problema non è soltanto ciò che Putin sta facendo. È ciò che il mondo deve impedire che Putin possa fare. Da settimane il linguaggio nucleare russo è tornato a essere più insistente.
A fine agosto sono emerse, attraverso resoconti citati dalla stampa internazionale, valutazioni secondo cui alcuni funzionari russi considererebbero persino l’arma tattica come una possibile extrema ratio nel conflitto ucraino. E allora immaginiamo, soltanto come scenario ipotetico, che a Washington arrivi un rapporto dell’intelligence: non una bomba già in volo, ma preparativi, segnali, movimenti, ordini che fanno pensare a un possibile salto di qualità. Trump interrompe la vacanza. Il presidente viene informato. I telefoni cominciano a squillare. Pentagono, intelligence, alleati europei, israeliani.
E la domanda diventa una sola: come si impedisce che una guerra convenzionale diventi la prima guerra nucleare combattuta in Europa dopo il 1945? È qui che la parola “tattica” rischia di diventare una gigantesca anestesia linguistica. Tattica non significa innocua. Tattica non significa piccola. Tattica non significa controllabile. Una bomba nucleare sganciata sull’Ucraina non sarebbe semplicemente un’arma più potente utilizzata dentro una guerra già esistente. Sarebbe una frattura strategica: perché da quel momento tutti dovrebbero chiedersi quale sarebbe la risposta occidentale e, soprattutto, se la risposta occidentale provocherebbe una seconda escalation.
La bomba più pericolosa è dunque quella che obbliga tutti a decidere cosa fare dopo. Ed è questo il paradosso della deterrenza. Il suo successo non fa notizia. Se Putin non lancia, non sapremo mai se non avrebbe voluto farlo, se è stato fermato dalle minacce occidentali, se ha cambiato idea, se l’intelligence ha interpretato correttamente i suoi segnali oppure se quella bomba non è mai stata realmente sul tavolo. Se invece la bomba parte, è troppo tardi per correggere l’errore.
Per questo il vero lavoro delle intelligence non consiste soltanto nel sapere che cosa sta facendo il nemico. Consiste nel capire quando una minaccia sta diventando un’intenzione e quando un’intenzione sta diventando un ordine. E qui torniamo a Trump. Il suo rientro anticipato da Camp David non dimostra un allarme nucleare russo. Le informazioni pubbliche indicano piuttosto che il suo cambio di programma è avvenuto in concomitanza con l’escalation mediorientale e con il missile lanciato verso Riyadh.
Ma la coincidenza temporale consente di porre una domanda che non dovrebbe essere liquidata come fantasia: quante delle decisioni più importanti di un presidente americano vengono prese lontano dalle telecamere, sulla base di informazioni che il pubblico conoscerà soltanto mesi o anni dopo, se mai le conoscerà? Questa è la parte della storia che non vediamo. Vediamo Trump tornare alla Casa Bianca. Non vediamo necessariamente ciò che ha letto nel briefing. Vediamo le dichiarazioni di Putin. Non vediamo necessariamente ciò che arriva ai governi occidentali attraverso i canali riservati.
Vediamo una guerra convenzionale. Non vediamo quanto lavoro diplomatico, militare e di intelligence possa essere necessario per impedire che rimanga tale. E allora forse la domanda politica più seria non è se Trump abbia “fermato Putin”. Questo oggi non è dimostrato. La domanda è se Washington, Mosca, Kiev, Gerusalemme e le capitali europee abbiano ancora abbastanza canali, abbastanza deterrenza e abbastanza sangue freddo per impedire che qualcuno, prima o poi, decida di verificare cosa succede quando si supera quella linea. Perché una volta superata, non esiste più l’editoriale del giorno dopo. Esiste soltanto la storia.
E, possibilmente, la bomba che non è partita.
Alberto Scafella
