Ogni giorno è peggio. La Commissaria europea per l’uguaglianza Hadja Lahbib, socialista belga, annuncia 1,5 miliardi di euro per la promozione dei “nuovi diritti” Lgbt.
Ursula von der Leyen, come già annunciato nell’articolo di giovedì scorso, non è stata esautorata dal voto di sfiducia del Parlamento europeo in seguito allo scandalo Pfizergate, ma la sua solidità vacilla.
Il voto di giovedì mattina, anche a seguito delle sue scelte recenti, serviva a capire di quanta popolarità godesse ancora. E con 175 voti a favore della mozione, 360 contrari e solo 18 astenuti, il risultato assume i contorni della débâcle. Sono 167 gli eurodeputati che sono rimasti fuori dall’aula senza votare, abbassando così la quota dei due terzi dei presenti necessaria per la sfiducia, e solo la metà esatta della Plenaria, 360 membri su 720, ha deciso di sostenerla.
La suffragetta tedesca ha assistito a un crollo dei consensi che, oggi, l’ha portata a un livello che non le consentirebbe nemmeno di insediarsi come presidente di Commissione. Partita con 401 voti, all’inizio della legislatura, ne ottiene oggi appena 360, 41 in meno di un anno fa. Che il clima intorno a lei non fosse dei migliori lo si era intuito già da settimane. La sua presidenza somiglia a un governo sudamericano espressione di un comitato d’affari fortemente ideologizzato e avulso dalle problematiche dei Paesi membri e dal contesto internazionale.
Nel corso degli anni è cresciuta la palese ostilità di ampi settori dell’opinione pubblica internazionale per il ruolo inconsistente avuto dall’UE, verso la guerra tra Russia e Ucraina con nessuna mediazione posta in campo, segno di grande debolezza. Ha però costantemente foraggiato il comparto militare dell’Ucraina e di fatto alimentato la scia dei morti, per non poter ammettere di aver sbagliato politica.
Ma c’è di più. Con l’applicazione di penali nei confronti della Russia sulle forniture energetiche, ha indotto in povertà i popoli europei e danneggiato il nostro comparto produttivo, oltre a provocare la contrazione dei consumi interni.
Ursula von der Leyen ha espresso una reazione scomposta dopo le dichiarazioni di Trump, circa il possibile disimpegno militare degli Usa nei conforti della Nato. Avrebbe in quel contesto potuto approfittare dell’occasione per affermare la centralità dell’Europa, seguendo la linea tracciata da Charles de Gaulle e poi da Papa Giovanni Paolo II, sull’estensione territoriale “Dall’Atlantico agli Urali”. Invece di affrontare il nodo politico, cercando di stabilire rapporti di vicinato con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e al confine dell’Est, si è scatenata nell’incitare i Paesi membri alla corsa agli armamenti, giustificandosi in un secondo tempo, asserendo che si sentiva influenzata dalle pressioni ricevute dai produttori di armi.
La crisi di fiducia si conferma, seppur per opposte ragioni, anche da parte della sua maggioranza.
Le pesanti politiche di riarmo sostenute, se non forzate scavalcando il Parlamento, hanno irritato una parte della maggioranza per niente d’accordo nel sostenere uno sforzo monstre a vantaggio dell’industria della Difesa. Anche lo smantellamento nei fatti del Green Deal ha provocato le proteste, soprattutto nelle ultime settimane, di Socialisti, Verdi e liberali di Renew che non gli assicurano più il sostegno parlamentare.
Cosa c’è dietro l’angolo? La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dovrebbe presentare formalmente, il 16 luglio, la proposta di bilancio per il prossimo periodo finanziario a lungo termine (2028-2034), ma le critiche da parte di regioni, Stati membri, eurodeputati e rappresentanti dell’industria continuano a crescere,
Vedremo tra pochi giorni quale scenario si presenterà e se non potrebbe addirittura profilarsi lo spettro di una maggioranza variabile, con i Commissari vittime dei tiri incrociati all’Assemblea di Strasburgo.
Ma anche qui il trasformismo della disinvolta Ursula rischierebbe d’inciampare sulle sue indigeribili incrostazioni ideologiche che permangono e fanno amaramente capire, all’elettore medio, come vengono sprecato i fondi comunitari, in un momento particolarmente critico per il continente, creando ancor più diffidenza e disaffezione verso l’Europa matrigna.
La Commissaria europea per l’uguaglianza Hadja Lahbib, ex ministro degli Esteri del governo socialista belga e accanita oppositrice di Viktor Orbán e del governo ungherese, ha annunciato lo scorso venerdì 27 giugno che la Commissione intende stanziare una “robusta” cifra di 1,5 miliardi di euro per sostenere le iniziative Lgbt in tutta l’Ue. Lahbib ha affermato che i diritti dei membri della comunità Lgbt devono essere «pacificamente protetti»!
Ovviamente è sfuggito al Commissario europeo che la motivazione del governo Orbán dietro il divieto della marcia del Pride, poi trasformata nel solito carnevale pacchiano, con la partecipazione scomposta dell’armata brancaleone della nostra opposizione di sinistra, che ben poco riguarda i diritti e doveri delle persone, era quella di proteggere i bambini dall’influenza di ideologie e parate di depravazione innominabile.
A Bruxelles forse si dimentica anche che nel referendum del 2022, ben 3,7 milioni di persone avevano dichiarato la loro contrarietà alle manifestazioni Lgbt e alla ideologia gender.
Ciononostante, la signora Hadja Lahbib ha sottolineato che il pacchetto da 1,5 miliardi di euro è destinato a finanziare una serie di progetti, tra cui campagne contro l’odio, sovvenzioni alle Ong della società civile, ovvero le organizzazioni co-finanziate dalla Open Society Foundations e dedite alle attività di lobbying, inclusi programmi educativi e scolastici.
Ha aggiunto che ben 5.400 Ong sono già registrate nel programma e possono richiedere finanziamenti per «promuovere l’uguaglianza e i diritti», ovvero i privilegi per chiunque pratichi l’omosessualità, il lesbismo e il transgenderismo.
In particolare, nel suo intervento la “commissaria” liberalsocialista Hadja Lahbib afferma: «Non possiamo rimanere passivi. Non possiamo tollerare ciò che è intollerabile…Stiamo per presentare questa nuova strategia Lgbtq+ all’inizio o alla fine dell’anno, e questa strategia si concentrerà sulla lotta alla violenza e alle molestie motivate dall’odio online e offline, e sulla fine delle pratiche di conversione…
Stiamo intensificando il nostro sostegno perché le organizzazioni della società civile sono partner chiave nella promozione dei diritti Lgbtq+ nell’Ue e vogliamo rafforzare il dialogo tra la Commissione e la società civile e coinvolgerla sempre di più nelle politiche e nel processo decisionale… Non si tratta solo di parole. Veniamo qui anche con il bilancio per sostenere la società civile attraverso il programma Surf. Abbiamo 1,5 miliardi di euro. È il più grande stanziamento mai dedicato alla promozione dei valori dell’Ue. Quindi, dopo aver già supportato più di 5400 organizzazioni della società civile in tutta Europa e oltre, e potete contare su di me per essere un forte sostenitore, per mantenere questo nel bilancio… E un’altra cosa importante… continueremo a lavorare con tutti gli Stati membri per sviluppare le loro strategie Lgbtq+».
Le parole e la presenza della Lahbib, oltre a mostrare concretamente la vicinanza della Commissione europea alla manifestazione di Budapest, dimostrano quanto impegno politico e finanziario (pagato da noi tutti) della Commissione finirebbe nelle casse delle organizzazioni che si occupano dei privilegi Lgbt, della diffusione della ideologia gender e del cambio di sesso oltre che alla distruzione di ogni senso del pudore infantile.
Ovviamente, non esiste alcuna posta di bilancio per lo sviluppo e promozione delle politiche famigliari o per la natalità nei paesi dell’Unione, tantomeno misure per il sostegno delle famiglie numerose. Questa è solo una delle ragioni, tra le tante, che spiega il dissenso di 14 stati su 27 (tra cui l’Italia), nei confronti della proposta di Bilancio pluriennale che include di centralizzare la gestione e la distribuzione dei fondi europei.
Questa è la Commissione Ue che sgoverna l’Europa in un momento così delicato e confuso!
Nessuna indicazione nei rapporti verso i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, nessuna indicazioni e favore delle nostre produzioni, nel contesto di una sgangherata trattativa sul dazi, verso gli Usa, condotta da Maroš Šefčovič, Commissario europeo per il commercio, un socialista della repubblica Ceca che oltre ad essere, come ci viene riferito clamorosamente incapace sul piano tecnico, avversa Trump, il trumpismo e le legittime aspettative dei Paesi europei che difendono la peculiarità delle loro produzioni, come l’Italia.
Cos’altro deve ancora venir dimostrato per comprendere le potenzialità negative e ahimè irrecuperabili di questa Commissione?

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
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