Il trionfo della resilienza semantica
C’è qualcosa di straordinariamente moderno, quasi sofisticato, nel modo in cui si può perdere tutto e riuscire comunque a dichiarare vittoria. Non è solo propaganda: è un’arte. E l’Iran, in queste ore, sta offrendo una lezione
magistrale al mondo intero.
Abbiamo vinto, dicono. E lo dicono dopo aver visto decapitata una parte rilevante della propria leadership, dopo aver contato danni enormi alle proprie infrastrutture strategiche, dopo aver assistito a una pressione militare che, in qualsiasi manuale novecentesco, avrebbe richiesto ben altre parole. Ma i manuali, si sa, sono fuori moda. Oggi conta la narrazione.
E allora: abbiamo vinto. È il trionfo della resilienza semantica. Non serve controllare il campo, basta controllare il racconto. Non serve prevalere militarmente, basta sopravvivere politicamente. Non serve convincere il mondo, basta convincere il proprio pubblico interno che il mondo non conta. In questo schema perfetto, quasi didattico, si inserisce anche l’altra faccia della stessa medaglia: l’Occidente che osserva, interviene, colpisce, e poi, puntualmente, si autoproclama vincitore.
Donald Trump lo dice con la sua consueta disinvoltura: abbiamo vinto. Senza un obiettivo chiaramente definito, senza una strategia che vada oltre il colpo immediato, senza una visione che non sia quella del titolo del giorno dopo. È una vittoria dichiarata, più che ottenuta. Annunciata, più che costruita.
E così il cortocircuito si completa. Da una parte Teheran che trasforma la sopravvivenza in trionfo. Dall’altra Washington che trasforma l’azione in successo automatico. In mezzo, la realtà, che resta ostinatamente più complessa, più opaca, più scomoda di qualsiasi slogan.
Abbiamo vinto, dunque. Lo dicono tutti. Lo dicono sempre. Lo dicono prima ancora di sapere cosa sia successo davvero. È la vittoria della narrazione sulla realtà, della percezione sul fatto, della velocità sulla verità.
È un meccanismo che non ha più bisogno di coerenza, ma solo di ripetizione. Eppure, sotto questa superficie perfettamente oliata, resta una crepa. Perché se tutti vincono, se ogni parte si proclama vincitrice, allora il sospetto, neanche troppo sofisticato, è che nessuno abbia vinto davvero. Anzi, che abbiano perso tutti.
Ha perso chi ha visto distrutte le proprie città. Ha perso chi ha sacrificato vite senza un esito chiaro. Ha perso chi ha trasformato la guerra in comunicazione. E ha perso, soprattutto, qualcosa che non si può ricostruire con un comunicato stampa o con una conferenza improvvisata: ha perso l’umanità.
Abbiamo vinto, continuano a dire. Ma è una frase che, ripetuta così tante volte, finisce per svuotarsi. Rimane il suono, resta l’eco, ma il significato si dissolve. E allora, alla fine, più che una dichiarazione, sembra una domanda mascherata. Un modo per convincere gli altri, e forse anche se stessi, che tutto questo abbia avuto un senso.
Abbiamo vinto?
O abbiamo semplicemente imparato a raccontare meglio le nostre sconfitte?
Alberto Scafella
