L’Italia sta facendo i conti con il pericolosissimo fenomeno della radicalizzazione islamica.
Il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nella “vita precedente” Prefetto dello Stato, in questi primi giorni di aprile ha comunicato agli italiani onesti e per bene che “un 48enne straniero, segnalato dall’intelligence come foreign fighter affiliato ad ambienti dell’estremismo religioso islamico è stato rimpatriato nel proprio Paese di origine”.
Incredibile che nel 2026 si debbano continuare a narrare notizie come questa.
L’Italia è diventata “zona franca” per quei maomettani che vogliono imporre la loro anacronistica confessione fondata sulla “legge coranica” che, oltre ad essere illogica, per molti aspetti è anche contraria al dettame normativo del nostro Paese.
Dal Viminale specificano che “il provvedimento si inserisce nell’ambito di una più ampia attività di monitoraggio e contrasto dei fenomeni di radicalizzazione, volta a prevenire potenziali rischi per la sicurezza nazionale”.
Contrastare la radicalizzazione islamica è cosa buona e giusta.
I maomettani, anche se fanno gli “amici” degli italiani, hanno in testa una sola cosa: creare il loro califfato nella Nazione che ospita il Vaticano, centro della Cristianità universale.
Negare questo significa essere in cattiva fede e, soprattutto, irresponsabili.
Per essere chiari, e per restare con i piedi ben ancorati al suolo, bisogna dire che la radicalizzazione islamica non è uguale in ogni luogo e in ogni tempo.
I maomettani – per il 90% – interpretano in modo estremo il corano e, con questo atteggiamento giustificano e sostengono l’uso della violenza per ottenere quello che vogliono. Negarlo significa essere veramente fuori dal mondo.
Il terrorismo e gli attentati sono stati ampiamente pianificati all’interno delle Comunità Maomettane presenti nelle maggiori città europee.
Questo accade perché non ci sono controlli da parte delle Nazioni ma, soprattutto, c’è un lassismo inconcepibile da parte delle Sinistre e dei Socialisti di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea.
Non si fanno leggi coercitive e repressive nei confronti di quei maomettani che non si vogliono integrare, uniformare, adeguare alla tradizione e alla legislazione del Paese che – suo malgrado – li ospita.
Le unità speciali delle Forze dell’Ordine che si occupano di Sicurezza Nazionale ed antiterrorismo sanno bene che molte Comunità Maomettane “abbracciano idee sempre più rigide, assolutiste e incompatibili con la convivenza democratica”.
A dirlo non sono pericolosi fascisti o facinorosi destrorsi. Il tema lo affronta l’Università degli Studi di Milano in un testo dal titolo “DA SAYYID QUTB A DAESH: RADICALIZZAZIONE DELL’ISLAM E ISLAMIZZAZIONE DELLA RADICALITA’ MATRICE COMUNE E RAPPORTI DI CAUSALITA’ DIFFERENZIATI”.
L’UniMi (Università degli Studi di Milano) sostiene che “la dottrina del jihad contemporanea è nata il secolo scorso nel Medio Oriente con la fondazione del gruppo “I Fratelli Musulmani” ad opera di Hassan Al Banna; invece, la dottrina della radicalizzazione è stata l’opera di Sayyid Qutb. I primi conflitti e atti terroristici sono stati locali, limitati geograficamente e diretti a raggiungere scopi politici ben determinati”.
Eminenti studiosi del fenomeno maomettano sostengono con chiarezza che quando vogliono “raggiungere scopi politici ben determinati” i proni a La Mecca sono pronti a fare “atti terroristici” e ad accendere conflitti.
Bisogna essere chiari e specificare che, dopo l’11 settembre 2001, il fenomeno del jihad “si è spostato in Occidente, facendo scattare gli allarmi all’interno dell’UE”.
Fantasia? No, evidenza fattuale che è divenuta oggetto di studio ed approfondimento di una delle università più prestigiose d’Italia.
Il lavoro che sta portando avanti il Governo Meloni non è dunque da sottovalutare perché, con questo impegno, con questa tenacia, con questa perseveranza, si mette ordine in un clima babelico che rischia di imporre al glorioso Popolo Italiano una vergognosa, e pericolosa politica fondata sulla “legge coranica”.
