Immagine ricavata dal Museo Torino
Osservazioni critiche di un lettore
Riceviamo da un nostro lettore delle attente osservazioni sulle scelte di alcune date di festività e le ricorrenze in Italia, che pubblichiamo.
Le opinioni, le critiche e gli eventuali suggerimenti dei cittadini, quando questi si riferiscono a fatti reali e documentati, sono sempre eventi da prendere in considerazione e possibile oggetto di condivisione o meno da parte dei lettori.
Civico 20 News, nel confermare la sua tradizione di tribuna libera e aperta, ovviamente ospiterà le voci di critica e di proposte alternative a questa tematica.
(m. b.)
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ANOMALIE NEL CELEBRARE FESTE E RICORRENZE IN ITALIA
Stramberie nel ribattezzare ricorrenze, feste in date sbagliate per finire con una stranezza unica
Tutti i settantenni dovrebbero ricordare che a Torino nel 1961 si organizzò una grande mostra, furono realizzati per l’occasione tutta una serie di nuovi appositi edifici e costruzioni (che poi fecero, ma non entro nel dettaglio).
La mostra fu chiamata semplicemente “Italia 61”. Per l’occasione tutti i cittadini furono invitati ad esporre alle loro case il tricolore.
Cinquant’anni dopo (2011) la celebrazione fu ripetuta, ma con molta meno enfasi.
Se chiediamo a dei ragazzi d’oggi, che almeno avrebbero dovuto sentir parlare della seconda celebrazione, moltissimi non saprebbero cosa rispondere, senza prima consultare il cellulare. Qualcuno, più colto, potrebbe (questa volta senza consultare il cellulare) rispondere: «Celebrazione dell’unità d’Italia». Sissignori, proprio così! È proprio così? Già nel 1961 si era ampiamente scritto e parlato di celebrazione del primo centenario dell’unità d’Italia.
Per capire cosa è realmente accaduto cento anni prima, nel 1861, come San Tommaso abbiamo voluto vedere. In data 21 febbraio Cavour presentò al Senato un progetto di legge, composto da un solo articolo, per ufficializzare la nuova denominazione del Re, divenuto poi norma il 17 marzo 1861, con la pubblicazione, il giorno successivo sulla la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 68. Quindi, più che ovvio, Regno d’Italia, non Unità d’Italia.
Voi ve la vedete una repubblica che festeggia la ricorrenza del regno? Proprio no. Allora cosa fare? Bisogna trovare una via d’uscita. A qualcuno saltò in mente di svicolare tirando fuori l’Unità d’Italia. Avrebbe fatto meglio a consultare prima un qualsiasi atlante storico – geografico d’Italia, e così cadde dalla padella nella brace.

Sì l’Italia era in gran parte unita, ma mancava ancora qualcosa, una quisquilia. Lasciamo perdere l’italianissimo nizzardo che Cavour aveva ceduto alla Francia di Napoleone III, con grande gioia di Garibaldi, si fa per dire, ma mancavano ancora il Lazio con l’importantissima Roma (annesso nel 1870 alla caduta di Napoleone III), il Veneto (1866, Terza guerra d’indipendenza, alleati con Prussia contro l’Austria), il Trentino, l’Alto Adige, il Friuli, la Venezia Giulia, l’Istria (Prima Guerra Mondiale 15 – 18), e mi pare che basti.
Ora la situazione come sta? Dopo la bella pensata di Mussolini di entrare nella Seconda Guerra Mondiale direi non proprio bene. Per fortuna al trattato di pace di Parigi del 1947 non approdò il Memorandum di Algeri, redatto il 23 novembre 1943, ed ispirato dallo stesso generale De Gaulle.
In esso si stabiliva che dovevamo cedere alla Francia ed alla gran Bretagna le isole di Pantelleria, Lampedusa e Linosa. Inoltre, la Francia si sarebbe annesse la Valle d’Aosta, le alte valli di Susa e del Chisone, Briga e Tenda. Come chicca finale una linea ideale da Genova al lago Maggiore avrebbe stabilito la linea d’influenza od eventuale occupazione delle truppe francesi, che non sappiamo se poi De Gaulle prospettasse di trasformarla poi in effettiva annessione. Quanto ai confini orientali si garantiva l’appoggio all’Austria per il possesso del Sud Tirolo ed alla Jugoslavia per quello dell’Istria, Dalmazia e Trieste.
Al Trattato di Parigi le cessioni finali alla Francia fortunatamente furono molto limitate, eccezion fatta per la Val Roia.
Per il confine orientale con la Jugoslavia andò decisamente male. Perdemmo la quasi totalità di quanto conquistato con la Prima Guerra Mondiale: la Dalmazia, l’Istria, gran parte della Venezia Giulia, riuscendo alla fine a salvare almeno un po’ del territorio di Trieste. Infatti, con il trattato di Osimo del 10 novembre 1975, firmato da parte italiana dal ministro Rumor, l’Italia rinunciava definitivamente ad ogni diritto sulla Zona B di Trieste, cedendola alla Jugoslavia senza alcuna contropartita. Fine di una lunga storia della quale non si può dimenticare la tragedia dei profughi istriani e dalmati (almeno comunque si erano salvati dalle foibe ed i gulag di Tito).
Oggi, nel ventunesimo secolo, con l’Europa unita ha ancora senso rinvangare il fatto che l’Italia non lo sia? Decidete voi.
Passiamo ora, ad un’altra ricorrenza: il 2 giugno. Tutti gli italiani devono conoscerla, sono ben note perché diffuse da tutte le fonti d’informazione le celebrazioni che vi avvengano, in particolare la parata delle Forze Armate di fronte a tutte le massime autorità italiane nella via dei Fori Imperiali (di mussoliniana memoria) a Roma, ed anche trasmessa in diretta dalla televisione.
Cosa ricorre dunque? La proclamazione della Repubblica, quindi la Festa della Repubblica. Siamo proprio sicuri? Cosa accadde realmente?
Il 2 giugno del 1946 si svolsero esclusivamente il referendum monarchia repubblica (o viceversa , va bene lo stesso) e la votazione per l’elezione dell’Assemblea Costituente. Il 10 giugno la Corte di Cassazione non disponendo ancora dei dati definitivi, si limitò a rendere noti i risultati delle votazioni relativi ai 32 collegi elettorali, mentre mancavano ancora i dati di oltre 100 sezioni elettorali.
Finalmente il 18 giugno, dopo aver raccolto tutti i risultati e deciso su contestazioni e ricorsi, lesse finalmente i risultati definitivi. Ma perché allora la proclamazione della Repubblica si festeggia il 2 e non il 18? Veramente strano ed io non ho idea in merito e sicuramente neanche voi. Se volessimo quindi si potrebbe spostare la celebrazione al 18 e, per fare comunque qualcosa di significativo al 2, potremmo dedicarlo alla commemorazione della morte di Garibaldi. Più semplicemente, per toglierci ogni problema, potremmo servirci del classico modo di dire napoletano ovviamente tradotto: « chi ha dato, ha dato, ha dato, chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, scordiamoci il passato».
Passiamo ora alla stranezza storica, in quanto tale, ma da un punto di vista pratico comunque inevitabile.
Per avere le idee chiare bisogna partire dagli antefatti, sempre in relazione al 1946 e tornado in dietro di un secolo. Il giorno 8 febbraio del 1848 Carlo Alberto, Re di Sardegna, proclamò al popolo a Torino lo Statuto; il 4 marzo successivo lo Statuto fu promulgato.
Il 17 marzo 1861 lo Statuto Albertino divenne la carta fondamentale del Regno d’Italia.
In base ai risultati delle votazioni, svoltesi in contemporanea al referendum del 2 giugno, fu eletta l’Assemblea Costituente, che si insediò il 25 giugno del 1946. Tra i vari compiti dell’Assemblea vi era anche quello di redigere la Costituzione della Repubblica Italiana.
La durata dei lavori era prevista in otto mesi a partire dal giorno di insediamento, con una possibile proroga di non oltre altri quattro, quindi fino al 24 febbraio del 1947.
Successivamente, forse perché i Padri della Patria avevano problemi ad accordarsi sui testi, si ricorse ad una serie di ulteriori proroghe, fino ad arrivare al 31 dicembre del 1947. Infine, una nuova ulteriore proroga, contenuta nella XVII norma transitoria e finale della Costituzione, si limitava alla legge sulla stampa, degli Statuti regionali speciali e per l’elezione del Senato della Repubblica.
La Costituzione entrò quindi in vigore il 1° gennaio 1948. Quindi la carta fondamentale della Repubblica Italiana per un anno e mezzo rimase l’ottocentesco Statuto Albertino.
Probabilmente ho dimenticato qualcosa di meritevole contraddizione, ma era scontato. Questo lo aggiunga il lettore eventualmente interessato a questa tematica.
(Lettera firmata).
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Porgo gentilmente i complimenti all’autore dell’interessante articolo sulle anomalie di calendario repubblicane e che in occasione del reinserimento dell’Educazione Civica nella Scuola di qualche anno fa bisognerebbe far leggere agli studenti. Aggiungo anche ironicamente le prestazioni dei parlamentari dell’epoca dello Statuto Albertino a zero stipendio. Molte Grazie .
E. C. Ostellino