“E anche oggi, il nostro crollo lo rimandiamo a domani”
Giorgia Meloni, era data da alcuni già politicamente indebolita, se non spacciata, dopo il risultato referendario sulla giustizia, sempre che gli elettori avessero capito i quesiti proposti o dimostrato interesse per l’esito.
Ma l’entusiasmo mostrato dal fronte del centrosinistra rischia di essere non solo prematuro, bensì profondamente fuorviante. Il “No” al referendum, che si porta dietro le proteste per le conseguenze causate dalle guerre in corso sulle tasche degli italiani, più che certificare la crisi del governo ha messo in luce le fragilità strutturali dell’opposizione. Nelle ore successive al voto i partiti della coalizione di centrosinistra si sono lanciati in un attacco compatto contro l’esecutivo, ma senza riuscire a nascondere le profonde divergenze interne. Hanno sfruttato ogni argomento per attaccare i singoli ministri e il governo. Persino l’accoglienza riservata dagli israeliani agli smandrappati di Flotilla è stata messa a carico di Meloni.
È un copione già visto: unità di facciata contro l’avversario comune, seguita da divisioni strategiche e identitarie che riemergono non appena si passa dalla protesta alla proposta, con l’aggiunta di ergersi con una classe dirigente priva di credito e carisma. Gli italiani senza l’anello al naso l’hanno capito e dimostrato alle elezioni amministrative di domenica scorsa.
Molte conferme per il centrodestra spezzano il clima successivo all’esito referendario, nel voto che ha visto quasi 750 comuni italiani alle urne.
L’affluenza cala del 5%, ma oltre 6 milioni di cittadini scelgono i loro sindaci, in grandi città (18 i capoluoghi di provincia) e minuscoli paesini. Un voto variegato, con conquiste anche per il centrosinistra, che però ora ha ben chiaro di non poter tradurre tutti i “No” sulla giustizia in voti alle politiche.
“E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”, ironizza sui social, ad effetto, Giorgia Meloni. A Venezia il trentottenne enfant prodige del centrodestra Simone Venturini, ex assessore di Brugnaro, cattolico e scout vince al primo turno la sfida più importante. E mortifica l’ambizione del centrosinistra di tornare al governo della città lagunare dopo 10 anni, espugnando un campanile di peso in terra leghista: obiettivo dichiarato dalla leader dem Elly Schlein.
Vittoria netta del centrodestra anche a Reggio Calabria, dove si registra l’unico ribaltone di questa tornata elettorale con l’elezione dopo 12 anni di Francesco Cannizzaro, coordinatore di Forza Italia in Calabria, sostenuto da Azione. “Avanza il centrodestra, la Lega conferma e conquista sindaci in tutta Italia”, esulta Matteo Salvini.
Sarà difficile invece per Elly Schlein, che realizza una sconfitta imbarazzante, intestarsi la vittoria plebiscitaria al primo turno di Vincenzo De Luca, per la quinta volta sindaco di Salerno grazie a sette liste civiche e senza il simbolo del Pd.
Il centrosinistra torna ad affermarsi senza ballottaggio in diversi comuni della ormai ex rossa Toscana. La città di Messina resta invece un feudo di Cateno De Luca, di Sud chiama Nord, con la vittoria schiacciante del suo delfino e sindaco uscente Federico Basile. In quello che potrebbe essere l’ultimo test elettorale prima delle politiche, significative anche le performance delle neoformazioni.
Exploit di Roberto Vannacci, che strappa alla Lega di Salvini la roccaforte leghista di Vigevano.
Il nanetto centrista si intravede appena, solo in qualche partita, come quella di Arezzo, dove si va al ballottaggio e pesa il 20% di liste civiche e Azione con Marco Donati. La mappa dei ballottaggi e dei nuovi sindaci nei Comuni descrive un flusso di voto complesso e molto spesso indirizzato dalla presenza di liste civiche e specificità locali, soprattutto in Piemonte, ove il teorema Cirio già sperimentato alle elezioni regionali, continua a mietere successi.
Il quadro politico che si presenta non è nato per caso. Nei mesi scorsi, il presidente del Consiglio non è rimasto a guardare. Compresa la portata del segnale politico ha già iniziato a muoversi per rafforzare la propria posizione, consapevole che alle prossime elezioni manca ancora un anno e mezzo: un tempo sufficiente per riorganizzarsi e rilanciare l’azione di governo.
L’opposizione invece sembra muoversi come se il traguardo fosse imminente, ma, senza una visione condivisa, il rischio è quello di riproporre modelli superati come l’Ulivo, magari in una versione ancor più frammentata: una coalizione larga, divisa tra molte forze, unita più dalla necessità di esistere che da un progetto comune e senza intercettare gli umori del Paese. L’idea che “meglio poco che niente” difficilmente può entusiasmare un elettorato già provato da una situazione economica e sociale complessa.
Ed è proprio qui che il governo può trovare il suo margine di recupero. Tre fattori in particolare giocano a favore dell’esecutivo: il tempo per riorganizzarsi; uno scenario internazionale che potrebbe evolvere verso una riduzione delle tensioni, dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente; e la possibilità di intervenire su dossier economici cruciali a partire dal peso del debito pubblico aggravato da misure come il Superbonus 110%. A ciò si aggiunge un elemento politico non secondario: la leadership.
Oggi Giorgia Meloni non sembra avere rivali interni in grado di metterne in discussione la centralità, né in Matteo Salvini, che sta perdendo consensi a causa degli errori compiti negli ultimi mesi, ormai attanagliato dal sorpasso di Vannacci, né in Antonio Tajani, alle prese con il restiling impostogli da Marina Berlusconi, che potrebbe produrre conseguenze non di poco conto.
Giorgia Meloni, da tempo ha già iniziato, soprattutto in politica estera, a manifestare segni concreti di autonomia nei confronti delle pretese di Trump e delle illogiche regole dell’Ue, concretizzando nuove alleanze e collaborazioni sul fronte dell’approvvigionamento energetico.
Le conseguenze delle guerre stanno mutando i destini del mondo, senza cambiare in meglio l’esistenza delle popolazioni oggi massacrate e costrette a vivere nella paura, mentre in Europa, la ricaduta bellica si accanisce contro governi e cittadini, destabilizzando l’economia. Ciò porterà significativi cambiamenti nelle regole della Geopolitica e a mutamenti negli orientamenti politici nei singoli Paesi.
L’abilità della Meloni dovrebbe portarla a intercettare il cambiamento di quelle regole che sin dal 1947 appaiono immutabili. Perché il gioco cinico delle grandi potenze irrompe nella vita di popoli ignari e mette a repentaglio la stabilità di governi incolpevoli? Su questo quesito dovrà inevitabilmente riflettere la Politica degli Stati nazionali nei prossimi anni.
Anche l’ex premier Enrico letta che certo non è un sovranista sostiene che oggi è il momento dell’indipendenza europea”, dal Festival dell’Economia di Trento avverte: “Bisognerebbe addirittura fare una dichiarazione di indipendenza dell’Unione Europea, perché le dipendenze con le quali abbiamo vissuto in tutti questi anni sono il grande elemento della nostra debolezza”.
E lancia “un grande appello: Se vogliamo essere indipendenti e autonomi dobbiamo ripartire da una dichiarazione di indipendenza”. All’Europa – sottolinea ancora – oggi servono “scelte di medio e lungo periodo”, che sono “complicate” da varare, sono “faticose”.
L’Italia si sta opponendo, con altri Paesi al diktat della Nato per finanziare ulteriormente la guerra in Ucraina e all’interno dell’UE si sta battendo per ricevere contributi per attenuare i costi energetici e bloccare così l’impennata dell’inflazione, a vantaggio degli italiani.
Per quanto concerne il sostengo di una politica industriale e energetica, da sempre bersaglio della sinistra anticapitalista e vittima delle assurde limitazioni da parte dell’Europa, nel recente convegno della Confindustria, Giorgia Meloni ha abbracciato la leva della sburocratizzazione dell’UE, rilanciando il primato del made in Italy. Contro le regole capestro, per quando riguarda i salari, ha nuovamente auspicato un patto con sindacati e industriali per regolare il rinnovo dei contratti di lavoro e combattere, nel concreto, e non con la demagogia della CGIL il fenomeno dei salari bassi.
Ci sono tutte le premesse, nei fatti se non nelle dichiarazioni formali per giungere ad opera di Giorgia Meloni, alla nascita, anche in Italia, di quel Partito Conservatore, che lontano dai simulacri ingombranti del passato, difenda le nostre radici culturali e religiose, la libertà intesa come libertà individuale, ma anche libertà di parola e di espressione in un momento storico in cui la deriva del politicamente corretto la mettono in discussione anche nel mondo della scuola e dell’università. Proprio sull’educazione e sulla cultura è necessario puntare per costruire un pensiero conservatore che non può, e non deve, limitarsi al mondo politico. Tema di fondamentale importanza, la sicurezza dei cittadini, oggi minata da troppe complicità anche da parte di Organi dello Stato. Urge risalire all’origine della violenza e agire con tempestività, superando limiti e giustificazioni del passato.
Da qui dovrebbe partire l’impegno prioritario di Giorgia Meloni, per non trascurare la difesa del lavoro degli italiani e l’esportazione delle nostre eccellenze, opponendosi alle assurde penalizzazioni dell’Europa.
Se l’impegno della compagine governativa saprà focalizzare e concretizzare obiettivi certi, per risolvere i problemi concreti del Paese, dal caro vita ai costi energetici, mettendo le radici sul futuro, guerre permettendo, i teoremi al momento avulsi dalla realtà degli inconcludenti del campo largo, lasceranno il tempo che trovano.
La politica dopotutto non è solo questione di aritmetica, ma di visione. E oggi più che le presunte debolezze del governo, sono le ambiguità dell’opposizione a lasciare aperta la partita.

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
