Analisi di una crisi europea e della sua accelerazione
Povera Europa: rifiutata anche dai pescatori di merluzzi islandesi. Piena dimostrazione, come ha rilevato la stampa progressista, del Teorema Bonaccini: i rozzi e gli incolti votano “a destra” anche in Europa. Anche lì, il popolo urbano ha votato per l’adesione all’UE e quello provinciale ha votato contro.
Sarebbe tutto molto chiaro, tutto molto semplice se quel “no” non seguisse tanti altri “no” che i popoli europei -come gli inglesi nel 2016- hanno detto all’Europa negli anni, e che hanno dimostrato come spesso la volontà vera dell’Europa non coincida con la volontà ipotetica delle sue classi dirigenti, classi che però esprimono le istituzioni e gli organi decisionali dell’UE.
Ci sono, in altre parole, un’Europa reale e un’Europa virtuale che vanno divergendo in maniera sempre più vistosa e che ogni giorno di più mettono in forse il futuro di quell’istituzione nata da un progetto elitario, illuminista e fondamentalmente oligarchico a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso.
Basta uno sguardo a Wikipedia per vedere come, su 65 referendum con oggetto europeo, tenuti nei vari paesi del continente a partire dal 1972, ben 23 sono stati negativi per l’Europa stessa, e le sue proposte respinte. Si obietterà che si tratta di una percentuale minoritaria; vero, ma è comunque una percentuale significativa della non corrispondenza tra volontà popolare e quella delle élites europeiste.
Questa divergenza appare in tutta la sua evidenza oggi a proposito di scelte particolarmente impopolari come quelle immigratorie, quelle ambientali, quelle economiche, quelle di collocazione strategica e, infine, anche quelle militari.
Tutta una serie di opzioni in cui l’UE sembra privilegiare le sue visioni ideologiche a scapito degli interessi reali delle sue popolazioni. Basti pensare alla riconversione industriale dettata dalle politiche green che hanno dato il via a una disastrosa crisi del settore automobilistico, con conseguente disoccupazione, particolarmente -ma solo per ora- in Germania; oppure all’altra riconversione, quella verso una massiccia produzione militare fondata su una crescente e studiata russofobia non percepita e non condivisa dalla grande maggioranza della popolazione europea.
Ma è sull’immigrazione che l’Europa ha dimostrato la prevalenza degli egoismi nazionali e una cinica mancanza di solidarietà. I fatti di Ceuta e Melilla sono impressionanti ed evidenziano la piccolezza delle politiche immigratorie dei vari paesi, assolutamente incapaci di coordinarsi, pronti alle più infantili ripicche politiche e, in fondo, del tutto impotenti verso l’ondata migratoria che preme alle loro frontiere.
E sarà proprio sul fenomeno migratorio che si decideranno presto le sorti di alcuni leader europei e, conseguentemente, le sorti di una buona parte della politica continentale. Germania, Francia, Inghilterra, Italia -per citare solo le nazioni più popolose- vedono crescere al loro interno forze di destra estrema, xenofobe, politicamente aggressive, che presto saranno maggioritarie o comunque decisive per la formulazione delle politiche future.
Da Marine Le Pen a Roberto Vannacci, da Nigel Farage a Alice Weidel si sta delineando un fronte europeo sempre più consistente in cui, oltre alle politiche migratorie più rigorose, esiste anche un forte euroscetticismo, per non dire un forte antieuropeismo. Se queste forze prevarranno, come è altamente probabile, l’esistenza stessa dell’Unione Europea rischia di essere messa in discussione, e gli stati debbono prepararsi ad un futuro pieno di incognite ma anche segnato da possibili evoluzioni all’insegna della libertà.
Il nucleo forte e difficilmente intaccabile rimane l’euro, con la sua somma di rigidità, di vincoli, di incoerenze; il vero responsabile di tutte le problematiche economiche del continente. Non va mai dimenticato che si è fatta una moneta unica prima di una unificazione politica, fiscale, debitoria, di bilancio della compagine continentale; oltretutto con alcuni paesi che, pur nell’UE, non ne hanno adottato la moneta comune. Una moneta unica per realtà economiche differenti, con esigenze differenti, con aspirazioni differenti, sia sotto il profilo economico interno sia sotto quello delle relazioni economico-finanziarie verso l’esterno (tasso di cambio, saldo delle bilance commerciali e dei pagamenti, rapporti creditori-debitori con le economie extra-UE).
Un paese come l’Italia avverte drammaticamente da anni queste difficoltà e queste contraddizioni, ma la religione europeista dominante non le ha mai permesso di esplicitarle traendone le inevitabili conseguenze. Ma ora questa irrequietudine sta investendo anche altre nazioni, e in particolare quelle nazioni che, come la Francia e la Germania, sono le nazioni leader dell’Europa, in piena contraddizione col principio di uguaglianza dei partecipanti all’UE, cioè nazioni “più uguali” delle altre.
Oggi, l’euro è un vincolo soffocante anche per loro, soprattutto per la vocazione mercantilistica e per la crescente prospettiva deflazionistica della Germania, una nazione, quest’ultima, che si affaccia tremebonda all’appuntamento elettorale del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, e che, essendo quella “più uguale di tutti” in Europa, può trasmettere movimenti sismici all’intera struttura dell’euro e dell’UE.
Una vittoria delle forze di estrema destra in Germania (prima in Sassonia-Anhalt e poi presto nella nazione intera) sarebbe ben più che una semplice vittoria elettorale locale e nazionale, ma un verdetto e una profezia sull’avvenire dell’intera Europa. Idem per quanto riguarda il futuro della Francia e dell’Italia, anche se il peso politico in Europa della nostra nazione, nonostante il lodevole protagonismo di Giorgia Meloni, è molto minore degli altri due colossi europei.
Insomma, ci troviamo alla vigilia di quelle che il Buonanima avrebbe chiamato “decisioni irrevocabili”, decisioni che però non sono più nella disponibilità delle élites europee ma sono definite e imposte da una situazione mondiale per molti aspetti ingestibile a livello sistemico. Quando ci dissero, anni fa, che l’Europa avrebbe permesso a tutti i paesi, ma soprattutto all’”Italietta” provinciale, di partecipare alle grandi decisioni mondiali, e ci promisero che saremmo usciti dalla nostra minorità internazionale, ci hanno mentito.
Oggi siamo in balìa -Roma, Parigi, Berlino, Madrid, Bruxelles- della grande tempesta che ha investito Occidente e Oriente, luoghi ideali ma anche materiali dove l’irrazionalità e l’imprevedibilità la fanno da padrone e impediscono non solo una qualche gestione sovranazionale dei problemi, ma anche ogni forma di loro prevedibilità.
L’Europa, in questo contesto, appare come un battello il cui fasciame è sempre più cedevole per mancanza di manutenzione da parte dei troppi comproprietari; alcuni senza soldi, altri senza visione, altri senza volontà, altri senza senso della comunità.
Proviamo a trarre una conclusione citando le parole -amare ma profetiche- di Gabriele Guzzi in Eurosuicidio (Fazi Editore, 2025): “Il trattato di Maastricht è stato firmato nel 1992 ed è entrato in vigore a novembre 1993. Io sono nato a dicembre 1993. Sono quasi un coetaneo dell’Unione Europea. Più precisamente, per un solo mese non l’ho vista nascere, come tanti altri della generazione Maastricht. Questa generazione non è solo una vittima della storia. Può diventare un soggetto capace di rinnovare il contesto politico e culturale. Questa generazione, in realtà, già esiste: deve soltanto prendere coscienza di sé. Molti di noi non hanno visto nascere il trattato di Maastricht. Se porteremo a compimento questa opera, lo vedremo morire. E da questa fine potrà iniziare tutta un’altra storia”.
Sarà così?

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
