Molto probabilmente tra un anno si vota, salvo incidenti inaspettati o scelte deliberate, e il governo Meloni si avvia al completamento della sua attività ben oltre quel midterm che in altri luoghi rappresenta il bilancio ideale di un’attività politica. Tagliato l’onorevole traguardo del governo più longevo della storia repubblicana, vale la pena di tirar giù qualche considerazione su questa esperienza politica decisamente insolita per il nostro paese.
La longevità, appunto. Da sinistra si obietta che un governo non può vantare solo la durata se poi non ha concluso nulla, ma si tratta di una considerazione del tutto semplicistica, intanto perché è falso il presupposto – è un governo che di cose ne ha fatte, anche se non sono cose stravolgenti, e semplicemente l’opposizione non vuole vederle – e poi perché la stabilità, in un paese dove la durata media degli esecutivi si calcolava in mesi, è segno non solo di compattezza per la compagine di centrodestra; compattezza che potrà essere riproposta come valore aggiunto anche nella prossima legislatura visto che i sondaggi non evidenziano smagliature o cedimenti nel consenso per Meloni e alleati, ma anche e soprattutto perché essa è segno di un evidente allineamento fra volontà popolare e maggioranza di governo, cosa che di per sé è sintomo di salute politica per una società. Non si era mai verificato, dal dopoguerra, che un governo fosse scelto dagli elettori e questa scelta fosse mantenuta per così lungo tempo. Forse questo si chiama semplicemente rispetto dei cittadini o, ancor più semplicemente, democrazia.
Se poi si considera che l’azione di governo di Giorgia Meloni si colloca in uno dei periodi più tormentati dello scenario internazionale, sia sotto l’aspetto politico sia sotto quello economico, in cui la nostra nazione ha assunto peraltro un ruolo non secondario, questa coesione e questa durata dell’esecutivo rappresentano una realizzazione straordinaria per un paese dalle mille fragilità come l’Italia e per il suo sistema politico ugualmente cagionevole.
Non staremo a ricordare tutto questo alle forze di opposizione che, se nulla cambia, si presentano oggi al confronto elettorale come un esercito di ventura -quelli che I’ Italia conobbe tristemente nei secoli passati- fatto di combattenti assoldati fra paesi diversi che non parlano neppure una lingua comune e guidati da avventurieri che non hanno ancora deciso chi comanderà davvero lo schieramento. Per tacere di una strategia condivisa che appare lontana e sempre di là da venire, sempre in lavorazione, sempre persa nella fumeria d’oppio delle ideologie progressiste nonostante l’opera “testardamente unitaria” della povera Schlein.
L’unica cosa che questa opposizione sembra saper fare è un contrasto pregiudiziale, ostinato, ripetitivo e tignoso su ogni cosa detta, fatta, non fatta del governo, totalmente priva di un respiro più ampio e, soprattutto, di proposte alternative che non siano i soliti luoghi comuni del prezzo della spesa, delle bollette, delle liste di attesa sanitarie, della mancata crescita, delle scuole cadenti, dei treni in ritardo; una vera sequela di lagne da mercato rionale.
Abbiamo più volte chiesto alle sinistre, anche su queste pagine, proposte concrete e articolate su come collocare l’Italia nel contesto internazionale, sulla sua posizione in Europa, sul contrasto all’immigrazione selvaggia e alla criminalità urbana, sugli approvvigionamenti energetici, sulle politiche anti-inflazionistiche e di sviluppo, sulle politiche di bilancio, sulla giustizia e sulla sanità e su tanto altro ancora, ma non abbiamo ricevuto risposte, tanto meno risposte “testardamente unitarie”.
In compenso sappiamo che a sinistra ci si confronta, si discute, si costruiscono piattaforme e schemi di dialogo, e quindi siamo tutti più tranquilli.
E poi ci sono le mine vaganti: Beppe Grillo a sinistra e Roberto Vannacci a destra.
Il primo non costituisce un pericolo reale. Intanto perché è ancora in dubbio una sua reale volontà di costruire un nuovo soggetto politico in contrapposizione a Conte, e per ora sembra limitarsi a volergli sottrarre il simbolo dei Cinque stelle per via giudiziaria. E comunque, se anche decidesse di scendere in campo con una sua formazione non farebbe altro che aggiungere un altro carretto al convoglio del centro-sinistra aumentando il baccano e la confusione da quelle parti.
Per il secondo il discorso è profondamente diverso: Vannacci rappresenta la destra che si contrappone al centrodestra, una destra pura e dura che sembra non aver paura del perbenismo conservatore in una visione da avanguardista e da futurista. Ripudiato da tutti, esecrato a sinistra ma ancor più a destra, per tacer del centro, lui e i suoi uomini, confutatis maledictis, sono però capaci di attirare consensi, proprio in virtù del loro discorso radicale, non solo dall’universo dell’astensionismo ma anche tra gli elettori di destra rischiando di far mancare una fetta notevole di consensi a Meloni e ai suoi alleati.
Ed è questa la ragione per cui è più inviso a destra che a sinistra, una destra che cerca in tutti i modi di esorcizzarlo ma che non può combattere la guerra dei numeri, dei suoi numeri.
Il risultato elettorale di Reggio Calabria, presentato come un vistoso “flop” del Generale, in realtà conferma la sua capacità di attrarre voti se è vero che ha sfiorato l’11% dei consensi in una regione tendenzialmente di destra, un dato che potrebbe confermarsi anche a livello nazionale dove già ora si accredita di un 7-8% di elettorato. Se l’esorcismo scaccia il demonio è anche vero che lascia stremato e svuotato il posseduto; fuor di metafora, scacciare Vannacci indebolisce il centrodestra che, senza un suo qualche apporto, rischia seriamente di perdere il confronto con la sinistra, anche se siamo ancora in attesa dell’imminente riforma elettorale che però non dovrebbe mutare troppo i termini della questione.
Piaccia o no, Giorgia Meloni dovrà turarsi il naso e confrontarsi in qualche modo col Generale sfidando le ire di Salvini, le convulsioni di Tajani e dei Berlusconi e gli svenimenti di Lupi. A meno che non si voglia continuare con la politica dei buoni sentimenti e dell’intransigenza ideale, con tutte le conseguenze che ne verranno.
E anche a meno che il centrodestra non voglia correggere in senso più restrittivo la sua politica immigratoria magari discutendo di remigrazione, ribaltare la sua politica ostinatamente filo-ucraina e quella supinamente europeista, limitare quella ambientalista accelerando la scelta nucleare, contenere l’arroganza di una certa magistratura che stravolge l’equilibrio dei poteri, e affrontare infine con coraggio l’ipotesi di quella riforma istituzionale che, esibita come un ambizioso punto fermo del programma elettorale nel 2022, è stata poi dimenticata e pudicamente nascosta nel corso della legislatura.
Il solo pensiero che l’Italia possa cadere nelle mani di chi è nemico di tutto ciò, di quella sinistra snobistica e parolaia che vive nella sua realtà virtuale a base di autocompiacimento, bella ciao e antifascismo, ci spaventa non poco. Ma forse, con un po’ di realismo, possiamo evitarcelo.

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
