Negli ultimi 25 anni, persi 23 centri produttivi. L’Italia al lumicino
La politica politicante, si perde a iosa sull’orlo della gonna, su norme limitative al burqa indossato a scuola dalle alunne e sul numero dei ragazzi stranieri ospitati nelle aule.
Tutte materie già regolamentate, cui nessuno aveva dato seguito, ma che agitano a dismisura le “vergini cucce” di una sinistra sempre più distante dai problemi reali incontrati dai cittadini. Ma emerge appena, sempre e solo a livello di polemica non costruttiva, la tragica realtà dell’impennata dei prezzi e del costo di prodotti basilari che faranno alzare ancor più il costo della vita alle soglie dell’inverno.
Soluzioni? Silenzio assordante. La nostra classe dirigente sente odore di elezioni e sembra ormai essersi trasferita ai mercati generali, dove prevale il volume della voce sulla forza delle ragioni. E da questo spettacolo deprimente la società non può ricavare nulla di buono
Eppure, gli italiani su questo aspetto dovranno fare i conti nei prossimi mesi e da lì determinare o meno la fiducia verso la miopia dei nostri politici da baraccone. Per chi aspetta mesi per curarsi o deve scegliere quale bolletta pagare, i funambolismi di qualche ministro servono ben poco, anzi.
Qualche anima pia si illude ancora che i colloqui in corso all’Onu o il buon cuore di Putin possano porre fine alle tensioni in Ucraina e che israeliani e americani mettano fine a guerre che apparivano folli sin dall’inizio. Ma purtroppo, per la ricaduta sui costi energetici, non sarà così.
La guerra in Iran con le tensioni nello stretto di Hormuz e le accise non sono le uniche motivazioni del costo del carburante alle stelle in Italia e in Europa, ma gli aumenti sono determinati anche da scelte politiche e industriali errate protrattesi negli ultimi anni sulla scia delle eco follie green, predicato dall’UE e accettato supinamente dai Paesi membri.
Un elemento determinante nella composizione del prezzo dei carburanti è infatti legato al costo della raffinazione del petrolio e negli ultimi quindici anni, secondo i dati dell’associazione europea di settore Concawe, in Europa sono attive 94 raffinerie contro le 117 del 2009 facendo scendere la capacità di raffinazione di circa il 20% e una stima di 2 milioni di barili al giorno prodotti in meno tra il 2005 e il 2025. L’Italia insieme alla Francia è tra le prime nazioni europee per raffinerie chiuse e oggi nel nostro paese rimangono 11 impianti operativi contro i 16 del 2009 con un calo da 94,2 milioni di tonnellate di prodotti raffinati a 64 milioni, ovvero un terzo della produzione in meno.
Mentre l’Europa chiudeva le proprie raffinerie, la capacità nei paesi asiatici e mediorientali è cresciuta del 50% passando dalla produzione di 25,8 a 38,5 milioni di barili al giorno e anche negli Stati Uniti, dopo anni di cali, si sta registrando un nuovo incremento.
Le motivazioni che hanno portato alla progressiva dismissione delle raffinerie sono determinate sia dai mancati investimenti per l’apertura di nuovi impianti o per l’ammodernamento di quelli esistenti sia per i folli regolamenti ambientali europei. Nel corso degli anni, tenuto conto della nostra pressoché assoluta dipendenza energetica, i governi italiani di ogni colore avrebbero dovuto ergere barricate verso l’Ue. Invece si sono trovati tutti uniti a genuflessi ai perfidi interessi del business del green.
In particolare, a incidere sui costi è il sistema ETS (Emission Trading System) europeo ovvero la tassa sul carbonio che grava sulle emissioni di CO2 delle raffinerie. Se l’obiettivo dichiarato della tassazione green era quello di incentivare la transizione ecologica, l’effetto che ha avuto fino ad ora è stato quello di trasferire la produzione dei carburanti dall’Europa ad altre nazioni che non rientrano nella disciplina Ets spostando perciò solo il problema dell’inquinamento.
Il peso dell’Ets è destinato ad aumentare nei prossimi anni in cui si stima ci saranno ulteriori chiusure di raffinerie in Europa riducendo di un possibile ulteriore 20% la produzione di barili di petrolio.
Così facendo aumenta la nostra dipendenza dall’estero esponendoci alle contingenze geopolitiche non solo per il costo della materia prima, ma anche per quello della sua raffinazione. Questa situazione ha ricadute sia economiche sia di sicurezza energetica poiché i carburanti rappresentano un bene strategico per l’industria e il sistema economico.
Ancora una volta ci troviamo perciò di fronte a scelte politiche errate le cui conseguenze le pagano i cittadini e le imprese, si è infatti andati in una direzione di imposizione di un modello di mobilità che penalizza l’uso dei carburanti senza però tenere in considerazione le richieste da parte del mercato che continua a considerarli imprescindibili e le problematiche geopolitici eventuali.
Tra i soloni del Consiglio d’Europa che cercherà di porvi, tardivamente rimedio?
Anche la mente inutilmente spaziosa del geometra Bonelli non emette suoni.

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
