Dallo spot di Hadja Lahbib alla crisi dell’Unione
È stato detto che un politico può sopravvivere a qualsiasi cosa, tranne che al ridicolo. È dunque altamente probabile che Hadja Lahbib, commissario europeo per le crisi, abbia vita politica brevissima e, con lei, abbia vita non troppo lunga anche l’istituzione che rappresenta, cioè l’Unione Europea.
Come sanno i lettori, la signora belga si è presentata in video promuovendo uno zaino di sopravvivenza per i cittadini europei, da utilizzare in caso di emergenza bellica, come se stesse pubblicizzando una nuova linea di abbigliamento primavera-estate. Tralasciamo i divertenti accessori ivi contenuti: caricabatterie, coltellino svizzero, acqua, accendini, documenti, banconote e -non ridete- un mazzo di carte, più altri ammenicoli; il tutto in grado di favorire un’ipotetica sopravvivenza di settantadue ore a tutti noi. Quale differenza intercorra fra una sopravvivenza di ventiquattr’ore e una di settantadue, vista poi l’inevitabile condanna al decesso nucleare, non è dato sapere.
Ora, il video in sé può anche essere goduto come un intermezzo comico nel drammatico film del riarmo europeo, un intermezzo su cui non è caritatevole ridacchiare crudelmente, ma purtroppo riteniamo che esso rappresenti qualcosa di più.
Intanto dipinge una Unione Europea senza più, appunto, il senso del ridicolo che affida a una figurante di terz’ordine una parte che altri, più consapevoli, hanno declinato, secondo il noto principio “vai avanti tu che a me viene da ridere…”. Se preso sul serio, lo spot della Lahbib però ci ragguaglia adeguatamente sul livello intellettuale e culturale di certi rappresentanti europei tra cui primeggia, oltre al commissario belga, anche l’Alto rappresentante per la politica estera, in pratica il ministro degli esteri UE, carica non proprio secondaria, che risponde al nome di Kaja Kallas, un’estone fino a qualche tempo fa ignota ai più e oggi conosciuta per una febbricitante russofobia dovuta a sue antiche vicende familiari e attualmente in primissima linea nella crociata bellicista contro Putin.
Se alla stupidità mediatica della Lahib e alla psicosi guerresca della Kallas si aggiunge la fredda determinazione della Von der Leyen nel portare l’Europa al riarmo (scusate, alla “prontezza”) in previsione di uno scontro futuro con la Russia, spalleggiata da interventisti come Macron e Starmer e spinta dagli oscuri (o forse neppure tanto oscuri) interessi dell’industria bellica europea, be’ abbiamo veramente da preoccuparci e, forse, possiamo prendere sul serio anche lo zaino della Lahbib.
Quello che emerge da tutti questi fatti, oltre al sonno della ragione che li pervade e a un’evidente volontà di guerra -che si contrappongono alla paziente e spregiudicata lucidità putiniana e alla ferrea volontà trumpiana di far tacere le armi- è però l’uso sempre più goffo della propaganda, una propaganda che tenta inutilmente di nascondere l’irrilevanza europea e l’incapacità dell’Unione di costruire una prospettiva di lungo termine nelle questioni internazionali, sia sotto l’aspetto politico sia sotto quello economico; sostituendola con l’esibizione di una forza e di una compattezza militari che non possiede, tant’è vero che ricorre all’inedita formula dei “volonterosi” che con l’area europea coincide solo in parte e che al momento, oltre a un torrente di chiacchiere, non ha ancora partorito nulla di concreto se non la folle e pericolosissima ipotesi di mandare soldati europei vicino alla linea di fuoco, con le possibili conseguenze che ogni persona normale può immaginare.
Dicevamo della propaganda. Al di là della penosa ma significativa trasformazione del termine ReArm in Readness, come se si avesse a che fare con un pubblico di disabili cognitivi, sono state mobilitate tutte le forze europeiste, euroliriche, eurofanatiche, euronarcisistiche, euroculturali che si potevano raccattare nelle compagini politiche e nella società civile e le si è portate in piazza, sulle pagine dei giornali, negli studi televisivi, nei superattici e negli scantinati dei social, per supportare un’istituzione ipocondriaca da anni, malaticcia, perennemente in prognosi riservata e con l’ossigeno al naso.
Dalla piazza chiamata all’ autocertificazione europeista, radunata a Roma da Repubblica, alla battaglia sul Manifesto di Ventotene, con tutte le torsioni storiche e dialettiche a cui è stato sottoposto; dalla fantasmagorica piaggeria teatrale di Benigni ai ben educati e ben pettinati articoli del Corriere dove Mieli, Panebianco, Galli della Loggia, Polito in un unico e armonico accordo, ci mettono ogni giorno in guardia dal declino continentale; dal pensoso e quotidiano appiattimento della Stampa su qualsiasi luogo comune perbenista alle immancabili esternazioni quirinalizie; tutto si posiziona, concorda, converge verso un pensiero unico ben strutturato, ben curato, ben armato di retorica e strumentario dialettico in grado di far penetrare l’idea escatologica secondo cui nulla salus extra Europam.
Cosa di cui peraltro, al di fuori dell’ambiente europeista e militante, ben pochi sono convinti; per tacere dell’America trumpiana che ormai ci vede come parassiti e nemici di cui peraltro non occuparsi troppo: meglio pensare alla Groenlandia. A proposito, se gli USA si dovessero pigliare quell’isola immensa con la forza, l’Europa spedirà cannoni, cacciabombardieri, carri armati, droni e missili al governo di Nuuk o, in alternativa, al re di Danimarca?
Tutti ormai percepiscono l’aumento di pressione propagandistica di questi ultimi tempi, coincidente, guarda caso, con la progressiva erosione dell’idea stessa d’Europa di fronte alla prima vera e dura prova storica, con lo strisciante disfacimento della sua politica interna ed estera, con la sua evidente impotenza nel gestire oltre alla sua struttura anche la sua immagine, soprattutto nella questione Ucraina dove l’asse Trump-Putin l’ha estromessa brutalmente da ogni trattativa. Si nota ormai un crescente nervosismo nei pensieri, nelle parole, nelle opere, nelle omissioni della classe dirigente dell’UE, e resta ancora da vedere che cosa succederà dopo l’adozione dei dazi americani.
La forza delle cose e della storia sta aggredendo in modo sempre più corrosivo questa costruzione molto ideologica e poco ideale (checché ne pensino i “ventotenisti”), molto elitaria e ben poco radicata nella vita dei popoli, parecchio burocratica e pochissimo efficiente, sempre più autoreferenziale e per nulla empatica verso la gente comune che pretende di governare.
Forse è proprio quel nervosismo che, da Bruxelles, è sceso a incrinare il ben noto aplomb di un certo professore bolognese -il quale, per molto tempo, ha incarnato da noi l’idea stessa d’Europa- sino a fargli tirare per i capelli una brava ragazza che gli ha posto solamente, educatamente, una innocua ma imbarazzante domanda giornalistica…

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
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Una analisi straordinariamente vera e puntuale, condita con raffinata ironia.
Splendida carrellata su un panorama desolante di un’Europa che non esiste più, distrutta dai trip egotici di capi di stato, strettamente legati agli interessi di una élite, piuttosto che al bene dei loro popoli!