Fonte: Fondazione Leone Moressa, Rapporto sull’economia dell’immigrazione 2026, Executive Summary, 13 ottobre 2026.
Quarantacinque miliardi di entrate fiscali e contributive, quarantaquattro di uscite, risultato: un saldo positivo di un miliardo.
È questo il bilancio presentato dalla Fondazione Leone Moressa sull’impatto economico della presenza straniera in Italia, un dato che viene facilmente trasformato in una bandiera da chi vuole dimostrare che l’immigrazione convenga alle casse pubbliche, ma tra un saldo contabile e una conclusione politica c’è una bella differenza.
Su 45 miliardi di entrate, il margine è di poco superiore al 2%. Positivo, certamente, ma abbastanza esiguo da imporre prudenza, non celebrazioni.
Per capire davvero il significato di quel miliardo bisogna sapere come sono state calcolate le entrate, quali spese siano state attribuite alla popolazione straniera e quali ipotesi siano state utilizzate, senza queste informazioni, il numero rischia di diventare soprattutto uno strumento di propaganda.
Le uscite, intanto, non sono irrilevanti: 19,4 miliardi per la protezione sociale, 8,3 per l’istruzione, 3,3 per giustizia e sicurezza, altri 2,5 per accoglienza e integrazione.
Sono risorse pubbliche che meritano un’analisi seria, non basta sommarle per dimostrare che l’immigrazione sia un peso, così come non basta contrapporvi le entrate per proclamare che sia un affare, occorre distinguere tra spese aggiuntive, costi ordinari dei servizi e criteri di ripartizione adottati nello studio.
C’è poi un elemento decisivo: una popolazione mediamente più giovane contribuisce oggi al sistema previdenziale ma questo dipende dall’occupazione, dai salari, dalla regolarità del lavoro e dalla continuità dei contributi, non è una garanzia permanente.
Quarantacinque miliardi entrano, quarantaquattro escono, il dato va preso sul serio ma non trasformato in un santino, perché un miliardo di saldo positivo non è la prova definitiva del successo dell’immigrazione.
