Mortui resurgent. Oggi, 2 novembre, come sempre, la “sterminata folla” dei cari fedeli defunti c’implora di riflettere sul senso della nostra breve esistenza in hac lacrimarum valle: crediamo forse di essere imperituri?
«Ihr, verfluchten Racher, wollt Ihr denn ewig leben?!» («Dannati bastardi, volete forse campare in eterno?!») erano le soavi paroline con cui Federico II di Prussia apostrofava – gentilmente! – i soldati alla storica battaglia di Kolin (18 giugno 1857), che giustamente avrebbe perso…
Del resto, “the paths of glory lead but to the grave” (“I sentieri della gloria non conducono che alla tomba”), sentenziava Thomas Gray nell’allegretta Elegy written in a Country Church-yard (Elegia scritta in un cimitero rurale, 1750).
Eppure il superpotere tirannico dei dominatori del Globo, anziani “boss della guerra”, con già un piede e mez/zo nella fossa, tipo l’incorreggibile “Bibi Sterminator” Netangaz o il vampiresco zarino Ras-Putin, vassallo del Celeste Imperatore mandarino Xi, col pazzerello sodale a stelle-e-strisce, l’implacabile platinato “the Don” 2 il vendicatore, è edificato su montagne di cadaveri “portati in braccio dalla corrente” (canterebbe De André), ragazzi arruolati a forza, trasformati in carne-da-cannone e spediti a spararsi addosso adesso, ad ammazzarsi scortesemente e “crepare in un giorno di maggio”, o di qualsiasi mese, dritti all’inferno, d’inverno o d’estate, di primavera o d’autunno, nonché civili indifesi – bambinelli inclusi –, abbondantemente bombardati ed affamati. Tali despoti, devoti al demoniaco idolo Denaro, il biblico Vitello Aureo, fregandosene bellamente (bellicosamente) della minacciosa crisi climatico-ambientale, renderanno poi in eredità a figlioli e nipotini il Pianetucolo azzurrognolo ingrigito, intristito da un’inumanità vacua, impagliata, un iperpopolato deserto sterile e devastato – la Waste Land (1922) di Eliot –, una biosfera che magari si estinguerà “non con uno scoppio ma con un piagnisteo” (The hollow Men, 1925). Satana, Principe delle Tenebre, li reclama per la proprie triplici fauci fameliche.
Archiviata la buriana di scemenza halloweeniana riesumata dall’aldilà oltreoceanico ad Ognissanti (potevamo esimerci dalla scocciante americanata del “dolcetto o scherzetto”?!), il 2 novembre, sempre, i “più” – simbolo crociato (+) –, cioè i cari fedeli che ci han preceduti nel misterioso “paese donde nessun viaggiator ritorna” (per citare il Bardo), ci implorano di riflettere sul senso profondo della nostra breve permanenza in hac lacrimarum valle (sovente fonte di risate e gioie, ovviamente, a smentire il pessimismo cosmico leopardesco): crederemo mica di essere imperituri?…
Presto o tardi, tutti diventeremo ombre.
Preghiamo reciprocamente.
Le visioni poetiche dei malinconici pagliacci
Niente paura: quando c’è lei, la commare secca con la falce lucente, noi non ci siamo – e viceversa –, se ascoltiamo la filosofia terapeutica dell’insano Lucrezio (De rerum natura).
(Emilio Villa, 1947)
E arriveranno “i radi ragionamenti […] in articulo”.
Saluteremo e abbandoneremo il gravoso “fardello esistenziale” dell’heideggeriano progetto gettato, “balenando in burrasca” a imitazione dei gabbiani di Cardarelli.
(Giorgio Caproni, Commiato del viaggiatore cerimonioso, Garzanti, Milano, 1965)
Un auspicio, un invito a “morire il necessario, senza eccedere” (Wislawa Szymborska, Autotomia, 1972), perché “l’abisso non ci divide”, accoglie.
(Anna Achmatova, Vi avverto…, 1940)
“Essere o non essere, ecco il dilemma!”, era il celeberrimo dubbio amletico (III, 1): “Meglio soffrir nell’animo i proietti e gli strali dell’offensiva fortuna, o armarsi contro un mare di affanni e, pugnando, porvi fine?”.
“Spegniti dunque, corta candela!” , invocava invece Macbeth (V, 5), paragonando la misera sorte, che ci accomuna nel precario pellegrinaggio terreno, a “un povero istrione che si dimena e pavoneggia sulla scena del mondo un momento solo e in seguito si zittisce, favola raccontata da un idiota, piena di strepiti e furori, che non significa nulla”.

