Cultura “nativa” e sottocultura in cerca di radici. Scontro dell’appartenenza ancora esclusa dalle città?
Geografica e dovuta premessa
I “maranza” intesi come termine per identificare giovani che si distinguono per costumi e usanze, non c’entrano nulla con il paese di Maranza in Val Pusteria. Il termine gergale si riferisce a una specifica subcultura giovanile urbana, mentre la località alpina è un ridente comune turistico dell’Alto Adige, in provincia di Bolzano. Un bel posto davvero.
I “maranza” e gli scontri davanti al liceo
Il giorno del Signore 27/10/2025, Torino si è ritrovata alle prese con uno sgradito, ulteriore capitolo di un romanzo metropolitano che nessuno ha ancora saputo descrivere in modo compiuto.
Davanti al liceo Einstein, un volantinaggio “contro la sottocultura maranza” è degenerato in scontri, denunce, e slogan. Giovani contro giovani, periferia contro scuola, maranza e odio contro la polizia. In mezzo, la città che osserva con gli sguardi corrucciati. Qualcuno minimizza, la maggioranza s’indigna senza metri di misura per capire.
I maranza, ricordano gli “indiani metropolitani” degli anni 70. Come loro, “scendono a valle” dopo essersi radunati dietro i cespugli della causticità, quindi imperversano in gruppo, disfano, fanno rumore, ma non sono un fenomeno recente. Perlopiù sono ragazzi di quella “seconda generazione”, cresciuti in quartieri ai margini delle città e che arrivano al centro visto come territorio da sottomettere, a cosa non si sa. Tuttavia, non mancano i figli di una società borghese e le frange anarchiche di smarriti “centri sociali”.
Ma il maranza, “chi sarebbe costui?”
il termine ha origine incerta, forse meridionale, forse dallo slang milanese correlata al Marocco, sicché, quelli che furono i tamarri del sud, oggi sono i maranza, un eterogeneo fenomeno giovanile generatosi nelle periferie. Hanno il loro stile e una loro e etica; rumorosa, muscolare, esibita, fatta di tute, trap, scooter e piccoli, frequenti reati. Un modo per dire “ci siamo”, ma niente di più preciso, poiché di esserci non sono sicuri neppure loro.
Per un boomer nato in barriera di Milano, come l’autore di questo pezzo, lo scontro etico & fisico, ricorda l’avvento dei “meridionali” nella periferia in quegli anni ‘60, quando i nostri prati si trasformarono in case popolari. Tempi di zuffe e sassaiole, ma noi “nativi” eravamo in tanti. Risultato: qualche anno di tensione e poi: amicizia, interscambio culturale, c’era lavoro in città… tutti andavano a scuola sullo stesso tram.
Oggi il rapporto “maranza”/giovani integrati non è più lo stesso e se si sommano le baby gang e le maxi gang, la popolazione autoctona è in minoranza. La gente mite esce poco la sera, scuote la testa, ha paura e spera poco nella polizia. Molti guardano al futuro individuando il seme di un prossimo aumento del contesto criminale.
Quello che colpisce da basso, non è tanto il disagio sociale, quanto il corto circuito culturale. Da una parte una società civile che, senza colpe pregresse, pur diffidente e sempre più critica, resta aperta, accogliente, tesa ad includere i maranza nella scuola, nello sport, nella vita quotidiana della società. Dall’altra, il terreno instabile di giovani dalle radici lontane.
Da un’immigrazione compressa in uno spazio-tempo difficile da semplificare, ne è scaturita una realtà complessa, dove i maranza sono un sottogruppo di gioventù che reclama visibilità in una società accusata di emarginazione, laddove la mente senza terra natia, non vuole o non sa riconoscere, né riconoscersi nel chissà dove. Una tribù che adotta i codici del Paese in cui sta crescendo, ma li piega a una esternata rabbia, spesso svuotata di ogni senso d’appartenenza.
Non è un “battito animale” (Raf), quell’istinto primordiale che spinge a liberare un’energia difficile da controllare di fronte a situazioni in cui ci sentiamo estranei, soffocati, minacciati. Non è neppure un “dadaismo intellettuale”. È un anarchismo sterile, pericoloso in quanto solo fine a se stesso, che si organizza nei medi e grossi centri urbani.
In fondo, l’atteggiamento dei maranza: risoluto, identitario e spavaldo, è una parodia di quella stessa cultura italiana che cercano di respingere. È la caricatura di un potere maschile, un riflesso deformato dell’italianità più provinciale. È la voglia di far parte, travestita da sfida. È il risultato è un fenomeno che appare antisistema, ma che in realtà ricalca gli stessi codici del sistema: gerarchia, culto della forza, esibizione di status. Eppure imperversa quasi impunita da una società in inferiorità reattiva e soprattutto, meno vuota e arrabbiata.
lunedì 27, Torino, come per tante altre città e futili pretesti, è stata teatro di questo gioco di specchi tra una metropoli che, per quanto imperfetta, resta civile, pluralista e accogliente; e una gioventù che non accetta l’eredità culturale di cui pure fa parte.
Non è più questione di integrazione o esclusione: è questione di riconoscimento reciproco. Non si può pretendere di essere “riconosciuti” e allo stesso tempo non sentirsi o proporsi come “facente parte”, spaccando, senza offrire o chiedere niente di preciso in cambio.
I maranza non sono nemici della società, sono un sintomo di frastornante malattia. Chi osserva con curiosità antropologica o con allarme politico, dovrebbe anche chiedersi quando, dove e perché l’identità diventata così fragile da istigare il tumulto nocivo come unica prova di esistenza.
Il governo stanzia soldi per la sicurezza, nel frattempo, dal sottosuolo urbano di una società sempre più caleidoscopica, il brontolio islamista si fonde con l’estremismo violento e senza meta, con lo spaccio senza Dio. Con un disagio che serpeggia, che si allea “contro” le icone e i principi civici della nostra accogliente, autocritica, buonista società. Italia che seppe crescere con sacrificio & cristiano insegnamento ancora fertile tra le ossa della gente di una certa età.
L’Italia litiga, ma accoglie, modula, si adegua progressivamente al trambusto di una società nuova. Torino non è una città che respinge, è una città che offre più di quanto si voglia ammettere, e che chiede, come il resto del Paese, di essere riconosciuta anche da chi ne abita i margini, senza essere trasformata in disprezzato, preconfezionato habitat/status di svilita società democratica e civile.
Queste ed altre cose di cui Torino, Milano, Napoli e l’Italia intera devono andare fieri, anziché farsi del male, mettendo in discussione un’accoglienza colpevole, razzista, monistica, integralista, e via dicendo, dicendo… Opinione spicciola dell’autore: reminiscenza di “sociologia urbana“; vetusta, incartapecorita memoria di remota università.

Purtroppo il degrado aumenta, complice anche dell’ormai perduto senso civico. Troppa tolleranza, troppa realtà virtuale che impedisce di riconoscere quella reale. Troppa indulgenza anche da parte di genitori che non sanno o non vogliono essere una guida. Una società ormai allo sbando dove le regole della civiltà sono diventate irriconoscibili.
Di maranza ne abbiamo abbastanza ce ne sono in abbondanza, tutti magri senza panza,un fenomeno che avanza,qui da noi come in Franza
non mancano le parole per far un blues: romanza,baldanza, arroganza, ambulanza, fidanza, paranza, affittanza, adunanza… Insomma, buon lavoro che ci vuole. Lo sa anche mia zia Enza e potremmo farne senza,perché ronza questa sbronza… E vai 👍😊
,
Purtroppo le frange violente ci sono sempre state, ma chi sono i “maranza”? Da quanto sento e leggo non solo qui, non direi i succedanei di tamarri, zarri, corti ecc…Forse oggi, in un clima sociale e politico avvelenato dall’odio, non solo in Italia, questi episodi possono inquietare più di qualche anno fa. O no, forse mi sbaglio. Anche io sono una boomer, probabilmente già decerebrata per raggiunti limiti di età, ma il clima che percepisco è molto preoccupante…