Il vero spreco non era investire nei migliori, ma averli lasciati andare
C’è una linea sottile che separa la tutela dell’identità militare dall’autoreferenzialità. Oggi, nella formazione dei giovani Ufficiali dell’Esercito, quella linea sembra essere stata oltrepassata. La scelta di chiudersi sempre più all’interno
dell’istituzione, rinunciando al contributo di professionisti civili altamente qualificati, non appare come una strategia di rafforzamento, ma come un arretramento culturale. I recenti fatti di Trieste, dove alcuni giovani Ufficiali dell’Esercito si sono distinti salvando un automobilista precipitato in mare, dovrebbero indurre a una riflessione seria. Quei militari hanno dimostrato sangue freddo, capacità tecnica e padronanza dell’ambiente acquatico grazie anche alla formazione ricevuta nel corso di Nuoto Operativo, un percorso addestrativo unico nel suo genere che prepara gli allievi ad affrontare emergenze reali, ben oltre la semplice attività sportiva.
Quell’intervento ha ricordato a tutti che l’addestramento di qualità non è un lusso: è ciò che, in pochi secondi, può fare la differenza tra la vita e la morte. Quel corso non nacque per caso. Fu il Generale (Ris.) Alfio Briani, con la lungimiranza che distingue i veri comandanti, a introdurre il Nuoto Operativo nei programmi addestrativi del Dipartimento di Educazione Fisica che dirigeva, comprendendo prima di altri quanto fosse indispensabile fornire ai futuri ufficiali competenze operative specifiche in ambiente acquatico. Una scelta innovativa che seppe valorizzare la collaborazione tra professionalità militari e civili altamente specializzate, creando un modello formativo che ancora oggi rappresenta un’eccellenza difficilmente eguagliabile.
Tra queste professionalità spicca quella del professor Marco Barsanti, istruttore civile che per oltre vent’anni ha dedicato la propria esperienza alla formazione degli allievi ufficiali. Docente e istruttore di nuoto e salvamento, ha costruito nel tempo un patrimonio di competenze unico, frutto di studi, specializzazioni tecniche e di una continua ricerca maturata sul campo. Un percorso professionale caratterizzato da una combinazione rara di conoscenze scientifiche, capacità didattiche ed esperienza operativa, che ha contribuito a sviluppare una metodologia di formazione in ambiente acquatico difficilmente replicabile. Ed è proprio qui che emerge il problema.
Da decenni, nell’ambito della preparazione fisica, anche in contesti complessi come l’ambiente acquatico, operano figure professionali civili con titoli universitari, competenze avanzate ed esperienze maturate in anni di collaborazione con le Forze Armate. Non semplici istruttori, ma formatori a tutto tondo, capaci di incidere sulla crescita fisica, mentale e caratteriale di generazioni di allievi ufficiali. Oggi queste stesse figure vengono progressivamente messe da parte. Considerate improvvisamente “non più utili”. E la motivazione ufficiosa che circola è tanto semplice quanto sconfortante: il risparmio. Un mero risparmio istituzionale di denaro, elevato a criterio guida di una scelta che incide direttamente sulla qualità della formazione dei futuri comandanti.
È qui che la questione smette di essere amministrativa e diventa politica, nel senso più alto del termine. Perché se è vero che le risorse pubbliche devono essere gestite con rigore, è altrettanto vero che tagliare dove si costruisce competenza non è rigore: è miopia. Soprattutto quando, nello stesso sistema, gli sprechi per attività marginali, iniziative di facciata e progetti di dubbia utilità sembrano non trovare mai la stessa severità contabile. Il paradosso è evidente: si risparmia sulla formazione seria e si tollerano costi superflui altrove. Si sacrificano professionisti con decenni di esperienza per sostituirli con giovani militari che, pur animati da entusiasmo e spirito di servizio, non possiedono ancora le stesse caratteristiche, né la stessa maturità didattica, né la stessa profondità culturale.
Il risultato è un addestramento che rischia di diventare più povero proprio nel momento in cui dovrebbe essere più esigente. Perché formare un Ufficiale non significa solo insegnargli a eseguire ordini o a superare prove fisiche. Significa educarlo alla responsabilità verso gli uomini che un giorno guiderà. Significa trasmettergli metodo, senso del limite, consapevolezza del rischio, capacità di apprendere dagli altri. Tutte qualità che non nascono per decreto, ma si costruiscono anche grazie all’incontro con professionalità diverse, con punti di vista esterni, con l’eccellenza che spesso vive fuori dalle mura dell’istituzione. La vicenda di Trieste insegna esattamente il contrario.
Quando la preparazione è eccellente, i risultati emergono spontaneamente, senza proclami. Dietro un salvataggio riuscito non c’è l’improvvisazione, ma anni di studio, metodo, addestramento e la trasmissione di competenze da parte di istruttori che hanno dedicato la propria vita a formare altri uomini. È questa la vera eredità che un’istituzione dovrebbe custodire, non disperdere. La retorica della chiusura, mascherata da difesa dell’identità militare, finisce così per produrre l’effetto opposto: impoverisce l’istituzione invece di rafforzarla.
Un Esercito moderno non è quello che si isola, ma quello che sa scegliere, con intelligenza, chi far entrare nei propri processi formativi senza per questo rinunciare alla propria anima. E proprio per questo le competenze costruite in decenni di studio, sacrificio e ricerca non possono essere archiviate con una semplice decisione amministrativa. Il patrimonio professionale creato dal Generale (Ris.) Alfio Briani e sviluppato anche grazie al contributo di professionisti come il professor Marco Barsanti non appartiene a una singola struttura, ma rappresenta un valore per l’intero Paese.
A Torino il progetto del Nuoto Operativo continuerà quindi il proprio percorso, aprendosi a una nuova stagione formativa e coinvolgendo militari, appartenenti alla Protezione Civile, Vigili del Fuoco, operatori del soccorso e tutti coloro che desiderano acquisire una reale professionalità nell’intervento in ambiente acquatico. Perché la competenza, quando è autentica, non conosce confini amministrativi. E forse è proprio questa la lezione che arriva da Trieste. Le vite salvate non hanno chiesto quale uniforme indossasse chi aveva insegnato a quei giovani ufficiali a muoversi in acqua. Hanno dimostrato soltanto una verità semplice: la professionalità salva vite.
I bilanci dello Stato possono essere pareggiati con qualche taglio. La competenza, invece, una volta dispersa, non si ricompra con nessuna variazione di bilancio. E un Paese che considera un costo chi forma uomini capaci di salvare altre vite, prima o poi finirà per scoprire che il vero spreco non era investire nei migliori, ma averli lasciati andare.
Alberto Scafella

Il Nuoto Operativo non appartiene a una singola istituzione, ma alla cultura della sicurezza e del soccorso. Continuerà a crescere anche al di fuori delle Forze Armate, mettendo la propria esperienza al servizio di tutti coloro che, per professione o per vocazione, vogliono essere protagonisti nella tutela della vita umana in ambiente acquatico. Perché le competenze autentiche non si fermano davanti a un cancello: trovano sempre nuove strade per essere trasmesse e per continuare a salvare vite.