Molto indicativa l’antica Mappa mundi
Oggi, con Google Maps è tutto così apparentemente semplice: i risultati, grazie ai satelliti, sono strabilianti, tanto più se pensiamo da dove siamo partiti: le radici infatti affondano nelle mappe mundi, nella loro semplicità, avevano il potere di evidenziare un diffuso horror vacui e nello stesso tempo un senso di dominio.
Per gli uomini che vissero prima delle grandi scoperte geografiche, la rappresentazione del mondo era strutturata sostanzialmente sull’immaginario. Non conoscendo le caratteristiche die paesi lontani, era fisiologico che quei territori misteriosi divenissero universi nei quali potevano albergare creature “impossibili”. Per esempio l’Africa era nota fino ai confini dell’Atlante, mentre le sorgenti del Nilo erano totalmente dominio della fantasia e quindi, in tale assenza di conoscenze, potevano scaturire le più astruse congetture.
In effetti non dobbiamo dimenticare che da sempre il viaggio è stato occasione per inventare storie…
È in tal senso molto indicativa l’antica Mappa mundi (Beatus super Apocalypsim, Burgo de Osma, 1086): si tratta di uno dei primi esemplari cartografici medievali in cui le terre sconosciute, mai esplorate, sono contrassegnate dalla figura di “mostri” più tipici dell’iconografia teratologica medievale, passata dalle miniature alla scultura romanico-gotica con le sue drôleries.
La presenza di soggetti del genere attesta anche l’utilizzo fortemente simbolico della cartografia medievale, che trovava nelle popolazioni mostruose un utile referente visivo per meglio mettere in evidenza la separazione tra il civile e il selvaggio.
La cartografia medievale si strutturava su un impianto visivo che era di natura sostanzialmente simbolica: esemplare è il tipo a TO, o terra tripartita. Prevede una forma generale tonda data dall’anello di acque dell’Oceano, che forma la O. Al suo interno stanno le terre emerse, che disegnano una T perché suddivise in tre parti. La metà superiore del cerchio è l’Asia, mentre l’altra metà è ripartita tra Europa e Africa. Costante che si rispecchia nella letteratura periegetica contemporanea è l’indiscriminata commistione tra elementi empirici e fantastici. Anche la memoria di un evento religioso (come il viaggio dei Magi o il Diluvio universale) è inserita tra gli elementi fissi (F. Pellegrino, Geografia e viaggi immaginari, Milano 2006, p. 35).
Nelle carte del periodo, il centro era regolarmente occupato da Gerusalemme, spesso in diretta relazione con il Paradiso terrestre; non mancavano poi riferimenti al Prete Gianni, come guardiano delle estreme aree ancora civili, prima degli spazi dominati dal mistero e di conseguenza territori in cui la mostruosità era conditio sine qua non degli esseri viventi ivi stanziati. L’idea che vi fosse un regno cristiano oltre il dominio musulmano vide la luce nel XII secolo e si basò sulla lettera apocrifa scritta dal Prete Gianni, un cristiano nestoriano discendete dei Magi.
Come già sottolineato, per molto tempo la percezione dello spazio da parte degli uomini era fortemente intessuta di elementi immaginari, in cui la realtà geografica e quella mitica si amalgamavano; inoltre, l’interpretazione era anche condizionata dalla dimensione sociale e religiosa.
In ogni caso, se gli antipodi erano relegati a territori lontanissimi, in buona sostanza risultavano più accettabili dalla cultura occidentale, soprattutto quella cristiana, che conferiva all’alterità ambiti circoscritti, isolati dallo spazio dell’uomo civile.
Un interessante esempio della presenza di popoli lontani destinati a essere per sempre espressione della totale alterità da cui ebbe origine il male assoluto, ci giunge dall’immagine di Gog e Magog, che incontriamo nell’Antico e Nuovo Testamento, nel Corano e spesso indicate come le terre di origine delle popolazioni barbare, pagane e naturalmente mostruose.
Va comunque osservato che le credenze sulle popolazioni mostruose ebbe un notevole strascico anche quando le esplorazioni avevano ampliato le conoscenze geografiche medievali. Ciò si verificò per la necessità di disporre di elementi simbolici visivi e letterari atti a evidenziare quelle differenze etniche e culturali che le scienze di allora non erano ancora in grado di interpretare e di collocare in un equilibrato repertorio etnologico.
