Smartphone & confusione. La tecnologia e la gente di una certa età
Uno tra i tanti, c’è un paradosso infernale che attraversa il nostro tempo, colpisce e non fa prigionieri, mascherato da progresso, da genialità in esaltante sviluppo. Non è così. Una società che costringe una persona anziana, e che ha fatto il suo tempo, a maneggiare uno smartphone, un codice d’accesso o una procedura a più fattori per esercitare i propri diritti fondamentali o accedere ai servizi che gli spettano, non è una società moderna e civile.
Dubitare è d’obbligo, anche se il pensiero si fa atroce. È una subdola comunità che ha deciso di sbarazzarsi dei propri anziani, complicando loro la vita fino a renderla un percorso a ostacoli? È meditata scelta del potere perché il contatto umano e l’assistenza in presenza sono diventati costi ritenuti troppo alti?
Nel giro di pochissimi anni, il rapporto umano si è dissolto in una galassia di app, portali web, risponditori automatici e labirinti informatici. Sono scomparsi quegli sportelli nei quali l’intelligenza umana, fatta di sguardi, pazienza e parola, bisticciava, dialogava, cercava di capirsi. Al loro posto è subentrata una fredda burocrazia digitale che non ascolta, ma impone all’interlocutore di attendere, di inserire lo Spid… di “premere il pulsante 1,2,3”… Di adattarsi al linguaggio della macchina.
Poi, musichetta: “rimanere in lista d’attesa per non perdere la priorità”. La pazienza aiuta gli audaci. Infine, per gli esami c’è posto tra un mese a Posillipo. Peccato che sto telefonando da Alessandria…
La conquista tecnologica, sbandierata come strumento di emancipazione, si è rivelata un privilegio per le generazioni più giovani e un’esclusione sistematica per chi non è nato con uno smartphone tra le mani. Non vi è stato un miglioramento equo per tutti. Se per pagare una bolletta, richiedere un documento o prenotare una visita medica essenziale, un anziano, magari con la vista labile, deve dipendere dalla disponibilità di figli e nipoti, significa che il patto sociale si è spezzato.
I nostri padri, coloro che hanno ricostruito e materialmente edificato il mondo di cui oggi usufruiamo, si ritrovano sempre più spesso, stranieri in patria, spogliati della propria autonomia e dignità, privi di punti di riferimento e di umanità.
Ma la riflessione non si arresta al presente. Se osserviamo la traiettoria di questo sviluppo demenziale il tracciato è ripetitivo. Dunque, diventa facile presagire che anche la generazione oggi dominante verrà inghiottita e superata dal ritmo della tecnologia di domani. Ogni epoca rischia di essere resa obsoleta da quella successiva con una crescente e disarmante rapidità.
Da ora in avanti più che mai, invischiati dall’intelligenza artificiale, a cui abbiamo affidato il futuro dell’umanità. Presuntuosa vanità che via via ci sta disperdendo in una rincorsa affannosa dove il metro di misura non è più il benessere dell’uomo, ma la velocità del codice.
Dalla prospettiva della mia età, la sensazione è che ci stiamo affidando a un mondo che non è più umano né reale, ma soltanto apparentemente comodo. Un mondo che scambia l’efficienza con la qualità della vita e la velocizzazione delle pratiche con la giustizia sociale. E nel progetto, la gente di una certa età non produce, ma costa. Va messa da parte.
”D’ora in avanti, per pagare l’autostrada collegarsi con l’apposita stazione spaziale!”
La vera modernità non risiede nella scomparsa fisica delle persone dalle strade o dagli uffici pubblici, ma nella capacità di governare la tecnologia senza smarrire il rispetto per la fragilità e la memoria collettiva. Finché un’applicazione sarà l’unico cancello per accedere a un diritto, la nostra non sarà una società più avanzata, ma soltanto una società più sola.
“E se qualcuno ritiene che ci sia qualcosa da aggiungere, deve premere il pulsante 8 e rimanere in attesa di un nostro algoritmo/operatore umanizzato che pare vero”…
Carlo Mariano Sartoris
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