Una riflessione sul bisogno umano di cercare Dio
Non credo di aver mai cercato Dio davvero. Per molti anni mi sono limitato a sapere che la domanda esisteva. Dio c’è oppure no? Una di quelle domande enormi che accompagnano l’umanità da sempre e che, proprio perché sono enormi, finiscono spesso ai margini della vita quotidiana.
Ci si alza, si lavora, si fanno progetti. Ci si preoccupa per il denaro, per la salute, per il tempo che passa. Dio può aspettare. Poi accade qualcosa. Può essere un funerale. Una persona che fino a pochi giorni prima parlava, rideva, ricordava, improvvisamente non c’è più. Il corpo è ancora lì, almeno per qualche ora. Ma quella persona no. Ed è allora che una domanda che sembrava filosofica diventa personale. Dove è finita?
Non il corpo. Ma la voce, i ricordi, quel modo particolare di sorridere, le frasi ripetute mille volte, le cose che solo quella persona ricordava. È davvero scomparso tutto? Forse è da qui che comincia la ricerca. Non dalla necessità di dimostrare Dio. Dalla difficoltà di accettare che ciò che abbiamo amato possa cessare completamente di esistere.
Gli uomini hanno cercato risposte ovunque. Nei miti, nelle religioni, nella filosofia, poi nella scienza. Abbiamo imparato a conoscere il corpo umano, il cervello, le cellule. Abbiamo scoperto galassie lontanissime e ricostruito eventi accaduti miliardi di anni prima che esistesse qualcuno capace di osservarli. Oggi possiamo fare qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impossibile. Possiamo sederci davanti a uno schermo e fare domande a una macchina.
Possiamo chiederle che cosa pensavano Platone, Agostino o Spinoza. Possiamo farle confrontare religioni, filosofi e neuroscienziati. Possiamo interrogarla sulla coscienza, sulla morte, sull’origine dell’universo. La macchina risponde. Spesso bene.
Eppure, terminata la risposta, qualcosa rimane ancora da capire. Possiamo sapere come funziona la memoria. Ma questo non spiega perché un ricordo, dopo trent’anni, possa ancora stringerci la gola. Possiamo descrivere ciò che accade nel cervello quando ci innamoriamo. Ma non perché proprio quella persona, fra milioni, diventi per noi insostituibile. Possiamo conoscere l’età dell’universo. Ma continua a esistere una domanda quasi infantile: Perché c’è qualcosa invece di niente? Che cosa significa, per noi, esserci?
Per molto tempo ho pensato che il progresso della conoscenza avrebbe ridotto poco a poco lo spazio destinato a Dio. In parte è accaduto. Le epidemie non sono punizioni. I fulmini non sono messaggi. Le eclissi non annunciano necessariamente sciagure. E questo non mi sembra una sconfitta. Se Dio esistesse davvero, sarebbe curioso immaginarlo infastidito dal fatto che gli uomini comprendano meglio il mondo. Il problema nasce, forse, quando utilizziamo Dio soltanto per riempire ciò che ancora non sappiamo. In quel caso ogni scoperta lo rende un po’ più piccolo. Ma c’è un’altra possibilità. Forse Dio, o comunque ciò che chiamiamo Dio, non nasce soltanto dalle cose che non sappiamo spiegare. Forse nasce dalle cose che, anche quando abbiamo provato a spiegarle, continuano a interrogarci.
Un pomeriggio vidi una bambina imparare ad andare in bicicletta. Il padre correva dietro di lei tenendole il sellino. A un certo punto lasciò la presa. Lei continuò da sola per qualche metro, poi si voltò, perse l’equilibrio e cadde. Pianse. Lui la raggiunse e la sollevò. Dopo pochi minuti riprovarono.
Era una scena assolutamente normale. Eppure rimasi a guardarli. Per qualche motivo quel momento mi sembrava importante. Non importante per la storia del mondo. Importante e basta. Fra cento anni nessuna delle persone presenti quel pomeriggio sarà più qui. Eppure, in quel momento, quella caduta e quella mano tesa valevano qualcosa. Ma dove stava quel valore? Nelle reazioni chimiche del cervello? Nel legame naturale fra genitori e figli? Certamente anche lì. Eppure la spiegazione sembrava lasciare fuori qualcosa. Fu allora che mi sorpresi a pensare: Possibile che sia tutto qui?
E capii che forse era quella, molto più di “Dio esiste?”, la domanda che mi accompagnava da sempre.
Possibile che siamo soltanto una brevissima parentesi fra due nulla? Possibile che una persona possa riempire decenni della nostra vita e poi cessare completamente di esistere? Possibile che l’amore, la bellezza e la memoria abbiano importanza soltanto finché esiste qualcuno capace di sentirli?
Non so rispondere. La religione offre delle risposte. La filosofia ne offre altre. La scienza, quando è rigorosa, ci dice fin dove può arrivare. L’intelligenza artificiale può raccogliere e confrontare tutte queste risposte con una velocità impressionante. Ma quando lo schermo si spegne, la domanda resta nostra. Ed è forse questo il punto. Non tutte le domande nascono perché ci manca un’informazione. Alcune nascono perché ci manca un significato.
Una sera provai a immaginare di poter parlare davvero con Dio. Non un’apparizione. Nessuna luce. Nessun miracolo. Soltanto la possibilità di fare una domanda. Mi accorsi che non gli avrei chiesto come è nato l’universo. Non gli avrei chiesto quale religione abbia ragione. Avrei fatto una domanda molto più semplice: Rivedremo le persone che abbiamo amato? E compresi immediatamente una cosa scomoda.
Non cercavo una risposta qualsiasi. Volevo che la risposta fosse sì. Questo cambiava tutto. Perché significava che la mia ricerca non era soltanto ricerca della verità. Era anche bisogno. Desiderio. Paura. Speranza. Forse gran parte del nostro rapporto con Dio nasce proprio qui. Non dalla certezza che esista. Dal bisogno che alcune cose non siano definitivamente perdute.
A questo punto sarebbe facile concludere che Dio è soltanto una costruzione dell’uomo. La paura della morte. Il bisogno di ordine. Il desiderio di giustizia. La difficoltà di accettare il caso. Tutto questo può spiegare molto. Ma rimane un problema.
Spiegare perché abbiamo bisogno di Dio non dimostra che Dio non esista. Naturalmente non dimostra nemmeno il contrario. Ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Solo che la domanda, nel frattempo, è cambiata.
Forse non dovremmo domandarci soltanto: Dio esiste? Dovremmo chiederci anche: Perché l’uomo continua a cercarlo? Perché questa ricerca attraversa epoche e culture diversissime? Perché ritorna dopo ogni nuova scoperta? Perché anche chi vive senza religione può ritrovarsi, davanti alla morte, alla bellezza o alla perdita, a formulare improvvisamente una domanda che assomiglia a una preghiera?
Forse perché abbiamo paura. Forse perché non accettiamo di essere temporanei. Forse perché la mente umana cerca significati anche dove non ce ne sono. Oppure perché esiste davvero qualcosa che continuiamo confusamente a percepire senza riuscire a definirlo. Non lo so. E oggi questa risposta mi disturba meno di un tempo.
Viviamo in un’epoca curiosa. Mai nella storia abbiamo avuto tante risposte a disposizione. E mai è stato così facile ottenerle. Basta formulare una domanda. Una macchina comincia a scrivere. Eppure sospetto che le domande più antiche continueranno ad accompagnarci. Non necessariamente perché siamo ignoranti. Forse perché sappiamo abbastanza da comprendere che conoscere non significa sempre capire. Se oggi potessi davvero intervistare Dio, credo che rinuncerei alle venti o trenta domande che avrei preparato. Gliene farei una sola: Perché abbiamo bisogno di cercarti?
E forse, proprio allora, non vorrei nemmeno che rispondesse. Perché comincio a sospettare che, in certi casi, la domanda non sia il vuoto lasciato da una risposta che manca. Forse è già una parte della risposta.
Progetto divulgativo: https://www.sergiosalomone.eu/

Azzardo. E se questa inquietudine fosse la sollecitazione del Divino affinché non si smetta di cercarlo? E se fosse più vicino delle mani e dei piedi? Non è nelle religioni che troviamo l’aiuto in questa ricerca, ma è l’essenza delle stesse, riconducibile alla Coscienza Universale, che può accompagnarci e guidarci. Buon lavoro a noi tutti