Quel giorno dovevo andare in Ospedale per una visita di controllo. Precisamente al CTO, quell’enorme struttura dove brulicano ogni giorno migliaia di persone: malati, medici, infermieri, operatori ospedalieri, visitatori e gente come me che va a farsi visitare dai medici. Tutti transitano di corsa, come se sapessero sempre dove stanno andando, cosa devono fare, chi devono incontrare. Lunghissimi corridoi con pavimenti di linoleum percorsi da anime silenziose nei due sensi, così brave! non si scontrano mai, non si guardano mai, non si salutano mai.
Io arrivavo lì dopo aver viaggiato in metropolitana per venti minuti. Anche lì, che brave le persone ad entrare ed uscire senza scontrarsi mentre continuavano a guardare il loro cellulare. Tutti con la medesima espressione: seria e un po’ alienata, i loro lineamenti rigidi e illeggibili.
All’ingresso dell’Ospedale chiesi alla signora dell’ufficio informazioni dove si trovava quel tal luogo e quel tal medico. Lei rispose correttamente e quando la ringraziai ricambiò il mio sorriso con il suo, di circostanza, ma professionale. Ero all’accettazione del reparto, presi il mio numero e un’infermiera con uno splendido sorriso mi disse dove dovevo attendere il mio turno di visita. La ringraziai sorridendo, e lei mi donò un altro sorriso, bello, solare, disinteressato.
Arrivata nella sala d’aspetto, trovai una sedia sulla quale sedere e mi accomodai, non prima d’aver chiesto con un sincero sorriso alla signora più vicina se gradiva sedersi lei. Mi rispose con un no categorico e un cenno del capo, ma tra le pieghe del volto le vidi un sorriso gentile di ringraziamento. Bene, mi dissi, la giornata inizia bene. Mi sedetti e mi guardai attorno per calcolare quante persone c’erano prima di me.
Circa una decina di volti sopra dei colli umani, stazionavano sulle seggiole di plastica: tutte con la medesima espressione seria e con un colorito grigiastro. Bene, tutto normale. Mi accomodai e presi il mio cellulare per navigare un po’. Andai su FB e guardai distrattamente i post del giorno. Ad un certo punto mi balzò agli occhi uno di questi sul quale fermai l’attenzione e l’abitudinaria tendenza del dito a scivolare sempre oltre. Guardai bene l’immagine e le parole scritte su essa e mi venne da sorridere.
Un piccolo sorriso eh! Non dava nell’occhio. Continuando a guardare l’immagine il sorriso divenne risata. Stavolta qualcuno si girò a guardarmi. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dall’immagine e la risata diventò incontenibile e fragorosa; un vero e proprio sbellicamento di risa s’impossessò di tutto il corpo che piegavo in avanti assecondando in parte l’ilarità e in parte cercando d’interromperla. Adesso quasi tutti gli astanti mi guardavano un po’ scocciati, e con sguardo di rimprovero, quasi a dirmi che non mi rendevo conto di trovarmi in un luogo di dolore dove si esigeva compostezza e rispetto.
Cercai di soffocare la risata come meglio potevo e fermai il movimento del corpo che nel frattempo aveva lasciato cadere cappello e sciarpa a terra. Mi sentivo in dovere di chiedere scusa, e lo feci a voce alta, verso tutti. Li guardai e cominciai a vergognarmi mentre il mio Super Io già dall’interno blaterava parole come – una signora non si comporta così… ma ti ha dato di volta il cervello? Ti sei fatta notare da tutti! Eri proprio volgare etc. –
Mentre la voce del mio nemico interno si affievoliva un signore si avvicinò e mi disse che non bisogna mai scusarsi per una risata. Lo guardai, aveva un bel viso, sui 50 anni, le guance colorite e l’intelligenza viva negli occhi. – Sono indiscreto se le chiedo di farmi vedere quel post che l’ha fatta ridere così tanto? Scusi, mi presento, Giorgio, vengo da un paesino montano del Biellese e oggi ho preso un giorno di ferie per accompagnare una amico a fare una medicazione in ospedale, qui a Torino.- Ma nooo! Questo viene dai monti di Heidi, mi dico.
Non lo ha spaventato la risata! vuole ridere anche lui, ha il colore delle montagne in viso ed in più ha preso un giorno di ferie per fare un favore ad un amico. Non mi starà raccontando frottole?
Tornai ragazzina nella frazione di un secondo, sorrisi di sottecchi e aprì il cellulare sul post incriminato per mostrarlo al mio complice. Gli porsi il cellulare e lui guardò molto interessato.
Passarono si e no cinque secondi e anche lui scoppiò a ridere, e lo faceva battendosi una mano sul ginocchio e dondolando il corpo avanti e indietro. Le persone a quel punto erano definitivamente distratte dai loro pensieri e preoccupazioni. Alcuni timidamente si avvicinarono e guardarono con finta indifferenza il cellulare.
Nel frattempo uscì dallo studio un’infermiera che chiamò ‘il prossimo!’ Ma questo non è pronto perché sta aspettando il suo turno per guardare il mio cellulare. Le risate si presentavano spontanee qua e là nella sala d’aspetto. Uscì dallo studio il medico attrezzato di barba e camice bianco per capire cos’era quel trambusto. Vide il crocicchio attorno a me e mi si presentò davanti. Lui era anche alto, e quindi dall’alto della sua statura vide il post prima di quelli che si erano abbassati per guardarlo.
Cominciò a ridere senza ritegno e andò a chiamare la sua collega, che venisse fuori per guardare quel post. La collega, quasi trascinata fuori (stava visitando) arrivò un po’ indispettita. La gente le fece largo, il camice era il suo badge e anche lei guardò il post. Iniziò a ridere e nel frattempo le caddero gli occhiali a terra. Due infermiere si precipitarono a raccoglierli e dando una sbirciatina al post non riuscirono a non ridere anche loro, indifferenti agli occhiali della dottoressa che poggiarono sopra al termosifone, quasi come se disturbassero la loro divertita risata.
La sala d’aspetto si trasformò in breve in un luogo di festa, di gioia, di amicizia. Il dottore, cioè il capo, dopo aver concluso le sue risate, con naturalezza si ricompose e ci invitò tutti con estrema gentilezza a tornare alle nostre sedie di plastica. Mi fece un inchino e mi ringraziò per aver donato a lui e agli altri un momento di ilarità, di naturale umanità: gioia, comunicazione e comunione.
Vorreste sapere cosa c’era su quel post? Ve lo dirò in altra occasione, ma voi sin d’ora cominciate a ridere.

è meraviglioso il tuo racconto, è davvero bello quando si riesce a stemperare la tensione e l’ansia che accomunano chi è costretto a visite, medicazioni o controlli. Lo capisco bene anch’io: ogni tre mesi vado alle Molinette per i miei controlli e, tra prelievi e attese dei risultati per la dottoressa, passo almeno tre o quattro ore lì dentro.
Per questo il tuo racconto mi ha fatto sorridere e mi ha ricordato quanto siano preziosi quei momenti di leggerezza, capaci di trasformare un’attesa pesante in qualcosa di più umano. È proprio questo, in fondo, il messaggio del tuo articolo: portare gioia, calma e un senso di pacatezza a chi aspetta.
Grazie davvero.
Grazie Luciano. Alla fine siamo tutti divisi ma uniti in un’unica natura. Buona vita!
La magia della semplicità e della purezza d’animo. Complimenti
Gli animi semplici che riconoscono animi semplici. Ma la semplicità è complessa da conquistare. Quando però la incarni trovi la libertà!?
Il sorriso? L’antibiotico dell’insofferenza. Grazie per avermi fatto sorridere in questo periodo così triste