Cosa accade nel momento della morte?
È una domanda che l’umanità si è posta fin dall’alba dei tempi, ma che in certi periodi della storia ha trovato una sorprendente forza visiva nelle opere d’arte. Una delle più inquietanti e potenti rappresentazioni del trapasso ci giunge da un autore enigmatico come Hieronymus Bosch. O meglio: da un’opera attribuita alla sua cerchia, oggi conservata a Venezia, presso Palazzo Grimani, e conosciuta con il titolo di “Ascesa all’Empireo”.
Questa tavoletta faceva parte di un gruppo di quattro dipinti, probabilmente appartenenti a un’unica pala d’altare andata smembrata, raffiguranti rispettivamente l’inferno, la caduta dei dannati, la salita dei beati e il giudizio finale. Ma è proprio nella Salita all’Empireo che si concentra una delle più suggestive visioni artistiche del momento del trapasso.
Nel quadro vediamo figure umane leggere, eteree, accompagnate da angeli, che attraversano una zona di tenebra e vengono condotte verso una misteriosa luce, all’interno di un tunnel perfettamente delineato. Sullo sfondo si apre una sfera luminosa: è l’Empireo, il luogo della beatitudine. La somiglianza con le moderne esperienze di pre-morte (le cosiddette NDE, Near Death Experiences) lascia letteralmente stupefatti.
Oggi esistono migliaia di testimonianze raccolte in ambito medico e psicologico, soprattutto a partire dagli studi pionieristici di Raymond Moody negli anni ’70. Persone sopravvissute a infarti, incidenti o stati comatosi profondi raccontano in modo sorprendentemente coerente di:
- una sensazione di uscita dal corpo, spesso fluttuando al di sopra della propria figura distesa;
- la visione di una galleria o tunnel oscuro, all’interno del quale si muovono con leggerezza;
- la comparsa di una luce intensa e accogliente al termine del tunnel;
- l’incontro con figure di luce o esseri angelici, talvolta con i volti di persone care;
- un sentimento di pace profonda e una percezione di “verità superiore”.
Tutti questi elementi, che ancora oggi suscitano un acceso dibattito tra scienza e spiritualità, sono misteriosamente già presenti nel piccolo dipinto veneziano attribuito alla cerchia di Bosch. E non come suggestioni vaghe, ma con una chiarezza iconografica quasi didascalica: il tunnel è rappresentato visivamente, la luce è un cerchio perfetto e soprannaturale, gli angeli sono guide gentili che accompagnano i beati in volo.
Com’è possibile che una visione così coerente con esperienze descritte solo secoli dopo sia apparsa in un’opera del 1500? Due le ipotesi. La prima: Bosch (o il suo seguace) ha rappresentato una simbologia diffusa e sedimentata nella cultura religiosa medievale. La seconda: l’esperienza del trapasso, nella sua struttura fondamentale, è universale, e l’arte — da sempre più avanti della scienza — è riuscita ad anticiparla.
In pieno tardo medioevo, la teologia cristiana parlava sì del giudizio immediato dopo la morte, ma il momento della transizione rimaneva nebuloso. Bosch, cresciuto in un ambiente impregnato di misticismo e religiosità popolare, dà forma a ciò che era fino ad allora solo intuito: il momento esatto del passaggio. La sua cerchia non teme di trasformare concetti invisibili in immagini concrete, viscerali, a tratti perturbanti.
La Salita all’Empireo non è propriamente una rappresentazione del Paradiso: è il confine, la soglia sottile tra vita e oltre. L’uso dei colori è eloquente: la scena si apre dal buio verso la luce, ma ogni passo è accompagnato da incertezza. Gli angeli sono sì sereni, ma le figure umane sembrano ancora in trasformazione, non del tutto trasfigurate.
La tavoletta, oggi visibile a Palazzo Grimani, è parte della collezione Grimani restituita al pubblico dopo anni di oblio. Vederla dal vivo è un’esperienza potente: un’opera piccola nel formato, ma gigantesca nella visione che ci offre. E forse, tra le tante immagini della morte, è una delle poche che sa parlare con profondità anche ai vivi.
Guardando certe raffigurazioni del trapasso — come l’immagine che accompagna questo articolo, da me elaborata con supporto informatico, dove l’artista assorto dipinge il viaggio delle anime verso la luce — ci si pone inevitabilmente una domanda. Chi crea un’immagine simile, ha solo immaginato ciò che non conosce? Oppure, in qualche modo, lo ha intravisto?
Bosch e la sua cerchia non erano solo illustratori di dottrina: erano interpreti del mistero. Forse, come i profeti e i visionari, gli artisti più profondi non inventano, ma rivelano. E se il tunnel di luce, gli angeli e la pace che vediamo in questa piccola tavola fiamminga somigliano così tanto alle testimonianze moderne di chi ha sfiorato la morte, allora forse l’arte sa davvero vedere oltre il visibile.
Vi rimando al breve filmato, presente sul mio Canale YouTube, ove tratto questo argomento: https://youtube.com/shorts/iRApmiURtjk

Sempre interventi e articoli interessanti. 👍
Grazie Gian Carlo per l’assiduità con cui segui le mie pubblicazioni
Articolo molto interessante che tratta un argomento “tabù” come la morte.
Ricordo che per chi fosse interessato mercoledì 17 settembre alle 15, presso il teatro S.Giuseppe, parleremo di questi argomenti con il Prof Federico Faggin e il Prof. Piero Calvi Parisetti…
La ringrazio per il gradito intervento