La storia, quella vera, è meno comoda
Il 25 aprile in Italia è diventato, negli anni, più un rito identitario che un momento di riflessione storica. Un rito spesso
celebrato a senso unico, dove la complessità viene sacrificata sull’altare della narrazione dominante. Si legge e si ascolta una versione lineare: i partigiani come protagonisti assoluti della liberazione, quasi un esercito regolare capace di sconfiggere il nazifascismo. Ma la storia, quella vera, è meno comoda. Nessuno mette in discussione il valore morale e simbolico della Resistenza. Sarebbe sciocco e ingiusto. Ma ridurre la liberazione dell’Italia a un fenomeno interno significa ignorare un dato fondamentale: senza gli Alleati, senza gli anglo-americani, senza lo sbarco in Sicilia e la lenta risalita della penisola, il 25 aprile semplicemente non esisterebbe.
Eppure, basta leggere molti articoli di questi giorni per accorgersi di una rimozione quasi sistematica: la vera dimensione della guerra di liberazione viene ridotta o taciuta. Si dimentica che la liberazione è stata prima di tutto il risultato di una campagna militare condotta da eserciti regolari, da giovani venuti da lontano, americani, britannici, canadesi, che hanno lasciato le loro case per morire su una terra che non era la loro. Ragazzi di vent’anni, caduti ad Anzio, a Montecassino, lungo la Linea Gotica. E si dimentica anche un altro elemento decisivo: il contributo dei militari italiani regolari. Dopo l’8 settembre, migliaia di soldati italiani scelsero di continuare a combattere, affiancandosi agli Alleati nel Corpo Italiano di Liberazione e nei Gruppi di Combattimento. Non una comparsa, ma una componente concreta della guerra sul campo. Anche questa è storia.
Anche questa, troppo spesso, resta ai margini del racconto pubblico. Nel frattempo, la Resistenza viene rappresentata in modo monolitico, come se fosse stata un blocco compatto e moralmente uniforme. Non è così. È stata un fenomeno complesso, attraversato da tensioni politiche, differenze ideologiche e, in alcuni casi, anche da episodi controversi. Accanto a pagine di autentico eroismo, ci sono stati anche regolamenti di conti, vendette private, eliminazioni di avversari politici compiute sotto il paravento della lotta partigiana. Negarlo non rafforza la memoria: la indebolisce. E invece, nel racconto pubblico, tutto questo scompare.
Perché? Perché la memoria, in Italia, è ancora profondamente politicizzata. La Resistenza viene raccontata come un patrimonio quasi esclusivo di una parte politica, in particolare di quella legata alla tradizione comunista. Un monopolio simbolico che ha poco a che fare con la complessità dei fatti e molto con la costruzione di un’identità. Così si finisce per avere una memoria selettiva: si esalta, si semplifica, si omette. Si costruisce una narrazione rassicurante, ma parziale. E una memoria parziale, alla lunga, diventa una memoria fragile.
Il 25 aprile dovrebbe essere una giornata di verità, non di semplificazione. Dovrebbe ricordare che la libertà italiana è nata dall’intreccio di più fattori: la Resistenza, certo, ma anche, e in modo decisivo, l’intervento degli Alleati e il sacrificio dei militari italiani che scelsero di combattere al loro fianco. Continuare a raccontare una storia incompleta non rende onore a nessuno. Né ai partigiani, ridotti a simbolo ideologico, né ai soldati stranieri e italiani che hanno combattuto in prima linea, spesso dimenticati. E soprattutto non rende un buon servizio alla verità, che dovrebbe essere il fondamento di ogni memoria condivisa.
Forse il problema è proprio questo: il 25 aprile non è ancora una memoria condivisa. È ancora, troppo spesso, una memoria contesa.
Buona festa del 25 aprile.
Alberto Scafella
