Di Alessandro Mella
Anche questa è una delle tante storie perdute nei gironi danteschi della Storia. Quelli che inghiottono le vicende dei singoli, travolti dai grandi eventi, per annebbiarle e disperderle nei giudizi generali. Rendendole inconsistenti, nebulose, fino a farle scomparire.
E spesso questo è capitato con quei giovani che, di fronte ad una colossale tragedia, dovettero compiere scelte difficili. Ci fu chi scelse la Resistenza, la lotta per la libertà e per la costruzione di una democrazia spesso mai conosciuta, ma anche chi scelse di stare dall’altra parte. Per un’interpretazione propria del senso dell’onore, della dignità e di altri valori confusi nel caos generale. Una scelta, quest’ultima, che merita analisi attente e comprensione. Senza voler giustificare, ma cercando di capire. Perché le ragioni dei vincitori non bastano per comprendere i fatti storici ed impedire che capitino ancora. Bisogna esplorare anche le motivazioni dei vinti, di chi prese decisioni oggi obbiettivamente deprecabili e non in linea con la nostra sensibilità.
Fu il caso di Luciano Pescarmona, il quale nacque a Pinerolo (Torino) l’11 di maggio del 1922, un anno difficile i cui eventi segnarono la sua esistenza. Della sua giovinezza sappiamo molto poco ma con certezza che si arruolò nella Regia Marina ed operò a Tolone come ufficiale entrando in servizio permanente effettivo.

Il dramma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 ne scosse la coscienza e di fronte alla chiamata alle armi di Valerio Borghese egli scelse l’arruolamento, come sottotenente di vascello, nella discussa Decima Flottiglia Mas inquadrato nel battaglione “Sciré”.
Ottenuta una licenza dopo mesi tormentosi, prese un camion di fortuna come passaggio per raggiungere casa, ma fu fermato da partigiani della formazione “Pizio Creta” il 20 o 30 marzo 1945.

Fu condotto con altri tre sfortunati compagni di sventura ad Agrate Conturbia, nel novarese. Ripetutamente gli fu proposto di passare dalla parte dei partigiani con i suoi uomini ma, malgrado il trattamento subito, non volle cedere e ritenne suo dovere restare fermo nelle sue posizioni ideali.
A quel punto, irremovibile, fu condotto a morte con i marò Alessandro Scarsi da Cornigliano ed un altro marò romano il cui nome si perse. Denudati, sanguinanti, furono costretti a scavarsi la fossa e quindi vennero uccisi senza i conforti religiosi. Fra Ginepro da Pompeiana scrisse nel suo Martirologio Italico che i tre, sentendo suonare le campane del venerdì santo, si misero a pregare aspettando il colpo fatale. Solo nel dopoguerra i resti di questo ragazzo, del povero Luciano, tornarono a Pinerolo tra i suoi cari.

La fine drammatica di questo giovane, di questo ventenne, di chi perì con lui, resta un monito. A memoria della drammaticità della guerra, della ferocia di quella civile, dei drammi e delle ferite che la lotta fratricida si porta dietro. Nella speranza che mai più la libertà possa essere messa in discussione. Anche i vinti, vittime di tempi per tutti oscuri, possono con le loro vicende darci una lezione affinché nessuno possa più mettere in discussione quei principi su cui si basa il nostro vivere civile.
Anche la storia di Luciano, di questo ufficiale che in buona fede, desideroso di restare fedele a modo suo a quella Patria che amava, per la quale diede la vita, scelse un percorso che oggi può essere difficile comprendere. Ma che va contestualizzato, esplorato senza pregiudizio pur nella fermezza del nostro percepire le cose, perché la Storia si studia e non si può, forse, giudicare.
Alessandro Mella
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