Immagine creata da Fabio Mandaglio
Scarpe rosse fiocchi bianchi no violenza contro le donne
25.11.25: una sequenza numerica facile, per tenere a mente la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Fu istituita dall’ONU nel 1999 per ricordare Las Mariposas, le tre sorelle Mirabal assassinate il 25 novembre del 1960 nella Repubblica Dominicana, mentre si recavano a trovare i loro mariti, prigionieri politici sotto la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo. La ricorrenza dovrebbe richiamare alla attenzione del mondo che gli abusi di ogni tipo rappresentano una violazione dei diritti umani, come definiti dalla Convenzione di Istanbul nel 2011, ratificata dal nostro Parlamento due anni dopo.
I numeri forniti dall’ISTAT, di donne che hanno subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale, che hanno subìto stupri o tentati stupri, sono agghiaccianti: un centinaio al giorno e dall’inizio di questo anno sono stati una novantina i femminicidi, termine col quale si indicano le morti date ad una donna per il solo fatto d’essere donna.
Dal punto di vista numerico, sulle violenze fisiche e sessuali prevalgono quelle psicologiche, dannose anch’esse ma di più difficile rilevazione. Spesso non vengono denunciate, infatti, soprattutto se riguardano molestie e minacce patite fra le mura domestiche, accompagnate di frequenza da schiaffi e pugni, spintoni e calci e anche da morsi belluini. Taciute, inoltre, sono pure molte angherie subite sul lavoro, che cominciano talvolta con toccamenti non condivisi per arrivare alla imposizione d’autorità di prestazioni sessuali intime.
La portata internazionale della ricorrenza del 25 novembre impone di allargare l’orizzonte del brutale fenomeno della violenza sulle donne del nostro Paese almeno alle molte altre giunte in Italia, in cerca di asilo. Qui, tante sono arrivate marchiate nell’anima e nel corpo da stupri, segregazioni, malversazioni, lavori forzati e torture e talvolta anche ferite dal dolore e dall’orrore di aver visto non di rado assassinare davanti ai propri occhi i propri figli, i propri mariti, le persone care e altre, disgraziate come loro, che non ce l’hanno fatta a scappar via dall’inferno con un viaggio forse non meno infernale, per ritrovarsi sovente, purtroppo, nell’inferno della prostituzione di nostre malfamate periferie.
Il ciclo della violenza, con modalità diverse, è lo stesso, tanto per le donne che vengono dal male d’un luogo lontano, come per le altre restate nel male del luogo da dove sono riuscite a scappare, con mezzi di fortuna pagati a caro prezzo e anche in cambio del loro corpo, spesso abbandonato poi alle onde da infidi nocchieri, in vista di lidi attesi come ospitali.
Quale possa essere la sua natura, la violenza subita da una donna è sempre un vortice che avvolge la vittima nella spirale tumultuosa della vergona, nel timore di non essere creduta, nel panico di essere giudicata, nella paura di ritorsioni per sé stessa e per i propri figli, nella trepidazione di ritenersi comunque colpevoli, nell’angoscia di una denuncia per tema d’una seconda ondata di vittimizzazione.
Quando l’aggressore, come il più delle volte accade, è una persona a cui la donna è legata da vincoli affettivi, la violenza non bussa alla porta perché ha le chiavi della casa comune, sicché l’aggredita talvolta non si rende nemmeno conto del fatto che sta subendo una violenza perché una donna che crede di essere innamorata non sempre lo capisce. Ma, come ha detto Michelle Hunziker “L’amore ti mette le ali, non te le spezza con gli schiaffi, i pugni e i calci, o con le mancanze di rispetto, le umiliazioni, le prepotenze, le minacce. Dove c’è violenza – fisica o psicologica, o le due cose insieme – non c’è, non può esserci, amore”.
Un’amica mi ha insegnato che il colore dell’amore è il rosso passione, non il viola tumefatto. Rosse, pertanto, sono le scarpe, simbolo ormai noto della violenza contro le donne: https://www.youtube.com/results?search_query=scarpe+rosse+violenza+donne
Accanto a questo simbolo stenta a trovar posto il fiocco bianco, che vuole rappresentare l’impegno degli uomini nella condanna di questa violenza: https://www.casadonne.it/cosa-facciamo/progetti/campagna-del-fiocco-bianco/
Il simbolo nacque in Canada nel 1991, quando il termine femminicidio non aveva ancora l’attuale specifico significato, come reazione di sdegno viscerale per la morte data da uno squilibrato a 14 studentesse della facoltà di ingegneria della Università di Montreal, per il solo fatto di voler poi esercitare una professione per maschi, non per femmine. In Italia il nastro bianco appuntato con uno spillo sul bavero della giacca degli uomini come semplice fiocco è stato recepito nel 2006 a cominciare dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Queste, se sono in difficoltà, per chiedere aiuto senza farsi notare dal loro aggressore, possono utilizzare il Signal For Help, un messaggio in codice che consiste nel mostrare in modo riservato, a chi potrebbe soccorrerle, una mano con quattro dita alzate col pollice piegato sul palmo e con le dita che si aprono e si chiudono ritmicamente in pugno: https://www.facebook.com/watch/?v=1726894884582464
È stato introdotto dalla Canadian Women’s Foundation nel 2020 quando, durante la pandemia di coronavirus, si è registrato un notevole aumentato di violenza domestica in tutto il mondo e molte donne si sono trovate a dover convivere con i loro partner violenti senza poter fare appello palese ad alcuna rete di salvataggio.
Il gesto si è poi diffuso su TikTok e sui social. Prestiamo attenzione a un Signal For Help: potremmo salvare una vita!
Si vales, vàleo.
