Nel volume di Aldo A. Mola il dovere della memoria verso il grande bardo della Nuova Italia (Recensione di Alessandro Mella)
Quand’eravamo ragazzi, al tempo della scuola, Carducci sembrava solo un uomo barbuto a cui si imputavano le poesie da studiare a memoria malvolentieri. Ci mancavano la maturità per comprendere e l’età per apprezzare. Allora, infatti, non eravamo nelle condizioni di percepire la bellezza e l’importanza del suo scrivere e, mi si permetta questa considerazione, non sempre ci venivano forniti i mezzi. Alle scuole superiori, tuttavia, ebbi la fortuna di imbattermi in una professoressa il cui valore ancora oggi riconosco con gratitudine. Debbo a lei, calabrese indomita devota al Risorgimento da una prospettiva piuttosto progressista, l’affetto che nutro per “Davanti San Guido”, “Traversando la Maremma toscana”, “Piemonte” e, nella sua straziante tragicità, per “Pianto Antico”.
Limitare, tuttavia, la visione di Carducci al solo poeta diventa, in sede di studi storici, profondamente limitante. Oltre all’artista ci fu una voce della Nuova Italia capace di cantarne i meriti storici e le virtù ma anche di delinearne il futuro con i suoi versi delicati ed impetuosi al tempo stesso.
Reso di carattere difficile da una giovinezza infelice culminata nell’arresto per volontà paterna, dalla morte controversa dell’amato fratello Dante (suicidio od omicidio per mano del padre?), dalla perdita dei figli e dai tanti travagli di una vita pienamente vissuta, egli svelò anche una profonda emotività. Tale da condurre alla trascrizione dei moti dell’anima con un violento candore che non trasuda fragilità ma, anzi, fortezza d’animo. Se Verdi mise il Risorgimento in musica, Carducci lo mise in versi. Ne fu protagonista non meno dei padri della Patria come Camillo Cavour, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e lo spesso trascurato Vittorio Emanuele II.
Giovanni Giolitti, edificatore dello Stato nell’Italia da poco unita, propose l’erezione del suo monumento nazionale (mai realizzato) sapendo bene, nel percorso postunitario, quanto ne fosse stata preziosa l’opera letteraria culminata nel Premio Nobel del 1906 ad un anno solo da quando Carducci, massone e uomo di cultura sterminata, lasciò la piccola vita terrena per altri più grandi e perpetui orizzonti.
E’ quanto emerge dagli studi, in corso da decenni, condotti da Aldo Alessandro Mola su questa figura importantissima e spesso obliata della nostra storia nazionale. In “Giosue Carducci. Scrittore, politico, massone”, edito nel maggio 2026 per i tipi di BastogiLibri, lo storico cuneese, infatti, riprende, amplia e ripropone l’analisi della vita del Carducci, con attenta contestualizzazione nel suo tempo: criterio indispensabile per comprenderne la poesia, l’opera, la forma mentis e la volontà. (In un tempo in cui agli studi storici si contrappone il politicamente corretto ed altre derive decontestualizzanti, tale impostazione si fa ancora più preziosa).

Devoto a Garibaldi, legato da un vincolo mai rinnegato d’amicizia a Francesco Crispi e ad Adriano Lemmi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Carducci divenne un riferimento importantissimo anche per la regina Margherita, prima sovrana del Regno d’Italia, i cui salotti divennero centro vibrante di cultura.
Amori, sofferenze, difficoltà e travagli personali diventano nel volume un altro importante elemento per comprendere l’uomo Carducci, poco incline a rendere noti i dettagli del suo lungo e tormentato percorso di vita.
Come annota Mola, “nominato a soli venticinque anni docente di “eloquenza” all’Università di Bologna, all’insegnamento Carducci accompagnò studi severi, pubblicazione di libri e militanza civile, per la democrazia: guarire la “gran piaga della miseria”, istruzione elementare, sanità, emancipazione femminile. Eletto deputato nel 1876, senatore dal 1890, sempre fedele a Giuseppe Garibaldi, sposato con Elvira Menicucci, padre affettuoso e angosciato dalla morte di due maschi, ebbe appassionamenti tumultuosi con Carolina Cristofori Piva (che gli dette un figlio) e Annie Vivanti, donne di alta cultura. Crebbe uno stuolo di discepoli, tra i quali Giovanni Pascoli, e fu apprezzato dalla Regina Margherita di Savoia, che ne acquistò la biblioteca e la casa, oggi “Museo”. A lungo celebre, poi poco a poco obliato, va riscoperto nei suoi tormenti e nella sua Vera Luce”.
In un tempo in cui gli studi scolastici rischiano di essere impoveriti da “direttive ministeriali” e dal terrore di “spaventare e traumatizzare i giovani con i brutti voti, da abolire”, del voler rimuovere il confronto con sé stessi e gli altri fino a distruggere ogni meritocrazia per appiattire verso il basso e sostituire al valore ed all’equità un’uguaglianza di facciata, l’appello di Aldo Mola diventa priorità. Riscoprire Carducci concorre ad apprendere che la vita è asprezza, prove da superare, dolori da affrontare ma anche affermazione di idee e prospettive con tenacia e valore personale. Il mondo ovattato non esiste se non nelle utopie di “filosofi” della vacuità. Non una passeggiata, dunque, ma una lunga carovana che il cantore della Nuova Italia seppe rendere armonia nei suoi versi. All’autore va infine riconosciuto il coraggio di parlare di Carducci nel tempo dell’immemore ingratitudine nazionale. Il volume si vale della Presentazione di S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, scritta per la precedente edizione (Bompiani, 2006), ampliata sulla scorta di ulteriori vent’anni di studi e ricerche d’archivio.
Alessandro Mella
Aldo A. Mola
Giosue Carducci. Scrittore, politico, massone
Pagine: 520 p., Brossura, Editore: BastogiLibri, EAN: 9788855013260
