Un contributo di Anna Di Marco
Era venerdì sera. Antonio, Jiosef, Pietro e Margherita si erano ritrovati, come tante altre volte, nel loro bar preferito. La settimana era finalmente alle spalle e non c’era niente di meglio che concedersi qualche ora di spensieratezza, lasciando che le parole si intrecciassero al tintinnio dei bicchieri e alle risate.
Sul tavolo brillavano quattro bicchieri di Stravagante, una specialità della casa dal sapore insolito e misterioso, capace di stuzzicare il palato e, forse, anche la fantasia.
Era una di quelle serate in cui il tempo sembra rallentare, come se il mondo, per qualche ora, dimenticasse di correre. Si parlava di lavoro, di vacanze, di piccoli problemi quotidiani e di quei sogni che ognuno custodisce in silenzio, aspettando l’occasione giusta per tirarli fuori.
Fu proprio il barista, avvicinandosi al tavolo con un sorriso complice, a dare una svolta alla serata.
«Amici miei, stasera voglio farvi un regalo.»
Infilò una mano nella tasca del grembiule e ne estrasse un biglietto della Lotteria Italia. Lo posò sul tavolo con una certa solennità, come se stesse consegnando loro una piccola promessa.
«Me l’hanno dato per la promozione della lotteria. Ho pensato di regalarlo a voi. Chissà, magari è proprio quello vincente!»
Jiosef lo afferrò immediatamente e lo sollevò contro la luce, ammirandolo come si ammira un oggetto prezioso.
«Signori, preparatevi! Potremmo diventare milionari!»
Pietro scoppiò a ridere.
«Calma, Jiosef! Prima di spendere i milioni, dobbiamo almeno vincerli.»
«E perché non cominciare a sognare?» ribatté l’amico. «Io, se vincessi, comprerei subito una macchina sportiva, una di quelle che fanno voltare la gente al loro passaggio. Poi mi dedicherei a qualche progetto stravagante, qualcosa che nessuno ha mai avuto il coraggio di realizzare. La vita è una sola e bisogna godersela!»
«Io, invece, comincerei dalle cose serie», intervenne Pietro. «Sistemerei ogni debito, comprerei una bella casa con un grande giardino e una piscina. Investirei una parte del denaro e mi garantirei una certa tranquillità per il resto della vita. Non mi dispiacerebbe sapere che, almeno sul piano economico, il futuro non può più farmi paura.»
Margherita sorrise, lasciando vagare lo sguardo oltre i vetri del locale.
«Io partirei. Vorrei vedere il mondo, conoscere luoghi nuovi, fermarmi in una città senza dover controllare il calendario per sapere quando tornare. Vorrei svegliarmi senza una sveglia, leggere un libro senza guardare l’orologio, passeggiare senza una meta. Vorrei, soprattutto, sentirmi libera di decidere come trascorrere il mio tempo.»
Tutti si voltarono verso Antonio, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, con un sorriso appena accennato.
«E tu?» lo incalzò Jiosef. «Non dirmi che non sapresti come spendere una fortuna!»
Antonio fece ruotare lentamente il bicchiere tra le dita.
«Non ho detto questo. Ma, prima di chiedermi come spendere i soldi, mi chiederei che cosa significa essere felici.»
Jiosef alzò gli occhi al cielo.
«Ecco, ci siamo! Antonio e la sua filosofia!»
«Prendimi pure in giro», rispose lui. «Ma prova a pensarci: se domani ci svegliassimo tutti milionari, saremmo automaticamente felici?»
«Io direi proprio di sì!» esclamò Jiosef.
«Io direi che saremmo sicuramente più tranquilli», precisò Pietro. «Ma non credo che il denaro possa risolvere ogni problema.»
Margherita annuì.
«Può permetterci di vivere meglio, certo. Ma non può dirci che cosa renda la vita degna di essere vissuta.»
Antonio sorrise, come se aspettasse proprio quelle parole.
«Epicuro sosteneva che la felicità non consiste nell’accumulare ricchezze o nel soddisfare ogni desiderio. Consiste nel raggiungere una condizione di serenità, liberandosi dal dolore del corpo e dal turbamento dell’anima. I filosofi chiamano questa tranquillità interiore atarassia. Non significa rinunciare ai piaceri, ma imparare a riconoscere quelli che ci fanno bene davvero, senza diventare schiavi di desideri destinati a non essere mai soddisfatti del tutto.»
«Va bene», ribatté Jiosef, «ma con una bella somma in banca anche la serenità viene più facilmente!»
La risata dei quattro amici si mescolò a quella degli altri avventori.
«Su questo hai ragione», ammise Antonio. «Il denaro può alleviare molte preoccupazioni, garantire sicurezza, offrire opportunità e permetterci di vivere con maggiore dignità. Il problema nasce quando smettiamo di considerarlo uno strumento e gli affidiamo il compito di dare un senso alla nostra esistenza.»
Si fermò un istante, poi aggiunse:
«C’è una differenza enorme tra possedere qualcosa e lasciare che sia quella cosa a possedere noi.»
La parola possedere rimase sospesa tra loro.
Per qualche secondo nessuno parlò. Fuori, la sera scivolava lentamente verso la notte, mentre le luci delle auto attraversavano i vetri del bar come brevi scie luminose. Sul tavolo, il biglietto della Lotteria Italia sembrava aver assunto un valore diverso: non era più soltanto un pezzo di carta, ma una porta socchiusa sul possibile.
Fu Jiosef a rompere il silenzio.
«Va bene, Antonio, ammettiamo pure che tu abbia ragione. Ma dimmi una cosa: che cos’è la fortuna? Perché, se c’è una cosa che ho imparato nella vita, è che puoi impegnarti quanto vuoi, fare progetti, risparmiare e comportarti da persona ragionevole, ma poi arriva un giorno in cui tutto cambia per un colpo di fortuna. Oppure per la sua mancanza.»
«È vero», intervenne Pietro. «Ci sono persone che lavorano una vita intera senza riuscire a mettere da parte nulla, mentre altre si ritrovano ricche da un giorno all’altro. Non sempre il merito e la ricompensa vanno a braccetto.»
«E non sempre la fortuna si presenta con il volto che ci aspettiamo», aggiunse Margherita. «A volte arriva travestita da occasione, altre da incontro, altre ancora da una difficoltà che, sul momento, ci sembra soltanto una disgrazia.»
Antonio sorrise.
«Gli antichi Romani la rappresentavano come una dea capricciosa, la Fortuna, capace di dispensare ricchezze e rovesci di sorte senza preoccuparsi troppo dei meriti di chi le stava davanti. I Greci la chiamavano Tiche e spesso la raffiguravano con una cornucopia, simbolo di abbondanza, oppure con altri attributi legati alla prosperità e al destino. La ruota della fortuna, invece, è diventata nei secoli il simbolo dei continui cambiamenti della sorte: oggi sei in cima, domani potresti ritrovarti in basso.»
«Ecco!» esclamò Jiosef. «Finalmente una dea che mi piace. Non chiede curriculum, non controlla il conto in banca e non ti domanda che cosa hai fatto nella vita. E, se è bendata, non guarda nemmeno in faccia nessuno. Arriva e decide di cambiarti il destino!»
Margherita rise, poi si fece pensierosa.
«Mi colpisce proprio questa immagine della Fortuna bendata. Non vede chi siamo, quanto abbiamo studiato, quanto abbiamo sofferto o quanto siamo stati generosi. Può capitare a chiunque. E forse è questo che la rende tanto affascinante quanto ingiusta.»
Antonio sollevò leggermente il bicchiere.
«La benda della Fortuna è una bella metafora. Ci ricorda che non possiamo controllare tutto. Possiamo scegliere come vivere, possiamo prepararci, lavorare, prenderci cura degli altri. Ma non possiamo comandare agli eventi. Eppure, a volte, passiamo la vita a rimproverarci per ciò che non è andato come speravamo, come se ogni risultato dipendesse esclusivamente da noi.»
«Oppure diamo tutta la colpa alla sfortuna», intervenne Pietro. «Così non dobbiamo ammettere i nostri errori.»
«Esattamente», rispose Antonio. «La fortuna può aprire una porta, ma non può decidere che cosa ne faremo una volta entrati. E, soprattutto, non tutte le porte aperte conducono in un luogo migliore.»
Jiosef si portò una mano al petto, fingendosi offeso.
«Antonio, stai cercando di convincermi che vincere alla lotteria potrebbe essere una disgrazia?»
«No. Sto cercando di convincerti che potrebbe essere una fortuna, ma non necessariamente la felicità.»
«Una distinzione decisamente antipatica», commentò Jiosef.
«Eppure importante», disse Margherita. «Pensa a quante persone aspettano che accada qualcosa di straordinario per cominciare a vivere davvero. Si dicono che saranno felici quando avranno più soldi, quando cambieranno lavoro, quando andranno in pensione, quando potranno finalmente partire. E intanto il presente passa, quasi fosse soltanto una sala d’attesa.»
Per un istante, tutti rimasero in silenzio.
Poi Pietro indicò il biglietto.
«Comunque, prima di trasformare questa serata in un convegno filosofico, direi che una possibilità concreta ce l’abbiamo. Piccola, d’accordo, ma ce l’abbiamo. E se quel biglietto fosse davvero vincente?»
«E se la dea bendata fosse già qui, seduta al nostro tavolo?» fantasticò Jiosef. «Magari ha bevuto uno Stravagante, ha ascoltato le nostre chiacchiere e ha deciso di premiarci.»
Margherita scoppiò a ridere.
«O magari è entrata nel bar, ha visto quattro amici discutere della felicità e ha pensato che fosse meglio lasciar perdere!»
Le risate furono così fragorose che il barista si voltò dal bancone.
«Che succede, signori? Avete scoperto qualcosa di interessante?»
Jiosef sollevò il biglietto della lotteria come se fosse un trofeo.
«Stiamo cercando di capire se la Fortuna esiste davvero e, soprattutto, se ha intenzione di farci visita.»
Il barista si avvicinò, asciugandosi le mani nel grembiule.
«E perché non dovrebbe? Magari vi ha già fatto visita e voi non ve ne siete accorti.»
Antonio lo guardò con un’espressione divertita.
«Interessante. E come potremmo riconoscerla?»
Il barista si strinse nelle spalle.
«Non saprei. Immagino che, se la Fortuna fosse una persona, non avrebbe bisogno di presentarsi. Potrebbe entrare dalla porta, sedersi al bancone, servirvi da bere o regalarvi un biglietto della lotteria. Chi può dirlo?»
I quattro amici si scambiarono uno sguardo.
Fu Margherita a parlare per prima.
«Aspettate un momento. Ci stai dicendo che la dea bendata potrebbe essersi camuffata da barista?»
L’uomo sorrise, ma non rispose subito. Raccolse un bicchiere vuoto, lo portò verso il bancone e, prima di allontanarsi, si voltò ancora una volta.
«Io dico soltanto che la fortuna ha uno strano senso dell’umorismo. A volte si presenta con una corona d’oro. Altre volte con un grembiule macchiato di caffè.»
Jiosef spalancò gli occhi.
«Lo sapevo! C’è qualcosa di sospetto in quest’uomo!»
«Oppure», osservò Pietro, «è semplicemente un barista che sa raccontare storie.»
Risero ancora, ma quella battuta lasciò dietro di sé un pensiero che nessuno riuscì a scacciare del tutto.
Forse la fortuna non era soltanto il numero stampato su un biglietto, il denaro inatteso o l’occasione irripetibile che capita una volta nella vita. Forse era anche quel piccolo intreccio di circostanze che li aveva portati proprio lì, in quel bar, in quel venerdì sera, a condividere un bicchiere e una conversazione che, senza saperlo, avrebbe potuto cambiare il loro modo di guardare le cose.
Antonio si appoggiò allo schienale della sedia e osservò i suoi amici.
«Sapete qual è il vero paradosso? Tutti speriamo che la Fortuna ci scelga, ma raramente ci chiediamo se siamo capaci di riconoscerla quando arriva. Cerchiamo il miracolo e rischiamo di non vedere le occasioni più semplici. Aspettiamo una ricchezza improvvisa e non ci accorgiamo di ciò che già possediamo.»
«Parla per te», borbottò Jiosef. «Io mi accorgo benissimo di ciò che possiedo. Per esempio, possiedo un bicchiere vuoto e una sete che aumenta ogni minuto.»
«Ecco una necessità autentica!» esclamò Pietro. «Perfettamente in linea con Epicuro.»
«Allora brindiamo alla filosofia!» propose Margherita.
Il barista arrivò proprio in quel momento con altri quattro Stravaganti. Li posò sul tavolo, ma questa volta non volle essere pagato.
«Offre la casa», disse. «Consideratelo un piccolo investimento nella vostra felicità.»
Jiosef lo fissò con sospetto.
«Un altro regalo? Prima il biglietto, adesso da bere. Ammettilo: sei tu la Fortuna!»
Il barista fece un inchino teatrale.
«Se lo fossi, non ve lo direi. La discrezione è una delle mie virtù.»
Poi tornò al bancone, lasciandoli tra il divertimento e la curiosità.
I quattro sollevarono i bicchieri.
«Alla Fortuna!» esclamò Jiosef.
«Alla serenità!» aggiunse Antonio.
«Alla libertà!» disse Margherita.
«E alla sicurezza economica!» concluse Pietro.
I bicchieri si incontrarono con un tintinnio cristallino.
Ma prima di bere, Antonio aggiunse:
«E soprattutto, amici miei, ricordiamoci di una cosa: se domani quel biglietto ci renderà ricchi, avremo vinto una lotteria. Se invece sapremo apprezzare questa serata, la compagnia reciproca e la libertà di scegliere come vivere, allora avremo già trovato qualcosa che nessuna estrazione potrà garantirci.»
Jiosef scosse la testa, sorridendo.
«D’accordo, filosofo. Ma se vinciamo, ti compro una statua di Epicuro da mettere in giardino. Con una bella piscina intorno.»
«Purché non sia d’oro», rispose Antonio.
«E perché mai?»
«Perché, se fosse d’oro, passeresti il resto della vita a preoccuparti che qualcuno te la rubi.»
Un’altra risata riempì il locale.
Fuori, la notte era ormai scesa. Il biglietto riposava sul tavolo, ancora ignaro del proprio destino. Nessuno sapeva se contenesse una fortuna capace di cambiare quattro vite oppure soltanto una promessa destinata a svanire.
E forse, da qualche parte dietro il bancone, una dea bendata si stava divertendo a osservarli.
Magari non aveva ali, né corona, né una ruota da far girare.
Magari indossava semplicemente un grembiule, serviva da bere e aspettava che qualcuno comprendesse la sua lezione più difficile: la fortuna può regalarti una possibilità, ma sei tu a doverle insegnare che cosa farne.
E mentre i quattro amici continuavano a parlare, senza fretta, il barista prese un panno e cominciò a lucidare il bancone.
Sorrideva.
Non era chiaro se sorridesse per il biglietto, per le loro risate o per qualcosa che soltanto lui conosceva.
Poi, quasi tra sé e sé, mormorò:
«In fondo, la dea bendata non ha bisogno di sapere chi sei. Ma tu, quando ti toglie la benda, dovresti almeno sapere chi vuoi diventare.»
E tornò al suo lavoro, lasciando che fosse la notte a custodire il segreto.
Immagine di copertina da Chat GPT
