Riflessioni di uno scettico
Quando la diseguaglianza è la legge comune di una
società, le più forti diseguaglianze non lo impressionano,
ma quando tutto è quasi allo stesso livello, le minime
differenze lo colpiscono. Per questa ragione il desiderio
dell’eguaglianza diventa sempre più insaziabile a
mano a mano che l’eguaglianza è più grande.
Alexis de Tocqueville
La democrazia in America, cap. XIII
Cercare di capire che cosa sia successo nelle piazze italiane durante i giorni scorsi è estremamente difficile se si accantonano i luoghi comuni e le frasi fatte che purtroppo hanno deformato il dibattito pubblico.
Proviamo ad opporre a tutto quel che è avvenuto un semplice, limpido atto di coraggio: sfidiamo l’opinione diffusa e dichiariamoci apertamente e decisamente contro quelle piazze.
Non sappiamo se dietro ai cortei, alle grida, agli slogan, agli atti di vandalismo si nasconda un piano consapevole di sovversione attuato da quelli che Mattarella -con curiosa espressione- ha definito “soggetti inediti”, qualunque cosa volesse dire. Saranno i servizi di informazione, palesi e segreti, a darci qualche risposta; forse potremo capire se accanto o dietro a Youssef Siher, naturalmente già a piede libero, ci siano altri professionisti dell’eversione islamo-antagonista che operano nel nostro paese.
Su chi siano i fiancheggiatori politici e mediatici di quel mondo intriso di violenza intellettuale, verbale, fisica ci sono però pochi dubbi.
Nel novembre del 2023 scrivevamo su queste pagine, a proposito del destino del governo Meloni, “Prepariamoci a tutto, compresi l’intrigo, la minaccia, lo scandalo, la menzogna, la disinformazione, il ricorso ai poteri esterni, fino a qualche golpe più o meno subdolo, più o meno mascherato. ‘Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo’”.
Oggi possiamo tranquillamente aggiungere a quelle manovre la sovversione di piazza. La sinistra, vista l’impossibilità di ritornare al potere con i metodi democratici, almeno per ora, muove o comunque sostiene proprio quell’Acheronte sociale fatto di scontento, frustrazione, rabbia, violenza più o meno controllata che, partendo dalla sottocultura autoreferenziale dei centri sociali, si diffonde alle frange più incontrollate di una gioventù insoddisfatta di tutto e a quel grande mare di persone che si sentono ai margini della società, in particolare quelle importate nel nostro paese tramite l’immigrazione incontrollata.
Appare patetico l’atteggiamento della sinistra politica, giornalistica e televisiva che inizia sempre ogni suo commento con una tiepida condanna della violenza (“ogni tipo di violenza”), quasi una clausola di stile, per poi passare immediatamente – dopo il “ma” d’obbligo – a giustificarla in qualche modo e imputarla al governo con una retorica che quasi sempre sconfina nella sofistica. Il tutto impregnato di giustificazionismo e di un giovanilismo di maniera che inevitabilmente sfocia nel “dobbiamo capire”, nel “dobbiamo dare risposte”, nel “la repressione non serve” con tutto il manierismo buonista che consegue.
La realtà è che queste dame del giornalismo da salotto le risposte non ce l’hanno, e non sanno neppure dove andarle a cercare.
Di un tenore ancora più sconfortante sono le espressioni dei “ragazzi” di piazza, quei “ragazzi” che spesso hanno trent’anni o più e, quando vengono intervistati, sversano una noiosa litania di banalità sociologiche, di invettive da assemblea scolastica, di richieste nebbiose. E, quando raramente scendono nel concreto, esibiscono il solito cahier de doléance che sentiamo da mesi: prezzi alti, salari bassi, affitti impossibili, lavoro assente, futuro incerto. Nessuna proposta, nessuna soluzione, solo il lagnoso e rancoroso rimprovero al governo di non fare nulla; come se un governo possedesse il tocco taumaturgico in grado di portare in terra il loro immaginifico paradiso economico. “Siate realisti: chiedete l’impossibile” gridava il ’68, e ancora oggi, per molti, quella sembra una richiesta ragionevole.
I giovani hanno da sempre la vocazione ribellista e piazzaiola, dai moti risorgimentali alle piazze parigine del ’68, sino alle primavere arabe e alle insorgenze balcaniche, con tutta l’impazienza di vedere esauditi i loro desideri anche quando sono inesaudibili, almeno in tempi brevi. E sono anche totalmente inconsapevoli che l’economia è in gran parte incapace di comporre l’immensità di quei desideri con la scarsezza delle risorse, al punto che Thomas Carlyle la definiva dismal science, scienza triste.
E sono anche inconsapevoli del fatto che una risposta alle loro richieste può venire solo da una crescita economica progressiva e costante, anche se lenta, come -piaccia o no ai nemici del capitalismo- è avvenuta nel corso degli ultimi secoli, anche a prezzo di quelle ingiustizie che essi deplorano ma che sono inevitabili, e che comunque si sono andate progressivamente attenuando nel tempo. Ingiustizie che peraltro, come intuì Tocqueville nella citazione che poniamo in testa all’articolo, diventano più intollerabili proprio quando si attenuano,
Ma il discorso sarebbe lungo e complesso, non alla portata di quelle piazze impazienti e brulicanti di insofferenza, piazze spesso e semplicemente contrarie a tutto, in un vortice nichilista e anarchico che si avvita su sé stesso senza produrre e proporre nulla di ragionevole e costruttivo. Che si agitino a Milano, a Torino, a Roma, a Parigi, a Madrid, a Tirana o altrove.
Ed è qui che emerge il dovere -stavamo per dire la missione- dei governi democratici: rifiutare con fermezza non solo la violenza, ma anche l’irrazionalità di un certo dibattito che non porta a nulla, abbandonando l’ipocrita benevolenza verso chi non conosce le cose ma che sulla non conoscenza costruisce un’intera visione del mondo, visione che intende imporci con la forza della rabbia e dell’urlo, quando non con le spranghe e la durezza del saccheggio; scelta troppo spesso fiancheggiata dalla raffinata complicità di una classe intellettuale progressista che prova a trasformare strumentalmente tutta quella insipienza in un’elevata -ma del tutto inesistente- proposta politica e culturale.

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
