Lee Miller, 1907-1977. Una mostra da non perdere
Articolo di Katia Bernacci, fotografie di Marino Olivieri ph
Fino al primo febbraio 2026 presso Camera Torino è possibile visitare la mostra dei lavori di una fotografa forse poco conosciuta, ma che ha saputo dare al mondo una sua visione molto particolare, si tratta di Lee Miller.
Elizabeth “Lee” Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie, nello stato di New York. Fin da bambina fu immersa nel mondo della fotografia grazie al padre, Theodore Miller, un ingegnere appassionato di ritratti. Lui stesso la fotografava spesso nuda, in pose artistiche, un fatto che oggi solleva interrogativi sul confine tra arte e intimità familiare. Questo precoce contatto con l’immagine e il corpo influenzò profondamente la sua visione estetica e la sua audacia. A 19 anni, Lee fu scoperta per caso da Condé Nast, il fondatore di Vogue, mentre stava per attraversare una strada a Manhattan.
Divenne rapidamente una delle modelle più richieste degli anni Venti, posando per fotografi come Edward Steichen e George Hoyningen-Huene. Il suo volto divenne sinonimo di eleganza e modernità, ma Lee non si accontentava di essere musa, aveva dentro di sé la spinta a creare. Nel 1929 si trasferì a Parigi, dove incontrò Man Ray, artista e fotografo surrealista. Divenne sua allieva, amante e collaboratrice. Insieme sperimentarono la tecnica della solarizzazione, che conferisce alle immagini un’aura spettrale e onirica. Lee non fu però solo una compagna di laboratorio, fu coautrice di molte opere attribuite a Man Ray, e alcuni ritengono che sia stata lei a scoprire accidentalmente la solarizzazione (che Man Ray chiamava rayografia).
In questo periodo frequentò anche artisti come Picasso, Jean Cocteau e Max Ernst, diventando una figura centrale nel mondo surrealista.
Lee recitò anche nel film Le Sang d’un Poète di Cocteau, dove appare come una statua vivente. È strano notare che in un certo senso in quegli anni bastava essere a contatto con un certo gruppo artistico per affermarsi, probabilmente perché era l’unica possibilità di far conoscere le proprie opere.
Nel 1932 la Miller tornò a New York e aprì uno studio fotografico tutto suo, specializzandosi in ritratti e pubblicità. Ma era una donna irrequieta e nuovamente decise di andare in Europa, dove però la Seconda guerra mondiale stava cambiando tutto quello che prima sembrava normale. Lee si reinventò come corrispondente di guerra per Vogue. Fu una delle pochissime donne fotografe accreditate al fronte.
Documentò il blitz su Londra, la liberazione di Parigi, e fu tra i primi civili a entrare nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald. Sono immagini crude ma allo stesso tempo quotidiane, con un’impronta malinconica che forse fa emergere l’inquietudine della fotografa. Tutti noi conosciamo la Miller da una fotografia in particolare, quella che la ritrae nella vasca da bagno di Hitler, a Monaco, il giorno dopo la sua morte. Lee si fece fotografare con lo sguardo fisso, determinato ma non felice, gli anfibi sporchi di fango appoggiati sul tappeto candido, mentre in parte nuda, si passa una spugna sulle spalle, accanto al ritratto del Führer. Un gesto simbolico ma anche una sfida, una affermazione di identità per chi aveva visto gli orrori della guerra e li aveva dovuti documentare.
Dopo il conflitto mondiale, Lee soffrì di depressione e disturbo da stress post-traumatico. Si ritirò nella campagna inglese con il marito Roland Penrose, artista e storico dell’arte. Per anni abbandonò la fotografia, dedicandosi alla cucina e alla vita domestica. Solo dopo la sua morte, nel 1977, il figlio Antony Penrose scoprì in soffitta migliaia di negativi, lettere e documenti che ricostruivano la sua incredibile esistenza. Oggi Lee Miller è celebrata come una delle fotografe più importanti del XX secolo. La sua vita è stata raccontata in libri, documentari e recentemente in un film biografico interpretato da Kate Winslet.
Non si può dire che la vita della modella fotografa non sia stata intensa, e questa voglia di vita è rappresentata anche dalle sue fotografie, non solo quelle scattate, ma anche quelle dove la donna appare come modella, perché in qualche modo la sua fisicità riusciva ad affermare un modo di pensare che si intuiva diverso da quello della massa. Le immagini della Miller poi, sono ironiche e spesso oniriche, e con un metodo tutto femminile si soffermano su particolari che riescono a dare una visione totale dell’insieme, come quella famosa dove cristallizzò la zanzariera bucata di una tenda, in Egitto (Portrait of Space, near Siwa, Egypt, 1937) che ispirò Magritte in uno dei suoi lavori e che riesce a rendere l’idea surrealista che la fotografa evidentemente aveva fatto sua.
Una mostra da non perdere, quindi, per conoscere uno dei lati femminili dell’arte fotografica in parte onirica, in parte realistica, ma soprattutto molto vera.
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