TESSUTI, RITI E MITI DAL RINASCIMENTO A VALENTINO
Articolo di Katia Bernacci, fotografia di Marino Olivieri
Sapevate che Leonardo da Vinci si è occupato di moda? Forse è una informazione che sfugge, annegata nella vasta produzione del “genio universale”; ce lo ricorda però Michelangelo Iossa nel suo libro “Storia della moda italiana. Tessuti, riti e miti dal Rinascimento a Valentino” edito da Diarkos.
Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, all’interno del Codex Atlanticus leonardesco, che contiene disegni e scritti di Leonardo, si trovano schizzi che riguardano la moda, il tessile e la produzione industriale. Infatti erano state progettate, per la famiglia Sforza, le macchine per la creazione di stampe e tessuti particolari, che andavano in quei tempi di gran moda.
Grazie a un telaio meccanizzato, il primo, Leonardo realizzò un velluto a tre colori che Ludovico il Moro indossò in occasione dell’investitura del Ducato di Milano. Questa non è l’unica notizia contenuta nel curioso e davvero unico libro di Iossa, giornalista, scrittore, docente universitario ed esperto di comunicazione. Docente presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha conseguito un dottorato in Antropologia Giuridica e Scienze Sociali, ed evidentemente ama la moda.
Facciamo però un passo indietro, cosa significa la moda per l’Italia? Attualmente la nostra penisola è conosciuta in tutto il mondo come sede dei migliori brand al mondo, luogo dove la bellezza paesaggistica ha forse suggerito la produzione di tessuti originali e unici. E un tempo? Nel XV e XVI secolo, le corti italiane erano fucine di stile. Firenze, Venezia e Milano si distinguevano per la produzione di tessuti pregiati come broccati, velluti e sete, esportati in tutta Europa.
La moda era strettamente legata al potere: gli abiti servivano a comunicare status e ricchezza. I ritratti dell’epoca, da quelli dei Medici a quelli dei dogi veneziani, testimoniavano l’importanza dell’abbigliamento come simbolo politico e culturale. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia si ricostruì in ogni modo.
Negli anni ’50, Giovanni Battista Giorgini organizzò le prime sfilate a Firenze, aprendo le porte del mercato americano alla moda italiana. Fu l’inizio del “Made in Italy”, un marchio che diventò sinonimo di qualità, artigianalità e stile. Mentre Parigi dettava le regole dell’haute couture, l’Italia conquistava il mondo con la sua eleganza sobria e il suo savoir-faire sartoriale. Milano emerse come capitale della moda negli anni ’70 e ’80, grazie a stilisti come Giorgio Armani, Gianfranco Ferré e Gianni Versace. Armani seppe rivoluzionare il guardaroba maschile con il suo celebre “power suit”, mentre Versace portava in passerella una sensualità audace e barocca. La moda italiana era diventata globale, influenzando cinema, musica e costume.
La moda in realtà ha sempre dialogato con la società. Negli anni ’90, Dolce & Gabbana celebravano la donna mediterranea, forte e passionale, mentre Miuccia Prada introdusse un’estetica intellettuale e anticonformista. La moda non era più solo bellezza ma riflessione, provocazione, narrazione.
L’autore del libro pone il riflettore su Valentino, il poeta della moda italiana. Valentino Garavani, nato a Voghera nel 1932, è uno dei miti di questo campo. Dopo gli studi a Milano e Parigi, aprì il suo atelier a Roma nel 1959 e conquistò la scena internazionale nel 1962 con una sfilata a Firenze che segnò la nascita del suo stile, elegante e senza tempo. Il suo celebre “Rosso Valentino” diventò un simbolo di femminilità passionale e sofisticata. Ha vestito icone come Jackie Kennedy, Audrey Hepburn e Sophia Loren, imponendosi come stilista delle dive e delle principesse. Certo da quei tempi molte cose sono cambiate e il pubblico è più preparato, la comunicazione viene bruciata con una velocità inverosimile e non è rimasto spazio per l’originalità che sembra far parte di un mondo altro, ormai concluso. Il bivio importante dinnanzi al quale si trovano gli operatori della moda è costituito da un lato dall’identità storica e dall’altro da nuovi percorsi di ibridazione e contaminazione.
Per questo le sfilate diventano aperitivi, performance, concerti, perché la moda è un fenomeno culturale che deve necessariamente creare dissonanza e dibattito.
Per saperne di più: Michelangelo Iossa “Storia della moda italiana. Tessuti, riti e miti dal Rinascimento a Valentino” edito da Diarkos
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