A Torino lo sguardo di un fotografo atipico, Fan Ho
articolo di Marino Olivieri Ph
Lo scorso 11 settembre si è aperta a Torino la mostra dedicata a un fotografo che per gli standard europei potremmo definire atipico. Si tratta di Fan Ho, un fotografo cinese nato negli anni ’30 a Shangai e poi emigrato giovane con la famiglia a Hong Kong dove ha maturato la sua arte visiva. Fino al 10 gennaio 2027, a Palazzo Barolo in via delle Orfane 7 a Torino è possibile immergersi in una selezione di fotografie per la maggior parte in bianco e nero, un viaggio nel percorso di questo fotografo e uno spaccato di una Hong Kong d’altri tempi con immagini dal sapore cinematografico che giocano con i chiaro/scuri e fissano lo sguardo sulla città e i suoi abitanti.
Ma procediamo con ordine, perché Fan Ho dovrebbe essere un fotografo atipico?
La passione per le immagini si accende presto, fotografando con una semplice Kodak Brownie punta e scatta, all’età di 14 anni riceve in dono una Rolleiflex biottica, apparecchio complesso dal formato quadrato che obbliga una composizione più formale e rigorosa, con questa inizia a fotografare le scene cittadine che lo colpiscono. Non ha una idea precisa in mente, non cerca lo scoop, sente di voler esprimere la sua arte e le fotografie vengono da sole. Come la maggior parte dei fotografi del suo tempo è un autodidatta, la sua è una formazione umanistica, studia la letturatura cinese, ascolta Mahler, Stravinsky e Brahms e cerca la sua ispirazione nelle tragedie greche e nella letteratura d’oltre oceano di Hemingway. La leggenda lo vede sviluppare i propri rullini di sera nella vasca da bagno di casa.
Dunque un inizio normale, il bagno casalingo è stata la prima camera oscura di migliaia di fotografi in tutto il mondo, la Rolleiflex pur non essendo proprio l’apparecchio più indicato per quello che oggi definiamo street photography è la fotocamera utilizzata da Vivian Maier che nello stesso periodo usciva nelle strade di New York e Chicago per regalarci quelle squisite istantanee di gente comune che sono state il suo lascito post-mortem.
La vasca da bagno del giovane negli anni a cavallo tra il 1950 e 1960 lavora a pieno regime e Fan Ho diventa un fotografo riconosciuto e presente attivamente nella scena fotografica internazionale. In questo periodo affina la visione del mondo che lo circonda, utilizza la luce a volte per enfatizzare altre per mascherare le scene che rappresenta in un altalenarsi di emozioni prese a prestito dalla partitura di una sinfonia classica. Sperimenta con le forme e lavora molto in camera oscura dove la luce è allo stesso tempo alleata e nemica del fotografo, ma condizione essenziale alla riuscita della stampa. Un esempio su tutti è una delle sue fotografie più famose intitolata Approaching Shadow, nella mostra tradotta in italiano come L’ombra che si avvicina, dove vediamo una giovane ragazza (la cugina di Fan Ho) ripresa in pieno sole appoggiata a un pilastro che si erge verso l’alto mentre viene raggiunta da una minacciosa ombra trasversale che finisce quasi per lambire i suoi piedi. L’ombra è stata aggiunta in camera oscura con una sequenza di mascherature da manuale; è uno scatto del 1954, oggi la stessa operazione si può fare in camera bianca utilizzando un software di ritocco fotografico, lo scopo del fotografo era rappresentare la giovinezza che prima o poi svanisce, un destino comune a tutti noi. Un pensiero profondo, niente male per un ragazzo di 23 anni, età di Fan Ho al momento dello scatto. In realtà niente male anche come incasso perché nel 2015 una stampa ai sali d’argento è stata venduta all’asta per circa 50 mila dollari.

Spostiamoci più vicini a noi nel tempo e nello spazio, più precisamente nel 1999 in Germania, sulle sponde del Reno. Qui il fotografo Andreas Gursky scatta Rhein II, non ha a disposizione una giovane ragazza come Fan Ho e nemmeno tanto sole, si trova davanti a se un non luogo, un tratto perfettamente anonimo del fiume Reno, incorniciato sopra e sotto da una striscia di vegetazione bassa e verde, un cielo nuvoloso e grigio, una perfetta allegoria del senso della vita e della decadenza del popolo tedesco rappresentata proprio da quel Reno così diverso dalla sacralità resa immortale dalle opere di Wagner. Una stampa dalle dimensioni di 150×300 cm è stata venduta all’asta per oltre 4 milioni di dollari.
Due fotografi profondamente diversi accomunati dallo stesso linguaggio universale della fotografia.
Ritorniamo a Hong Kong, a un certo punto Fan Ho decide di dedicarsi al cinema, prima come assistente, poi come attore e infine come regista. Verso metà degli anni ’90 raggiunge il resto della famiglia che era emigrata negli Stati Uniti e riprende i vecchi negativi fotografici iniziando un percorso espositivo che lo ha reso definitivamente celebre in tutto il mondo.
Una parte della stampa di settore lo definisce come il Cartier Bresson d’oriente, in vari articoli della stampa orientale addirittura come l’Ansel Adams d’oriente, sembra quasi una necessità dover incasellare per tipologia l’opera di fotografo che ha cercato in modi diversi di esprimere le proprie emozioni e narrare una storia.
Inizialmente l’ho definito atipico, non credo infatti possa essere accomunato a Cartier Bresson, Ansel Adams o altri, piuttosto nella sua fotografia si trovano il momento decisivo di Bresson, gli spazi e le atmosfere incantate di Adams, ma senza andare lontano e guardando tra i maestri della fotografia nostrana ci sono un po’ di Berengo Gardin e i magheggi in camera oscura di Giacomelli, per questo motivo lo trovo un fotografo atipico, che vale la pena andare a vedere, soffermarsi davanti le sue immagini senza modelli di riferimento e confrontarsi solo con le proprie emozioni.
La fotografia della copertina è “Lavori domestici” di Fan Ho
