Ferrante De Benedictis
Civico20News intervista l’ingegner Ferrante De Benedictis, consigliere comunale di Torino
Oltre al coro cantato dei giornali del gruppo Gedi, proseguono le osservazioni e prese di posizione più o meno indignate sul disfacimento dell’Iveco. Non ci piacciono i luoghi comuni, così abbiamo incontrato l’Ing.Ferrante De Benedictis, consigliere comunale di Torino che oltre al ruolo politico attivo è portatore di conoscenze professionali approfondite per poter disquisire con autorevolezza sull’affaire Iveco e la deindustrializzazione di Torino, che tante perplessità e timori sta provocavo tra i lavoratori interessati e gli operatori economici.
–Ing. De Benedictis, cosa ne pensa?
“Per prima cosa volevo ringraziare Lei ed il suo giornale per lo spazio di approfondimento che sta dedicando al tema della crisi industriale Torinese, una crisi senza precedenti”.
-Lei è un ingegnere e conosce il mondo dell’industria, cosa sta succedendo a Torino?
“La sua domanda apre a tanti interrogativi su un mondo complesso e allo stesso tempo fragile e che richiederebbe pagine e pagine di riflessioni ed approfondimenti. Proverò ugualmente con un esercizio di estrema sintesi, che spero efficace, di spiegare le dinamiche che Torino sta vivendo e che la politica fatica ad intercettare”.
-La ascolto, proceda.
“Sono stato definito dal Sindaco Lo Russo il consigliere operaio o, meglio, il rappresentante in consiglio degli operai, ovviamente una definizione che mi inorgoglisce e non mi sorprende, visto che la sinistra ha da tempo abbandonato la classe operaia, che di contro guarda sempre più con interesse al mondo conservatore. Si è vero, da anni lavoro nel campo dell’industria metalmeccanica ed in particolare in quello della meccanica legata al mondo dell’energia.
Una vera eccellenza nel nostro territorio e della nostra città, ma purtroppo come tante sempre più isolata e incapace di costituire una massa critica significativa in grado di ampliare e competere nei mercati internazionali.
È di questi giorni la notizia che anche Iveco non sarà più italiana, è stata infatti acquistata dagli Indiani di Tata, un duro colpo per il settore e soprattutto per Torino, questo non è solo un cambio di azionariato, c’è molto di più”.
–Qual è il suo parere nel merito?
“Questa vendita in primis racconta della fine di una dinastia, quella degli Agnelli, famiglia che in una città regale come Torino si era sostituita a quella dei Savoia, regnando, dal 2 giugno 1946 fino alla morte di Giovanni Agnelli, in modo incontrastato.
Abbiamo, dopo la morte dell’Avvocato, in tanti pensato che John Elkann, il cui nome fa già intendere, il suo carattere poco italiano, potesse prenderne le redini, ed invece pezzo dopo pezzo ha tolto a Torino ogni speranza di tornare ad essere quella Capitale Industriale che per decenni ha rappresentato.
Una città straordinariamente ricca di ingegno, maestria e laboriosità che si è scoperta orfana del suo Re e della sua industria”.
-Allora la colpa è da imputare alla famiglia?
“Certo che no, loro hanno fatto delle scelte, ma bisogna pur dirlo che hanno nelle loro scelte sacrificato Torino, però le responsabilità non possono essere solo del privato o pseudo tale, (dopo i tanti finanziamenti ricevuti una compartecipazione almeno simbolica lo Stato dovrebbe averla), ma anche di chi siede nelle Istituzioni.
Mentre noi dell’opposizione continuiamo a dire che Torino ha smarrito la sua identità e perso la sua vocazione industriale, per il Sindaco e la sua giunta Torino deve diventare città turistica.
Ma stiamo scherzando? I numeri non mentono e raccontano di una città ferma sul piano occupazionale e con una mortalità di aziende e di attività commerciali superiori alla media italiana.
La cartina tornasole più importante della ricchezza di una città è il dato sul commercio, ne cito uno su tutti: tra le più importanti città italiane Torino ha il più alto tasso di mortalità delle attività commerciali, per ogni attività che si apre ne chiudono in media 2,4, nel 2024 si sono aperte 1’506 attività e ne sono state chiuse 3’579”.
-Torino ha ancora speranza di rimettersi in carreggiata?
“La nostra città ha una lunga storia industriale, per anni siamo stati la Capitale Europea dell’industria automobilistica, la Detroit d’Europa, qui ci sono ancora competenze e capacità produttive uniche che vengono impreziosite dalla presenza dei nostri atenei il Politecnico su tutti, dove il sapere scientifico si è messo a disposizione del saper fare.
Ma non basta occorre andare oltre i buoni propositi e fare rete, la Politica, la Ricerca Accademica e le Imprese, unite per il rilancio di Torino, una città che deve essere in grado di creare quell’ecosistema industriale dove formazione e ricerca si esprimono a livelli altissimi.
Occorrerà potenziare i centri di ricerca e gli incubatori di startup; infatti, oggi Torino occupa il quarto posto in Italia, incubando solo il 4% delle startup italiane, contro il 19,7% di Milano, l’11,1% di Roma ed 5,6% di Napoli”.
-Un modello da seguire è certamente l’aerospazio, cosa ne pensa?
“Assolutamente concordo, è quella la strada da seguire, lì si è saputo fare sistema, in primis con il Politecnico, il quale si è dimostrato importante attivatore e collettore di iniziative.
Però a scanso di equivoci sfatiamo il fatto che l’aerospace a Torino possa sostituirsi all’automotive, pensare questo significa non conoscere le due realtà industriali, in antitesi per tipologia di produzione, volumi e numero di addetti impiegati.
Torino se vuole tornare protagonista dell’industria non può permettersi di rinunciare al settore dell’automotive, della meccanica e dell’energia.
In questo straordinario pantheon industriale c’è la ricchezza della nostra città, la cui ciliegina è rappresentata dall’aerospace, settore trainante in particolare per investimenti in Ricerca e Sviluppo”.
Grazie ingegnere, seguiremo gli sviluppi augurandoci che qualche manina non mutili investimenti e prospettiva sull’affermazione delle attività aerospaziali nella nostra città.
Confronto aperto. Alla prossima

Ferrante De Benedictis è sempre “sul pezzo”. Le nubi subTorino industriale continuano ad addensarsi in modo gravissimo e non servono le boutade della sinistra su una lettura di una Torino futura che non può esistere nei termini da loro divinata.
Sacrosante parole di Ferrante chi potrebbe fare una sintesi più concreta di questa. Chi come me è arrivato dalla Lucania a Torino nel 1975 piange tutti i giorni quando vede questi risultati ma soprattutto vede spenta ogni prospettiva. Torino non sarà mai una città completamente turistica. è una città che può anche essere turistica ma è una città solida ed è nata sul bullone e sulla serietà della gente. Non servono questi regazzotti che vediamo comparire sulla scena di Torino per governarla rovinandola con piste ciclabili e iniziative inutili che creano disagi e odio verso i cittadini,. Mi fermo qui non voglio offendere nessuno. Ormai la frittata si sta completando ci stiamo rassegnando alla resa
Sono orgoglioso del lavoro che sta facendo con dedizione.