Singolare tradizione legata ad un’altra che appartiene all’archeologia del folklore
Con la singolare definizione: Canté j crin, in passato nel mondo contadino, tra Langhe e Roeri, si indicava una pratica molto singolare, finalizzata a mettere in berlina una ragazza del paese che, secondo la vox populi, non mantenesse un comportamento consono all’etica condivisa collettivamente e che quindi fosse una lingera. Termine con il quale si indicavano quelle persone il cui comportamento era tale da lasciar presagire un possibile sviluppo in negativo: insomma la lingera era un po’ l’anticamera di condotti malavitosi.
A queste ragazze, prese di mira dalla comunità, ma non sempre realisticamente colpevoli di quanto erano accusate, venivano dedicate dalla canzone diffamatorie sotto le loro case da gruppi di giovani che, tra il serio e il faceto, si lasciavano andare a lazzi anche pesanti e a tratti volgari. Per far cessare quella sorta di pubblica gogna, il padre della vittima doveva pagare ai cantanti una sorta di tangente, che poteva anche essere di natura.
Questa singolare tradizione si lega ad un’altra che appartiene all’archeologia del folklore, e che in Piemonte è noto come Ciabra, derivazione dal francese Chiarivari. Non induca false interpretazioni il nome di questo rito: è francese, ma in italiano è in genere tradotto con chiassata e poi rinominato, in molteplici modi, nei dialetti. Di fatto si tratta di un rito antichissimo: in Italia le prime fonti sono umbre e risalgono al 1373 e avevano il ruolo di mettere in berlina matrimoni tra vedovi o per la notevole differenza di età tra i coniugi.
La chiassata, se vista in un’ottica antropologica, si pone come un’espressione rituale determinata a svolgere un ruolo sostanzialmente finalizzato al controllo dei costumi, secondo un’etica cristiana arcaica, tendente a considerare inopportune le unioni tra persone che avevano già alle spalle un non sono stati rari i casi in cui la chiassata degenerava, assumendo tonalità tali che tracimavano ben oltre il perimetro della trasgressione consentita. Il rito, oltre ad avere fisionomia marcatamente laica, poteva diventare brodo di coltura anche per scontri e degenerare in risse: fu questo aspetto in particolare a indurre le autorità a intervenire per mettere fine a queste forme rituali-goliardiche.
Significative le testimonianze che ci giungono dai documenti sinodali e sono relativi alla pratica della chiassata “antica e assai benevolmente tollerata”, ma non per questo accettabile per i risvolti anche blasfemi che questi riti producevano (Sinodo di Cesena, 1582; Parma, 1583; Ferrara, 1599; Fidenza, 1625).
Da queste fonti apprendiamo inoltre che queste pratiche erano dette anche scampanate e talvolta potevano essere evitate con il pagamento di un’ammenda costituita da una cospicua offerta di vino. Il sinodo di Brescia del 1574 testimonia a quali eccessi si poteva giungere in occasione delle scampanate: “Non ardisca alcuno per occasione d’allegrezze, o per altra qual si voglia causa, far levar di chiesa le banche per abbrusciarle”.
In Lombardia diversificate e numerose le manifestazioni di dispregio per le seconde nozze (a partire dalla seconda metà del XVI secolo fino alle soglie del XX secolo). Emblematica la testimonianza del 1900 (!) proveniente dalla Valtellina: “A Livigno s’usava battere le tolle e le bronze ai vedovi, per un anno e tre giorni, poi si passava alla demolizione del tetto, qualora non volessero pagare”. In alcune località la chiassata era messa in scena anche quando una donna sceglieva come marito un uomo proveniente da un altro paese (Sinodi di Saluzzo, 1516, 1673; Alba, 1702; San Benigno, 1703).
Dal sinodo di Albenga (1618) abbiamo un’interessante informazione sugli strumenti utilizzati per accompagnare lo Charivari: “cornibus, tubis, variis tripudiis”.
Suggestive le parole del sinodo di Macerata (1663) che proibisce: “irridere vesano tumultu, effusisque fragoribus” in occasione delle seconde nozze.
A margine si consideri un altro aspetto meno noto: le cautele che circondano il matrimonio e, più propriamente, il primo atto matrimoniale, in rapporto al timore di malefici influssi demoniaci o stregoneschi (…) Talvolta si preferiva celebrare il matrimonio, quasi in segreto, senza accompagnamento di parenti. Valore di scongiuro hanno certamente gli strepiti (spari) al passaggio dei cortei.
