Un pezzo di ghiaccio, una borsa a rete e due ricordi di bambino
Ci sono ricordi dell’infanzia che non hanno né un principio né una fine. Restano nella memoria come brevi fotogrammi, apparentemente insignificanti, finché molti anni dopo ci accorgiamo che raccontano un mondo che non esiste più. Uno dei miei risale probabilmente al 1953 o al 1954. Dovevo avere quattro o cinque anni.
Abitavamo a Torino, in via Bardonecchia, all’angolo con c.so Trapani. Ricordo di essere sceso sotto casa con mia sorella, che aveva nove anni più di me.
Passava il camion del ghiaccio.
Lo ricordo elettrico, diverso dagli altri mezzi che circolavano per strada. Si fermava e vendeva il ghiaccio agli abitanti del quartiere. Mia sorella ne acquistò una porzione e tornammo a casa con quel piccolo tesoro freddo. Perché il frigorifero, in casa nostra, non c’era ancora. C’era invece la ghiacciaia.
Non era l’antica grande costruzione sotterranea che oggi il nome potrebbe far immaginare, ma un mobile domestico opportunamente coibentato. Il ghiaccio acquistato veniva collocato al suo interno e, sciogliendosi lentamente, manteneva freschi cibi e bevande. Per me quel mobile era ancora più familiare: mio padre era falegname e le ghiacciaie le costruiva. Non era un lavoro insolito nella Torino del dopoguerra. Altri falegnami torinesi realizzavano mobili analoghi, spesso isolati con il sughero. Bisognava costruire una cassa capace di rallentare il più possibile lo scambio di calore con l’esterno e prevedere anche lo smaltimento dell’acqua prodotta dallo scioglimento. Un oggetto semplice solo in apparenza. Il freddo, insomma, non usciva ancora da un motore: arrivava sotto forma di un blocco che bisognava comprare, trasportare e cercare di far durare il più possibile.
A Torino la vendita del ghiaccio aveva ormai una lunga storia. Alla fine dell’Ottocento era già attiva la produzione di ghiaccio artificiale e il prodotto poteva essere consegnato anche a domicilio. Nel dopoguerra i pani di ghiaccio continuavano a essere distribuiti per le strade, tanto che fotografie torinesi del 1950 documentano ancora persone in attesa davanti ai punti di distribuzione.
Prima ancora il sistema era diverso, ma basta poco per comprenderlo. Durante l’inverno neve e ghiaccio venivano raccolti e stipati in apposite ghiacciaie, spesso sotterranee, dove potevano conservarsi per mesi. A Torino quelle di Porta Palazzo sono uno degli esempi più noti. In poche parole, si cercava di conservare un po’ d’inverno per quando sarebbe arrivata l’estate.
Con la produzione artificiale non fu più necessario aspettare il gelo. Il ghiaccio poteva essere fabbricato durante tutto l’anno, tagliato in grandi pani, caricato sui mezzi e distribuito nei quartieri. Era ormai una merce, ma continuava ad avere qualcosa che oggi abbiamo dimenticato: peso, ingombro e una durata limitata.
Ed è proprio di quegli anni che mi è rimasto un secondo ricordo, questa volta a Sanremo. I miei nonni materni vivevano lì per motivi di lavoro di mio nonno, che faceva l’autista. Mia nonna era casalinga.
Ricordo che un giorno io e lei prendemmo il filobus da una zona periferica per raggiungere il centro. Il filobus faceva allora parte da anni della vita quotidiana sanremese e, per un bambino, quel viaggio doveva avere già qualcosa di particolare.
Entrammo poi in un edificio di cui oggi non saprei più indicare con certezza la posizione, di certo nel centro storico. Ho però ancora davanti agli occhi un grande macchinario e grossi pani di ghiaccio. È uno di quei ricordi nei quali i contorni si sono sbiaditi, mentre un particolare resta sorprendentemente nitido. Mia nonna acquistò una sezione di quel ghiaccio e la infilò in una borsa a rete. Riprendemmo il filobus per tornare a casa. La borsa fu appoggiata sul pavimento di gomma del mezzo e il ghiaccio, naturalmente, cominciò lentamente a sciogliersi. Ricordo ancora quella piccola pozza d’acqua.
E ricordo anche altre donne che trasportavano il ghiaccio nello stesso modo. Non era quindi un gesto eccezionale, ma una piccola consuetudine della vita quotidiana: si andava a comprare il freddo e lo si portava a casa. La borsa a rete, che oggi associamo magari alla spesa di un tempo, aveva anche questo curioso inconveniente: non tratteneva nulla. Il ghiaccio gocciolava sul marciapiede, sul pavimento del filobus, sulle scale di casa. E intanto, centimetro dopo centimetro, diminuiva.
Oggi tutto questo sembra incredibilmente lontano. Apriamo il frigorifero, prendiamo una bottiglia fresca e richiudiamo lo sportello senza pensarci. Il freddo è sempre lì, disponibile anche nel giorno più caldo di agosto.
Allora aveva invece una consistenza, un peso e una durata. Bisognava comprarlo. Portarlo a casa. Sistemarlo nella ghiacciaia. E cercare di non sprecarlo.
Non so perché, dopo più di settant’anni, io ricordi ancora mia sorella che acquista il ghiaccio sotto casa a Torino o quella borsa a rete posata sul pavimento del filobus di Sanremo. Forse perché, senza saperlo, stavo assistendo agli ultimi anni di un’abitudine destinata a scomparire molto rapidamente. Mio padre costruiva ancora le ghiacciaie. Le donne compravano ancora il ghiaccio per strada. Io guardavo.
Poi arrivarono i frigoriferi e tutto questo divenne inutile quasi senza che ce ne accorgessimo. Rimasero qualche vecchio mobile, qualche fotografia e, per qualcuno, una piccola pozza d’acqua sul pavimento di un filobus.
Una volta il fresco non si accendeva. Bisognava portarselo a casa.
Il Video: Il Camion del Ghiaccio

Quanti ricordi, caro Sergio.Abitavo vicino alla fabbrica del ghiaccio e assistevo ogni giorno alle fermate del camion agli angoli delle vie. Avevamo poco allora, ma abbiamo contribuito a ricostuire un Paese che oggi politici dementi e incapaci cercano di distruggerlo
Caro Francesco, il tuo ricordo completa perfettamente il mio. Quei camion, quelle soste agli angoli delle strade, quel ghiaccio portato nelle case appartengono a un’Italia che aveva certamente meno di oggi, ma possedeva una straordinaria volontà di ricominciare. Forse è proprio questo che vale la pena ricordare: da quelle difficoltà nacque un Paese costruito con lavoro, sacrificio e fiducia nel futuro. Grazie per aver aggiunto un altro pezzo di memoria.»
Sono del 51 e lo ricordo anch’io. Abitavo in via Santa Giulia angolo via a rossini. Che ricordi. Non solo il camion del ghiaccio ma anche l’arrotino, l’ombrellaio ed altri che purtroppo non ricordo bene. E poi il carretto con l’organetto siciliano. Che nostalgia. Ma sono io che sbaglio o il camion del ghiaccio era verde?
Che bel ricordo, grazie per averlo condiviso. È proprio questo il bello di queste memorie: da un semplice camion del ghiaccio riaffiorano l’arrotino, l’ombrellaio, l’organetto e tanti altri piccoli frammenti della Torino di allora. Sul colore del camion, invece, devo confessare che non ricordo affatto se fosse verde. È un particolare che la mia memoria non ha conservato, ma magari qualche altro lettore potrà aiutarci a ricostruirlo. Un caro saluto.