Giuseppe Gabetti, la Marcia Reale d’ordinanza e una sorprendente coincidenza nella storia degli inni nazionali.
A Torino esiste un corso intitolato a Giuseppe Gabetti. Un nome che molti torinesi avranno certamente letto su una targa stradale, senza forse domandarsi chi fosse il personaggio al quale è dedicata. Eppure, per oltre ottant’anni, una sua composizione accompagnò cerimonie ufficiali, parate militari e apparizioni pubbliche dei sovrani italiani. Una melodia che attraversò l’unificazione nazionale, la Prima guerra mondiale e alcuni dei momenti più drammatici del Novecento.
Era la “Marcia Reale d’Ordinanza”, destinata a diventare l’inno del Regno d’Italia. E la sua storia comincia proprio a Torino.
Giuseppe Gabetti nacque a Torino nel 1796. Rimasto presto orfano, fu accolto dal fratello maggiore Gaetano, commerciante di libri e musica, grazie al quale poté dedicarsi agli studi musicali. Dimostrò talento come violinista e compositore, sviluppando una carriera divisa tra il teatro e le bande militari. Nel 1821 entrò volontario nel corpo musicale del primo reggimento della Brigata Savoia, diventandone capomusica nel 1829. Contemporaneamente frequentava l’ambiente del Teatro Regio, dove avrebbe ricoperto l’incarico di primo violino e direttore della musica dei balli. Fu anche insegnante di violino della Cappella reale.
Una carriera rispettabile, ma probabilmente destinata a essere ricordata soltanto dagli studiosi, se non fosse intervenuta una richiesta del sovrano.
Nel 1831 Carlo Alberto salì al trono del Regno di Sardegna.
Il nuovo sovrano avviò una riorganizzazione dell’esercito, nel quale anche la musica militare svolgeva un ruolo importante. Le marce accompagnavano le truppe nelle sfilate e nelle cerimonie, contribuendo alla solennità delle occasioni ufficiali. In questo contesto maturò la decisione di adottare una nuova marcia d’ordinanza e l’incarico di comporla venne affidato a Giuseppe Gabetti.
Le fonti non concordano completamente sulle modalità della commissione, ma è documentata l’adozione della nuova composizione il 2 agosto 1834.
Prima di arrivare a questo risultato si sarebbe verificato un episodio piuttosto curioso. Secondo un aneddoto tramandato dalle biografie del musicista, Gabetti avrebbe composto due marce, sottoponendole al giudizio di Carlo Alberto. La prima lo soddisfaceva pienamente. Della seconda, invece, non era altrettanto convinto. Il sovrano, dopo averle ascoltate, avrebbe scelto proprio quella che il compositore apprezzava meno.
Non sappiamo quanto questo racconto corrisponda esattamente allo svolgimento dei fatti, ma rimane una singolare ironia: il brano che avrebbe reso celebre Gabetti sarebbe stato proprio quello sul quale nutriva maggiori perplessità.
Anche la prima esecuzione pubblica è legata a una tradizione storica che la colloca a San Maurizio Canavese, durante una rivista militare alla presenza di Carlo Alberto. Da quel momento la Marcia Reale iniziò ad accompagnare le cerimonie della monarchia sabauda.
La composizione possedeva tutte le caratteristiche richieste a una marcia militare: ritmo energico, melodia facilmente riconoscibile e andamento solenne. Eppure, gli studiosi hanno individuato alcune somiglianze con celebri pagine di Gioachino Rossini, in particolare con la sinfonia della Cenerentola e alcuni passaggi del Mosè. Non si tratta necessariamente di imitazioni intenzionali, ma di affinità che testimoniano quanto Gabetti fosse immerso nella cultura musicale del proprio tempo. La sua formazione teatrale aveva evidentemente contribuito a creare una melodia capace di imprimersi nella memoria.
Una testimonianza interessante di quella stagione musicale è documentata nel catalogo della Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte “Giuseppe Grosso”, della Città Metropolitana di Torino. Si tratta di una raccolta di dieci marce militari sabaude, pubblicata dall’editore Ricordi intorno al 1859-1860. Non era un semplice fascicolo musicale: la raccolta era rilegata in pelle, dedicata a Vittorio Emanuele II e accompagnata da nove litografie e una tavola dipinta a mano. Tra le composizioni figurava naturalmente la Marcia Reale di Gabetti, insieme a brani dai titoli significativi, come Il Risorgimento d’Italia, I tre colori e La battaglia di San Martino. È un documento che racconta, attraverso la musica, l’atmosfera patriottica degli anni immediatamente precedenti l’unificazione nazionale.
Nel 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, la Marcia Reale divenne l’inno utilizzato nelle cerimonie ufficiali del nuovo Stato. La composizione non possedeva un testo ufficiale. Nel tempo vennero scritte diverse parole da adattare alla melodia, ma nessuna fu stabilmente adottata.
Gabetti morì a La Morra, nelle Langhe, il 22 gennaio 1862, senza poter conoscere la lunga fortuna che la sua musica avrebbe avuto nell’Italia unita.
La Marcia Reale accompagnò i regni di Vittorio Emanuele II, Umberto I e Vittorio Emanuele III, attraversando la Prima guerra mondiale e il periodo fascista. Durante il Ventennio venne frequentemente affiancata da Giovinezza, l’inno del Partito Nazionale Fascista. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il suo impiego nelle cerimonie ufficiali conobbe modifiche e interruzioni, mentre la crisi della monarchia annunciava un cambiamento ormai inevitabile.
Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale, gli italiani scelsero la Repubblica. Il successivo 12 ottobre, durante una riunione del Consiglio dei ministri presieduta da Alcide De Gasperi, fu deciso di adottare provvisoriamente il Canto degli Italiani, scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro. Quella scelta, inizialmente provvisoria, rimase in uso per oltre settant’anni, fino alla legge 4 dicembre 2017, n. 181, con la quale il Canto degli Italiani venne formalmente riconosciuto come inno nazionale della Repubblica. La legge entrò in vigore il 30 dicembre dello stesso anno.
Il 12 ottobre 2026 sono dunque trascorsi ottant’anni da quel passaggio storico. Ma proprio qui emerge una coincidenza particolarmente interessante per Torino. Il testo del Canto degli Italiani era stato scritto a Genova da Goffredo Mameli, ma la musica fu composta a Torino nel 1847 dal genovese Michele Novaro, allora impegnato come tenore e maestro dei cori nei teatri Regio e Carignano. La tradizione lega la nascita della melodia a una serata trascorsa nella casa del patriota Lorenzo Valerio. L’episodio è ancora ricordato da una lapide collocata in via XX Settembre 68/B, realizzata nel 1928.
Ecco, dunque una singolare coincidenza: la musica dell’inno del Regno d’Italia e quella dell’inno della Repubblica sono entrambe legate a Torino. Due composizioni nate in momenti differenti, che avrebbero rappresentato epoche profondamente diverse della storia nazionale.
Oggi il nome di Giuseppe Gabetti sopravvive soprattutto nella toponomastica cittadina, mentre quello di Michele Novaro continua a essere ricordato ogni volta che risuonano le note dell’inno nazionale.
Due musicisti, due melodie e una città che, in tempi differenti, contribuì a dare una voce musicale alla storia d’Italia.
Video dedicato all’Argomento: Marcia Reale d’Ordinanza
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