Mario Gabinio - La Sindone - Esp. 1898 - Torino-Duomo Piazza San Giovanni - Cappella della S. Sindone Vista Frontale Dell'altare Durante l'ostensione della Santa Sindone (foto wikipedia)
Una rilettura con le prediche dimenticate di Padre Agostino da Montefeltro
Ogni anno, il 4 maggio, Torino ricorda la sua reliquia più nota e più importante, la Sindone, il Sacro Lino che ha avvolto il corpo di Cristo dopo la Passione.
Il culto della Sidone è approvato a partire dal 1506: Papa Giulio II, su richiesta del Duca di Savoia Carlo II, ne autorizza la pubblica devozione e istituisce l’Ufficio della Sindone, fissando la celebrazione della festa al 4 maggio. La data non è casuale, perché cade il giorno successivo alla festa dell’Esaltazione della Croce, che si celebrava il 3 maggio; la Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II l’ha spostata al 14 settembre, come “Trionfo della Croce”, nello stesso giorno dell’anno 320 in cui Elena ritrova la Vera Croce.
La prima notizia riferibile con certezza alla Sindone in Occidente risale al 1353: il 20 giugno il Cavaliere Goffredo (Geoffroy) di Charny, che ha fatto costruire una chiesa nella cittadina francese di Lirey, dona alla collegiata della chiesa un lenzuolo, che dichiara essere la Sindone che ha avvolto Gesù, senza spiegare come ne sia venuto in possesso. Secoli dopo, nel 1855, a comprova della sua affermazione, è ripescato nella Senna un medaglione votivo, ora conservato al Museo Cluny di Parigi: su di esso sono raffigurati la Sindone – nella tradizionale posizione orizzontale con l’immagine frontale a sinistra -, le armi degli Charny e quelle dei Vergy, il casato di Giovanna, consorte di Geoffroy.
Altre notizie provengono dal “memoriale d’Arcis”: nel 1389 una lettera indirizzata da Pietro d’Arcis, Vescovo di Troyes, all’Antipapa avignonese Clemente VII protesta contro l’ostensione sindonica organizzata da Goffredo II, figlio di Geoffroy. Il Vescovo D’Arcis segnala che la Sindone è stata esposta per la prima volta circa trentaquattro anni prima, quindi nel 1355 (alcuni storici propendono per il 1357, dopo la morte di Geoffroy, ucciso in battaglia a Poitiers il 19 settembre 1356), per attirare fedeli e donazioni. Goffredo II invia a sua volta un memoriale a sostegno della veridicità della Sindone. Nel 1390 l’Antipapa Clemente VII sceglie una soluzione di compromesso: da un lato, autorizza l’esposizione della Sindone a patto che si dichiari che si tratta di una “pictura seu tabula”, cioè un dipinto («si dica ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a imitazione del Sudario»); dall’altra, chiede a Pietro d’Arcis di cessare le sue critiche.
Nei decenni successivi si accende una disputa per il possesso della Sindone. Nel 1415 il Conte Umberto de la Roche, marito di Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, prende in consegna il lenzuolo per metterlo al sicuro, in occasione della guerra tra la Borgogna e la Francia. In seguito, Margherita si rifiuta di restituirlo alla collegiata di Lirey e ne reclama la proprietà. I canonici la denunciano e la causa si protrae per anni; durante questo periodo, Margherita organizza una serie di ostensioni nei suoi viaggi in Europa (intanto il Conte Umberto muore, nel 1448). Nel 1449 a Chimay, in Belgio, dopo una ostensione, il Vescovo locale ordina un’inchiesta, a seguito della quale Margherita deve mostrare le Bolle papali in cui il telo è definito una raffigurazione: l’ostensione viene interrotta e la nobildonna è espulsa dalla città. Negli anni successivi Margherita continua a rifiutare di restituire la Sindone finché, nel 1453, la vende ai Duchi di Savoia, forse per liberarsene e allontanarsi da sé critiche e accuse. Nel 1457, a causa dei suoi comportamenti, Margherita sarà anche scomunicata.
Nel 1578 il Duca Emanuele Filiberto decide di portare la Sindone, per abbreviare il viaggio dell’Arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, che intende sciogliere il voto fatto durante l’epidemia di peste degli anni precedenti, di raggiungere a piedi la Sindone. In questo modo, il pellegrinaggio del prelato durerà soltanto cinque giorni.
Il primo fotografo della Sindone, nel 1898, è l’astigiano Secondo Pia: il suo negativo “rovesciato” è diventata un’icona ed è un’immagine destinata a destare infiniti interrogativi.
Nella sua lunga e travagliata storia, la Sindone ha lasciato Torino soltanto una volta, dal 25 settembre 1939 all’ottobre 1946, per volontà del Cardinale Fossati, per non esporla ai rischi della guerra. In quel periodo viene custodita in incognito nel santuario di Montevergine, in Campania: vi viene portata in auto da Monsignor Paolo Brusa, Cappellano del Re e Custode, insieme a Monsignor Giuseppe Gariglio, secondo Cappellano.
Nel 1983 muore l’ultimo Re d’Italia in esilio, Umberto II: egli lascia per volontà testamentaria la Sindone al Vaticano, con il vincolo della permanenza a Torino.
Dopo le prove medievali, il Telo ha subito anche il furioso incendio del 1997; originatosi nelle soffitte di Palazzo Reale, devasta il Duomo e distrugge la Cappella della Sindone, capolavoro barocco di Guarino Guarini (la cui cupola sembra più alta del reale grazie a una fantasmagorica illusione ottica del progettista).
La Sindone è stata indagata da molte discipline scientifiche; nemmeno le analisi al radiocarbonio sono state risolutive, in quanto contestate nel merito e nel metodo da alcuni studiosi della materia.
È stata definita “stupefacente testimonianza che ci parla, nel suo silenzio, in maniera meravigliosa” (S. Giovanni Paolo II); Papa Francesco ha invitato a lasciarci “raggiungere da questo sguardo, che non cerca i nostri occhi ma il nostro cuore”.
A questa sommario storia, aggiungo una esperienza personale, risalente all’autunno del 1978: è la mia prima visita alla Sindone; in un incontro nella chiesa della Misericordia, Ito De Rolandis mi regala il suo libro Attacco alla Sindone. Ricordo un buio pomeriggio in quella suggestiva chiesa medievale, a lato di via Garibaldi, che prende il nome dalla omonima Confraternita che accompagnava le ultime ore dei condannati a morte). Lo scrittore e giornalista astigiano è intento a spiegare a un gruppo di giovani studenti il motivo del suo romanzo, che trae spunto da incursioni avvenute all’interno del Duomo di Torino; suona l’allarme, arriva una volante e non si trova il colpevole dell’intrusione. A partire da questi fatti, ripetutisi nel tempo, De Rolandis inizia una ricostruzione giornalistica: usa i Vangeli come un rapporto di Polizia, da cronista di nera della Gazzetta del Popolo, e arriva a dare una spiegazione scientifica alla scomparsa del corpo di Cristo dal sepolcro (o alla sua Resurrezione, per i credenti). A distanza di quasi quarantotto anni da quel giorno, ricordo ancora le parole di un uomo di chiesa che era presente a quell’incontro. A una domanda sulla autenticità della reliquia, egli risponde: «Chi crede, non ha bisogno di prove scientifiche. Chi non crede, anche se la scienza dimostrasse che si tratta di un lenzuolo del I secolo, proveniente da Gerusalemme e che ha avvolto il corpo di un tale Gesù descritto nei Vangeli, direbbe che quell’uomo era un mortale come noi e non il Figlio di Dio».
In ogni caso, nessun reperto storico o archeologico ha ispirato e prodotto una tale quantità di studi, convegni, ricerche e pubblicazioni, a dividere la comunità degli esperti e degli studiosi.
Qualche anno fa ho ritrovato un volumetto rilegato a dispense, come usava un tempo, con la copertina nera e il titolo dorato: Prediche di Padre Agostino da Montefeltro – Riassunto stenografico quotidiano – Distribuzione presso D. Fino, libraio Piazza Carlo Alberto Torino.
Chi era D. (Davide, N.d.A.) Fino? Con la sorella Candida, gestisce una rivendita di giornali in piazza Carlo Alberto ed è proprietario di un alloggio al quarto piano, al numero 6 della stessa via, dove ha soggiornato in affitto anche Friedrich Nietzsche, ma questa è un’altra storia da sacro e profano, bianco e noir tipicamente torinese.
Torniamo a Padre Agostino da Monteferltro. La terza predica raccolta nel volume è dedicata alla Sindone, piena di parole accese di fede e di passione. Ne prendo un esempio.
«La predica oggi ha luogo alle 4 pom. anziché alle 11, perché è costume in Torino di fare recitare alla Metropolitana ogni venerdì il sermone della Sindone, che è, come tutti sanno, custodita nella cappella reale.
Chi iniziò tale costume si fu Carlo Emanuele I di Savoia, che concorrendo col Capitolo metropolitano nelle spese del quaresimalista, volea sul pergamo di S. Giovanni oratori di grido, che prendevano nome di quaresimalisti del Re.
Il vostro glorioso e santo trofeo, la Sindone, o Torinesi, è per molti oggetto di culto, mentre è per taluno argomento di scandalo.
Ma che cosa vi dirò che non sia già stato altra volta detto sulla Santa Sindone? Che cosa potrò dirvi che degno riesca della sua gloria e della vostra pietà?
E il culto, o signori, delle reliquie è un atto altamente religioso, che troviamo ricordato nei libri della storia sacra di tutte le nazioni. Se noi risaliamo il fiume del passato, noi troviamo che il culto delle reliquie è consacrato fin dai tempi di Roma nella religione dei Pagani.
Ma la Sindone che veneriamo è proprio quella che raccolse le spoglie adorate del Cristo?
È impossibile negarne l’autenticità. L’Oriente e l’Occidente, la storia e la tradizione concordano, senza che la catena delle testimonianze sia in un solo punto disgiunta. S. Pietro, il primo Papa, ne constatò l’esistenza; altri Papi e vescovi ne attestarono l’autenticità; poi i Monarchi la circondarono della loro venerazione e le eressero monumenti; infine il popolo colla sua voce potente aggiunse l’approvazione sua attraverso ai secoli, e il Cielo volle porvi il suggello conservandola incolume tra le fiamme.
La vostra divozione alla Sindone è come un Sacramento. L’anima vi scopre il velo nel quale si cela Cristo.
Se un giorno la critica audace vi accuserà di fanatismo, di puerilità, d’ignoranza, disprezzate, o Torinesi, con sicura parola, con fieri sguardi queste accuse pedanti e queste parole vuote di significato.
Rispondete colla fermezza del vostro carattere, con tutta la fierezza del vostro accento, che sa dell’Alpi che vi circondano: no, non vi è fanatismo là dove i fatti parlano al cuore ed alla ragione; non è puerilità, non è ignoranza dove la storia e la tradizione sostengono le mie credenze. Se questa è ignoranza, la preferisco al vostro scetticismo, che mi priva d’ogni conforto. La fede m’illumina, la speranza mi sostiene, la carità che solleva i fratelli m’accende d’amore.
(Si battono le mani all’oratore)
Sabato riposo. Predica alle ore 11 di domenica».
Per l’anagrafe, Padre Agostino da Montefeltro è Luigi Vicini. Nasce a Sant’Agata Feltria (Rimini) il 1° marzo 1839: primogenito di una famiglia agiata, diventa sacerdote all’età di 22 anni. È nominato Canonico della Collegiata di Sant’Agata Feltria, da subito è un apprezzato e ricercato oratore nel Montefeltro e in tutte le Marche.
Nel 1867 attraversa una profonda crisi morale e religiosa, che lo porta a fuggire con una ragazza sua compaesana, a Firenze e a Milano; in seguito, si rifugia in Svizzera, a Bellinzona, dove tenta il suicidio. La grave crisi personale si risolve nel 1870: riacquistata la vocazione, Luigi entra nell’Ordine dei Minori, con il nome di Agostino da Montefeltro. Per la seconda volta, si diffonde la fama della sua abilità oratoria, che attira persone di diverse istruzioni ed estrazione sociale. Che cosa avviene al momento della sua grande crisi, da lui mai negata? Egli ammetterà di aver fatto parte del “mondo del peccato”, senza mettere in discussione i principi della fede. Non interessa qui la vicenda con la ragazza, un argomento che andrebbe visto e studiato senza pregiudizio, come un fattore umano. Questa caduta è forse lo spunto che forgia il nuovo Agostino.
I suoi sermoni più noti li predica nella Quaresima 1889 a Roma, nella chiesa di San Carlo al Corso. Le sue parole, spesso interrotte da applausi dei fedeli, toccano temi come l’evoluzionismo e il darwinismo sociale; attacca la massoneria, lo scientismo e il libero pensiero, lo sfruttamento dei poveri; le sue parole infuocate lasciano una traccia profonda nei cattolici che le ascoltano.
Nel 1877 si trasferisce a Pisa, dove fonda una Scuola Popolare e l’Istituto di Marina di Pisa per le Orfanelle. La sua vasta opera religiosa include la fondazione di una Congregazione di suore, le Figlie di Nazareth, consacrate all’esercizio della carità e all’istruzione cristiana delle orfane. In campo sociale, contribuisce con le sue prediche a preparare il terreno all’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.
Padre Agostino da Montefeltro muore a Pisa il 5 aprile 1921, è sepolto nella chiesa dell’Istituto da lui fondato.
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