Per scoprirlo, andiamo a visitare la chiesa di “San Vito ai Colli”
Le reliquie di San Valentino sono davvero conservate a Torino? E qual è il rapporto fra la nostra città e il santo degli innamorati?
Il più celebre parco cittadino porta il suo nome, così come il Castello che si affaccia sul fiume, acquistato da Emanuele Filiberto nel 1564, all’indomani della scelta di trasferire la capitale del Ducato di Savoia da Chambéry a Torino, dopo la pace di Cateau-Cambrésis.
In un territorio minato, fra storia e leggenda, è bene far ricorso a qualche documento.
Il più antico è datato 6 novembre 1275: il Vescovo Goffredo (in carica dal 1264 alla sua morte nel 1300) concede il diritto di pesca, a nome della Chiesa di Torino, in una zona sul fiume chiamata “Valentinum”.
Il 6 marzo 1385 un Ordinato della Città di Torino dispone la riparazione della Strada del Valentino.
Bastano questi due documenti per sfatare la leggenda secondo cui il nome deriverebbe dalla nobildonna chierese Valentina Balbiano, per la quale il consorte Renato Birago per amore avrebbe fatto gettare le fondamenta del primo Castello del Valentino. Milanese di origine, dopo una brillante carriera politica in Francia, durante il controllo francese sul Piemonte, egli divenne Maestro delle Richieste del Parlamento di Torino (1539) e ne fu anche presidente nel 1543.
Lo storico Luigi Cibrario, nella sua Storia di Torino, scrive che « sulla riva del Po eravi qualche casa che aveva preso probabilmente fin dai tempi romani il nome di Valentino; se pure non derivava quel nome da una cappella dedicata a S. Valentino. »
Per quanto riguarda le antichità conservate all’interno della chiesa, nell’edizione del 1912 dell’elenco degli Edifici Monumentali della Provincia di Torino, a pagina 123, si legge: « Chiesa parrocchiale dei santi Vito, Modesto e Crescenzia, con transenne in marmo del sec. X° e lapidi romane. »

Nel 1930, purtroppo, l’allora parroco don Agostino Basso, con il rifacimento del pavimento della chiesa, cancella ogni traccia delle antiche lapidi poste in terra e dei sepolcri sotterranei.
In tema di reliquie, tre documenti ci pervengono dall’epoca del ministero episcopale torinese di Mons. Luserna Rorengo di Rorà (1768 – 1778).
Il primo è un’istanza non datata, del parroco della chiesa collinare dedicata ai Santi Vito, Modesto e Crescenzia, don Giuseppe Antonio Maffei (sottoscritta anche dal padre Porro di San Giuseppe, dal sacerdote don Tempia dei Teologi del Corpus Domini, dal sacerdote Turinetti « professore della Regia Scuola d’Umanità », dal Conte G. B. Galperti « della valle di San Vito » e da altri), diretta al citato Arcivescovo: con essa si richiede la traslazione in chiesa delle reliquie di San Valentino. Il sacerdote richiede decoro nella traslazione e dispone un triduo di preghiera, l’esposizione del SS. Sacramento e la concessione dell’indulgenza a chi, confessato e comunicato, si recasse a visitare la reliquia del martire, con la dedicazione nella terza domenica di ottobre alla festività in suo onore.
È don Maffei a chiedere la traslazione “del corpo del glorioso martire San Valentino » dalla « pubblica cappella del Pilonetto situata al piano, ossia alle falde dei suddetti monti, lateralmente alla strada pubblica che dal borgo oltre il fiume Po tende alla città di Moncalieri » (corso Moncalieri, nei pressi dell’attuale piazza Zara, N.d.A.).
Il secondo documento è la risposta, in data 11 settembre 1769: l’Arcivescovo concede il beneplacito e istituisce la celebrazione della festa annuale, l’indulgenza ai visitatori del « Sacro Corpo del Martire di Cristo, Valentino » ai fedeli partecipanti.
Il terzo, decorato con lo stemma dell’Arcivescovo, risale esattamente a un mese dopo, 11 ottobre: è la relazione con il resoconto della ricognizione e la conferma della autenticità delle reliquie (quest’ultimo documento è conservato nell’archivio della parrocchia). La descrizione è accurata: nell’urna si trova la reliquia del corpo « Sancti Valentini pueri » e accanto una ampolla di vetro aspersa col sangue del martire, provenienti dal cimitero romano di S. Agata. Il corpo è piccolo e sottile, ricoperto da una veste di seta azzurra trapunta di fiori d’argento; giace su un lettino scarlatto, con una palma fra le mani ed è circondato da una ghirlanda, entrambi simboli classici del martirio. La relazione si chiude con queste parole: « Così per mezzo nostro esse (le reliquie, N.d.A.) sono state autenticate, collocate e consegnate al pubblico culto dei fedeli nella chiesa parrocchiale intitolata ai SS. Vito, Modesto e Crescenzia, situata sui monti di questa città. »
Una incisione in rame, conservata nella Biblioteca Reale di Torino, raffigura la processione che, a partire dal Pilonetto, trasporta le reliquie a San Vito, percorrendo la “Strada dei Morti” (attuale strada Ponte Isabella – San Vito), con il santo in gloria nei cieli fra uno stuolo di angeli e altri santi.
Chi sarebbe, dunque, il San Valentino conservato a Torino?
Negli Acta Sanctorum i santi con questo nome sono molti, due di essi sono riconducibili al “nostro”.
San Valentino di Terni nasce nel 170 d.C.; giovane sacerdote, è vescovo intorno ai trent’anni, subisce il martirio nel 273 (età improbabile, anche in una agiografia…).
San Valentino di Roma, presbitero, muore decollato sulla Via Flaminia, sotto l’Imperatore Claudio il Gotico, nel 268, in giovane età (da lui prenderà il nome la Catacomba di San Valentino).
La sua figura si avvicina al corpo conservato nell’urna e alla relazione dell’Arcivescovo in occasione della ricognizione della salma. Rimangono oscuri i motivi e le vicende del suo trasferimento da Roma a Torino dove, da più di tre secoli, la sua urna è collocata in una nicchia dell’altare maggiore della chiesa in collina e mostra la figura di un giovane.
Possiamo immaginare un ipotetico triangolo, nel nome di Valentino, che unisca il parco e il castello omonimi e la chiesa di San Vito?
Recenti studi hanno visto la pubblicazione nel 2012 (Edoardo D’Angelo nel volume San Valentino e il suo culto tra Medioevo ed età contemporanea): le conclusioni a cui sono giunti gli storici riferiscono di un unico martire, il Vescovo di Terni, mentre il giovane sacerdote romano sembra passare nell’alone del mistero o della leggenda, la sua stessa figura potrebbe essere frutto di un equivoco. Un altro mistero torinese che rimarrà irrisolto?
Mi piace pensare che, da lassù, il Santo degli innamorati (o chiunque ci sia in quell’urna) osservi con uno sguardo benevolo la nostra città e gli amori che ogni giorno nascono all’ombra della Mole.
La chiesa si trova in una splendida e dominante posizione sulla città di Torino, un vero balcone per gli occhi dei rari passanti.
Così ne scrive Giuseppe Isidoro Arneudo in Torino sacra (1898), riprendendo la teoria della antica dedicazione collinare a San Vito: « Un’amenissima strada, fiancheggiata da graziose ville e leggiadre palazzine, da campi e prati in dolce pendio, e da qualche vigneto, dipartentesi dallo stradone di Moncalieri, poc’oltre il Borgo così detto del Rubatto, e precisamente alla ‘Barriera di Piacenza’ conduce in mezz’ora alla Chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Vito, Modesto e Crescenzia, comunemente designata col nome di ‘San Vito’, situata sur un colle non molto alto, al quale dà il nome, ed ove già in tempi assai remoti (cioè anticamente al mille) esisteva una cappella dedicata parimente a San Vito e che era in possesso dei Canonici del Salvatore.
In una delle domeniche d’ottobre viene esposto alla pubblica venerazione il corpo di San Valentino, che si conserva in questa Chiesa, che, prima di pregi d’arte, ciò nulla meno è mèta, nella bella stagione, a festive passeggiate dei Torinesi, attratti a San Vito dalla piacevole comodità della strada e dal panorama incantevole che dall’alto del colle si gode sulla vicina Torino. »

Nella sua tesi di laurea, discussa nell’anno accademico 2018/2019, Chiara Molaro evidenzia queste notizie storiche: « Le relazioni tra Municipalità e la parrocchia di San Vito sono antiche e si riscontrano in documenti del 1100. Come per altre borgate anche questa, col passare degli anni, necessitò di un proprio sito di sepoltura, nuovamente viene convocato l’ingegner Barone che dopo controversie legali nel 1838 vide validare il suo progetto. Partendo dall’antico cimitero collocato appena sotto la parrocchia viene creata una nuova area a forma di ventaglio, su terreni ceduti dalla Municipalità. Il cimitero era diviso in campo per gli infanti e per gli adulti, separati a un viale contenente l’ossario generale. Sul lato opposto al settore dei bambini vi erano le sale a servizio delle sepolture. Soppresso nel 1952 le uniche due sepolture gentilizie furono riassegnate in altri campi santi torinesi. »
Ulteriori studi compiuti hanno accertato che vi erano 49 cappelle su questo versante di collina; era un territorio agreste, con molti lavoranti a mezzadria, fino al Novecento. L’evoluzione sociale, in pochi decenni, ha trasformato le cascine e le case agricole in dimore signorili, ricercate dalla finanza e dall’alta borghesia. Un emblema ne è la Villa Frescot, di proprietà della famiglia Agnelli, dove ha vissuto i suoi ultimi giorni l’Avvocato Gianni Agnelli.
La citata Strada dei Morti era il vecchio percorso che iniziava dal ponte Isabella e si inerpicava su per la collina a raggiungere la chiesa di San Vito. Fino ai primi Anni Cinquanta del Novecento, annesso alla chiesa era un cimitero (forse per questo la strada venne chiamata così?).

Voci popolari narravano che la via avesse questo soprannome perché, essendo molto stretta e con continui tornanti, era un luogo ideale dove i malfattori potevano nascondersi e assalire gli ignari passanti. La Strada dei Morti non esiste più, è un ricordo storico e una accattivante denominazione. L’attuale Strada Comunale di San Vito – Revigliasco è stata costruita negli Anni Settanta, in pieno cambiamento morfologico del territorio circostante.
Nel 2020, grazie al Canonico don Valerio Andriano, allora parroco di San Vito, ho potuto vedere da vicino l’urna. Il Canonico Andriano, esperto e appassionato di storia, fra i suoi parrocchiani ha avuto la scrittrice e storica della collina torinese Margherita Crema Giacomasso.

Il Canonico Andriano, che mi ha concesso di essere fotografato accanto all’urna di San Valentino, mi svela che due scivoli nelle cappelle laterali, tramite botole, immettono al livello sottostante della chiesa, ove si inumavano i corpi dei parrocchiani deceduti. Infatti, in una antica relazione al Vescovo di Torino, viene segnalato il cattivo odore che si respirava sempre all’interno della chiesa, per le continue esalazioni provenienti dal livello sottostante.
Storia e storie, quindi, di un tempo e di un clima scomparsi, permeati da maggior afflato religioso, sospesi tra fede e mito.
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