Indizi, piste false e un fermato sospetto e tutto insabbiato. Perchè non riaprire le indagini?
Cosa ci ha colpito nella cronaca di questi mesi? Le iniziative della magistratura non politicizzata che, avvalendosi dei mezzi che la tecnologia oggi ci fornisce, sta scandagliando prove e documenti di casi irrisolti degli ultimi decenni per dare risposte a sentenze prive di sbocchi. Altro fattore di meditazione, dopo anni di pensiero unico sulla santità dei partigiani e sulle tesi inoppugnabili della resistenza, sono stati pubblicati recentemente testi e documenti che indicano precise responsabilità su stragi, vendette e altri fatti poco edificanti compiuti ad opera di partigiani o presunti tali.
Così ci siamo ricordati di un delitto consumato a Torino, che fece scalpore, ma che non ha ottenne giustizia, seppur siamo passato oltre 73 anni. Il delitto Codecà. Come si svolsero i fatti?
Erano le 21,15 del 16 aprile del 1952, quando all’altezza del numero 24 di via Villa della Regina, a Torino, veniva ucciso con un colpo a bruciapelo, l’ingegner Erio Codecà, uscito momentaneamente da casa, per portare a passeggio il cane.
Codecà, sconosciuto ai più, era invece un alto dirigente della Fiat e precisamente direttore della Fiat Spa ed aveva svolto gran parte della carriera manageriale all’estero, a Bucarest e Berlino.
Codecà non si era mai occupato di politica, ma la prima pista per la ricerca dell’assassino fu politica. Gli inquirenti, forse sviati per aver trovato dopo pochi giorni, nei pressi dell’abitazione un mitragliatore trafugato in periodo bellico, collegarono il ritrovamento con la chiacchiera tra un balordo e due confidenti dei carabinieri.
Giuseppe Feletto, detto Biga, risultato così l’unico indiziato, era un figuro che aveva approfittato della guerra civile per consumare traffici e rapine.
L’imputato fu poi condannato per altri omicidi, ma assolto per il delitto Codecà.
Ad aggravare ancor più la tensione, come sostiene Gian Carlo Picco, in articoli pubblicati dal mese di novembre 2017 nella rubrica I ganci della storia sulla rivista Torino Storia, “fu la scritta “E uno!”, apparsa su un muro esterno della Fiat Grandi Motori. Anche questo fatto rimase senza che si fosse riusciti ad individuare i colpevoli, ma porterà la direzione Fiat e la Questura a sostenere la tesi del delitto politico, imputandone indirettamente la responsabilità al Partito Comunista e al sindacato socialcomunista”
Altri sospetti caddero su un secondo personaggio, che gravitava intorno al PCI e che trovò, nel frattempo un provvido rifugio in Cecoslovacchia. Poi cadde l’oblio, nonostante il ministro Togni, in Parlamento si fosse sbilanciato nell’indicare il colpevole tra qualche cane sciolto dell’estrema sinistra.
Anni dopo un ex senatore comunista, scrisse un libro di fantapolitica che ovviamente cercava di dissipare ogni nube sugli aderenti al suo partito, fantasticando su piste di presunti traffici e collegamenti internazionali consumati da Codecà, per conto dell’azienda, favoriti in particolar modo dai suoi precedenti soggiorni all’estero.
Non si deve tralasciare che in quel periodo le divisioni politiche e il reducismo resistenziale erano ancora fonte di tensione e, negli anni immediatamente precedenti, alle fonderie della Fiat si verificò anche la misteriosa sparizione di un dirigente che, almeno a quel che ci disse uno stretto famigliare, sarebbe stato buttato nell’altoforno da persone mai identificate.
Così, dopo quell’assoluzione per insufficienza di prove, il caso fu virtualmente chiuso.
Forse qualche inquirente, nonostante i 73 anni decorsi, potrebbe riaprire le indagini, magari per trovare un colpevole “alla memoria”. Sempre che la magistratura politicizzata non si metta di traverso.
