“Radicali Italiani” si scaglia contro la Casa Circondariale di Cuneo per non aver risposto ad una telefonata.

Il Segretario Nazionale di “Radicali Italiani”, Filippo Blengino, sostiene che “a Cuneo la giustizia si ferma perché il carcere non risponde” e grida alla “vergogna”.
Nella sua narrazione si apprende che “Un detenuto non è stato portato in udienza perché il carcere di Cuneo non ha risposto alle telefonate del tribunale. L’udienza è saltata”.
Ovviamente questa è la posizione di “Radicali Italiani” che, però, è di parte. Bisognerebbe anche sentire la controparte e capire se è vero che le cose sono andate così e, nel caso, come mai alla Casa Circondariale di Cuneo nessuno ha risposto al telefono.
A detta del Segretario politico di “Radicali Italiani” “sembra una banalità burocratica, ma è la fotografia perfetta del disastro del nostro sistema penitenziario: uno Stato che non comunica nemmeno con sé stesso, che rinvia i processi perché le sue strutture non si parlano”.
Se – e il condizionale è d’obbligo – le cose sono andate come riferisce il Segretario Blengino, la gravità è tanta. La giustizia ha già tempi più che mosaici, se poi ci si mettono pure quelli che non rispondono al telefono, siamo proprio messi male.
Se – e ribadiamo il se – le cose stanno come dice il radicale Blengino sarebbe condivisibile il pensiero per cui “non c’è bisogno di nuove carceri ma di un’amministrazione che funzioni, che rispetti la persona detenuta e la giustizia. Un’udienza rinviata per una mancata risposta telefonica è un fallimento ed una vergogna istituzionale”.
Il sistema carcerario e di detenzione, effettivamente, ha tanti problemi. Da anni non si fa altro che parlare del caso di Garlasco e delle storture procedurali che, bene o male, sono state compiute. Nelle ultime settimane, poi, si è giunti persino a parlare di corruzione dei pubblici ministeri e di processi che subirebbero aporie per via di magistrati poco ossequiosi della Costituzione.

Giusto è, dunque, quando Blengino chiosa: “Chiediamo al Ministero della Giustizia e al DAP di accertare immediatamente le responsabilità di quanto accaduto”. Le verifiche, le ispezioni, gli approfondimenti sono sempre opportuni.
Attenzione, però, a non “gettare via il bambino con l’acqua sporca”. Se un errore c’è stato va accertato e, nel caso, punito. Non si getti l’onta del cortocircuito del Sistema su una realtà come la Giustizia, in un momento nel quale le carceri sono strapiene – soprattutto di immigrati – e i magistrati sono con “l’acqua alla gola” e con un organico pressoché inefficace.
E’ assai ridicolo sentire il Segretario di “Radicali Italiani” sostenere che “un carcere che non risponde è il simbolo di uno Stato che dimentica il principio del giusto processo”.
Magari nessuno ha risposto al telefono perché, nel momento della chiamata, come sempre più spesso accade alla Casa Circondariale di Cuneo, era in atto una rivolta posta in essere dai detenuti. Lo si può escludere con assoluta certezza dalle parti di “Radicali Italiani”?

La Polizia Penitenziaria lavora in condizioni di estrema difficoltà e sono tantissime le denunce dei Sindacati di Settore per ricordare al Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria (DAP) che il personale in divisa si trova in una vera e propria trincea.
Chi fa cronaca sa bene che la Polizia Penitenziaria è una delle eccellenze del nostro sistema sicurezza. Gettare sospetti ed accuse su una telefonata non recepita sa un po’ di faceto e di irrispettoso verso gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria.
Oggi, più di ieri, si devono aprire nuove strutture carcerarie, implementare gli arruolamenti del personale di Polizia Penitenziaria e, a detta di molti, rimilitarizzare gli uomini e le donne che vestono una divisa all’interno delle “patrie galere”.
