Perché nel Palio e nelle Giostre il prezzo più alto lo pagano ancora i cavalli.
C’è un filo che attraversa la storia dell’umanità e porta con sé il rumore degli zoccoli.
Il cavallo è stato compagno di guerra, di viaggio, di fuga, di conquista.
Ha attraversato deserti, praterie, campi di battaglia.
Ha portato sulle spalle il peso delle nostre ambizioni, delle nostre paure, delle nostre follie.
Eppure, oggi, nel tempo in cui potremmo finalmente restituirgli dignità e riposo, lo ritroviamo ancora lì: in pista, a correre per tradizioni che non gli appartengono, per spettacoli che non ha scelto, per competizioni che non comprendono il suo dolore.
La provocazione necessaria: perché non rischiano gli uomini.
C’è una domanda che nessuno vuole fare, e che invece dobbiamo avere il coraggio di porre:
Perché non si scontrano gli uomini?
Perché non corrono loro, non cadono loro, non rischiano loro?
Quando il rischio è umano, la tradizione diventa improvvisamente negoziabile.
Quando il rischio è animale, diventa folklore.
È il paradosso della nostra presunta superiorità:
giochiamo con la vita di chi consideriamo inferiore, e lo facciamo con leggerezza, come se il dolore degli altri fosse un rumore lontano.
Un mondo parallelo: e se fossimo noi i cavalli?
Per capire davvero, forse dobbiamo ribaltare la prospettiva.
Immaginiamo un mondo dove:
- esistono esseri più grandi, più forti, più intelligenti
- che ci mettono in pista
- che ci fanno correre finché cadiamo
- che ci frustano non con nerbate, ma con “spade laser”
- che decidono che la nostra frattura non vale la cura
- che ci abbattono “per il bene della tradizione”
Come ci sentiremmo?
Come i cavalli del nostro tempo: utili finché sani, sacrificabili quando feriti.
Questa immagine non è fantascienza.
È un modo per ricordarci che la sofferenza non ha specie, e che la superiorità non è un diritto, ma una responsabilità.
RIQUADRO – Il cavallo nella storia: alleato, non strumento.

Dalla guerra alla frontiera:
- Ha portato i cavalieri nelle battaglie medievali.
- Ha attraversato il West insieme a coloni e nativi.
- Ha trainato aratri, carrozze, eserciti, speranze.
Oggi:
- Non serve più alla sopravvivenza.
- Non serve più alla guerra.
- Serve solo allo spettacolo.
E questo dovrebbe farci riflettere.
RIQUADRO TECNICO – Perché una frattura è quasi sempre fatale.
- L’arto del cavallo è lungo, sottile, progettato per la velocità, non per la riparazione.
- Una frattura complessa compromette circolazione e postura.
- L’immobilizzazione è quasi impossibile: un cavallo non può restare sdraiato a lungo senza rischiare collassi respiratori e muscolari.
- La sofferenza sarebbe estrema.
Per questo, nella maggior parte dei casi, si procede all’abbattimento.
Una scelta tecnica, sì.
Ma anche una sconfitta morale.
Palio, Quintane, Giostre: quando lo spettacolo diventa sacrificio.
In Italia — e non solo — il Palio e le Giostre sono celebrati come riti identitari.
Siena, Asti, Foligno, e poi decine di Palio minori, ognuno con la sua storia, i suoi colori, la sua retorica di appartenenza.
Ma dietro la festa, dietro la coreografia perfetta, c’è un dato che non possiamo più ignorare:
il pericolo maggiore lo corrono i cavalli.
Cadute, fratture, incidenti durante le prove o in gara.
E quando un cavallo si frattura, quasi sempre la sentenza è una sola: abbattimento.
La morte dei cavalli e l’immobilismo che la permette.
I numeri parlano da soli:
- Dal 1975 a oggi, circa 50 cavalli sono morti solo al Palio di Siena.
- All’Ardia di Sedilo, due cavalli abbattuti in un’unica edizione.
- A Seravezza, un asino pungolato elettricamente dal fantino.
- Ad Asti, il cavallo Mamuthones morto spezzandosi il collo dopo le nerbate alla partenza.
Perché non si fa nulla?
La tradizione come scudo.
Il Palio è difeso come rito identitario, creando una sorta di immunità morale.
La LAV lo dice chiaramente: «Il Palio è incompatibile con una società moralmente evoluta».
Gli interessi economici.
Scuderie, fantini, proprietari, turismo, scommesse: un sistema che si autoalimenta.
Leggi insufficienti o ignorate.
La protezione animale sembra sospendersi durante il Palio.
La narrazione del “benessere animale”.
Piste migliorate, cliniche, protocolli: tutto utile, ma non risolve il problema.
Come ricorda Nadia Zurlo:
«Se una pratica richiede misure straordinarie per contenere il danno che infligge, il problema è la pratica stessa».
Conclusione – La vera tradizione è il rispetto.
Forse un giorno capiremo che la vera superiorità non è dominare chi è più fragile, ma proteggerlo.
Che nessuna contrada, nessun drappellone, nessuna gloria vale la vita di un essere che non ha scelto di correre per noi.
E che la tradizione, se vuole essere viva, deve sapersi trasformare.
E non basta dire che “ci sono corse più sicure”, come quelle degli ippodromi.
Sì, lì i tracciati sono più ampi, le curve meno assassine, le cadute meno frequenti.
Ma resta lo stesso meccanismo: il cavallo corre per una puntata, per un miraggio che spinge a puntare ancora, e ancora, e ancora.
Molti hanno lasciato sul tappeto perdite non indifferenti, mentre i cavalli hanno lasciato sul terreno la loro salute, la loro carriera, a volte la loro vita.
E poi ci sono i cinodromi, dove i cani inseguono una lepre che — per fortuna — non è reale, ma resta pur sempre un bersaglio.
Quando la corsa diventa scommessa, il gioco si trasforma in ingranaggio, e l’ingranaggio diventa dipendenza.
Si arricchiscono gli allibratori, si arricchisce lo Stato, e intanto uomini e animali girano in tondo dentro lo stesso cerchio: quello dello sfruttamento.
Alla fine, la domanda resta sospesa nell’aria come una sfida:
Buona fortuna.
Ma la fortuna, quando si gioca sulla pelle degli animali e sulla fragilità delle persone, non è mai buona.
È solo un’altra forma di cecità.
Fino a quando non avremo il coraggio di guardare negli occhi i nostri compagni di viaggio — cavalli, cani, tutti gli esseri che abbiamo trasformato in strumenti — ogni Palio, ogni corsa, ogni scommessa sarà lo specchio di un mondo che non ha ancora imparato a scegliere la compassione al posto del profitto.
Finché correranno per noi, non saremo davvero liberi: la libertà comincia quando smettiamo di chiedere agli altri il prezzo dei nostri riti.
