Il centrosinistra svedese ha vinto le elezioni con 176 seggi contro 173, ma Andersson non è riuscita a trasformare quella maggioranza parlamentare in un governo perché non ha trovato un accordo tra i partiti che avrebbero dovuto sostenerla.
Avevano festeggiato la vittoria, avevano rivendicato il risultato delle urne come l’inizio di una nuova stagione politica, eppure, pochi giorni dopo, la leader socialdemocratica svedese Magdalena Andersson ha dovuto fare un passo indietro: rinunciare, almeno per ora, al tentativo di formare il governo.
È uno di quei paradossi che la politica parlamentare sa produrre meglio di qualsiasi slogan: si può vincere un’elezione e non riuscire, almeno nell’immediato, a governare.
Il centrosinistra svedese è uscito dalle urne con una maggioranza parlamentare risicatissima, ma una maggioranza sulla carta non equivale automaticamente a una maggioranza politica, per governare servono accordi, compromessi, voti e soprattutto la capacità di tenere insieme forze diverse, ed è proprio qui che il progetto di Andersson si è inceppato.
Dopo l’entusiasmo della notte elettorale è arrivato il brusco ritorno alla realtà parlamentare, la matematica dei seggi ha lasciato il posto alla matematica dei veti e delle condizioni poste dagli alleati.
La rinuncia di Andersson è dunque il rovescio della medaglia di quella vittoria celebrata pochi giorni prima, le urne possono consegnare un primo posto; non possono, da sole, costruire una coalizione.
E così quella che sembrava l’apertura di una nuova fase politica svedese si è trasformata rapidamente in un problema di governo, Andersson ha conquistato il diritto di provarci, ma non ha trovato le condizioni per riuscirci.
La lezione, al di là delle appartenenze politiche, è semplice: vincere le elezioni è una cosa, avere i numeri politici per governare è un’altra.
E in Svezia, dopo l’esultanza della vittoria, è arrivato il momento molto meno celebrativo dei conti con la realtà.
