Ventitré anni. È il tempo trascorso dall’inizio dell’invasione dell’Iraq alla partenza delle ultime truppe statunitensi, prevista entro oggi 30 settembre, una lunga parentesi della storia contemporanea che si chiude non con una grande cerimonia di vittoria, ma con il silenzioso movimento degli ultimi militari verso l’uscita.
È forse proprio questo il dato più significativo.
Nel 2003 gli Stati Uniti entrarono in Iraq sostenendo che Saddam Hussein rappresentasse una minaccia e che il suo regime disponesse di armi di distruzione di massa, quelle armi non furono trovate, nel frattempo, il Paese precipitò in una guerra che avrebbe prodotto centinaia di migliaia di vittime, profonde fratture sociali e politiche e una destabilizzazione destinata a investire l’intero Medio Oriente.
Per gli Stati Uniti il prezzo è stato enorme: oltre 4.000 militari morti nella guerra in Iraq, migliaia di feriti e una spesa che deve essere letta dentro il quadro molto più ampio delle guerre successive all’11 settembre, secondo le stime del progetto Costs of War della Brown University, il costo complessivo di quelle guerre raggiunge circa 8.000 miliardi di dollari, considerando non soltanto le operazioni militari, ma anche altri costi, compresi quelli legati ai veterani e agli interessi sul debito.
Numeri che raccontano una realtà difficile da ignorare: le guerre possono finire molto prima dei loro effetti.
La storia americana in Iraq, del resto, non è stata una linea continua, le forze statunitensi si ritirarono nel 2011, per poi tornare nel 2014, questa volta nel quadro della guerra contro lo Stato islamico, è una distinzione importante, perché racconta quanto sia stato complesso trasformare un intervento militare in una strategia politica sostenibile.
Oggi il compito passa definitivamente agli iracheni.
Il ritiro non significa che tutti i problemi dell’Iraq siano risolti, significa piuttosto che Washington considera conclusa la fase della propria presenza militare diretta e che Baghdad dovrà gestire autonomamente le proprie responsabilità di sicurezza, restano il problema della minaccia jihadista, le fragilità delle istituzioni e soprattutto l’equilibrio delicatissimo tra le diverse potenze regionali.
Ed è qui che la conclusione di questa lunga guerra assume un significato più ampio.
L’uscita americana lascia un vuoto che altri attori possono cercare di riempire, l’Iran, innanzitutto, possiede profondi legami politici e religiosi con una parte dell’establishment iracheno, ma anche altri Paesi della regione guardano con attenzione all’evoluzione dell’Iraq, la fine della presenza militare americana non coincide dunque con la fine della competizione geopolitica.
Resta poi una domanda che riguarda direttamente Washington: che cosa ha insegnato davvero l’esperienza irachena?
La risposta non può essere soltanto contabile, anche se i conti sono impressionanti, una guerra non si misura esclusivamente in dollari o in soldati caduti, si misura anche nella capacità di raggiungere gli obiettivi dichiarati, nella stabilità lasciata sul terreno e nelle conseguenze impreviste che produce, il caso iracheno mostra quanto sia più facile entrare in una guerra che stabilire quando essa sia davvero finita.
Dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, gli Stati Uniti hanno accumulato una lunga esperienza delle difficoltà che accompagnano gli interventi militari prolungati, la lezione, se una lezione è possibile trarre, riguarda soprattutto il rapporto tra forza militare e costruzione politica, vincere una battaglia non significa necessariamente costruire un ordine stabile.
Per l’Iraq, invece, comincia un’altra fase, il Paese non torna semplicemente a una situazione precedente al 2003: la sua società, la sua politica e il suo rapporto con i vicini sono stati profondamente trasformati da oltre due decenni di conflitti.
Il 30 settembre, dunque, non sarà semplicemente una data sul calendario militare americano, sarà il simbolo della fine di un’epoca.
Le ultime uniformi americane lasceranno l’Iraq, ma le conseguenze di quella guerra resteranno ancora a lungo, restano nelle famiglie dei caduti, nei veterani, nelle città irachene segnate dalla violenza, nei bilanci pubblici e negli equilibri geopolitici del Medio Oriente.
La guerra può avere una data di fine.
La storia, molto più raramente, ce l’ha.
