L’ONU e il ritorno della diplomazia tra grandi potenze
La scena più interessante dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, conclusasi ieri 28 settembre, non è soltanto ciò che i leader hanno detto a New York, ma anche ciò che hanno scelto di fare altrove.
Mentre circa 130 capi di Stato e di governo si sono riuniti per discutere guerre, clima, sviluppo e nuove tecnologie, il presidente americano Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping hanno concentrato il loro principale appuntamento diplomatico a Washington.
Il problema è che la diplomazia internazionale si sta organizzando sempre più spesso secondo una logica diversa, quella degli accordi ristretti tra grandi potenze. Il vertice Trump-Xi ne è un esempio evidente, i due principali protagonisti della politica globale hanno preferito incontrarsi direttamente alla Casa Bianca.
Non significa necessariamente che il multilateralismo sia scomparso, significa piuttosto che oggi convivono due livelli di diplomazia, il primo è quello universale, rappresentato dall’ONU serve per fissare principi, costruire coalizioni, gestire questioni umanitarie e dare legittimità internazionale alle posizioni degli Stati, il secondo è quello dei negoziati tra governi dotati di un peso economico e militare enorme, è spesso più rapido, più flessibile e meno vincolato dalle procedure multilaterali.
È proprio questa sovrapposizione a creare la tensione di fondo, se le decisioni realmente decisive vengono prese quasi sempre fuori dall’ONU, l’Assemblea rischia di diventare soprattutto un luogo in cui gli Stati spiegano pubblicamente le proprie posizioni. Se invece l’ONU riesce a trasformare quei discorsi in regole, mediazioni, meccanismi di verifica e iniziative concrete, il suo ruolo resta sostanziale.
La guerra in Ucraina mostra bene questa ambivalenza. L’Assemblea generale continua a offrire una piattaforma diplomatica e politica nella quale la sovranità, la protezione dei civili e il rispetto della Carta vengono riaffermati. Il Segretario generale António Guterres, nel suo ultimo intervento inaugurale prima della fine del mandato, ha insistito proprio sulla necessità di difendere questi principi e di rafforzare la capacità dell’ONU di affrontare conflitti e nuove tecnologie.
Ma le dichiarazioni non sostituiscono i rapporti di forza, quando una crisi coinvolge direttamente grandi potenze dotate di potere di veto nel Consiglio di sicurezza, la capacità dell’organizzazione di imporre una soluzione rimane strutturalmente limitata. E quando Washington o Pechino preferiscono trattare direttamente, il peso negoziale dell’ONU dipende dalla disponibilità degli Stati a utilizzare le istituzioni comuni.
C’è poi una seconda fragilità, meno spettacolare ma forse più importante, quella finanziaria. Reuters ha evidenziato come l’ONU affronti contemporaneamente problemi di finanziamento, contestazioni politiche e interrogativi sulla propria efficacia. Gli Stati Uniti hanno ridotto il proprio sostegno finanziario a varie strutture dell’organizzazione, aumentando la pressione su un sistema che già deve gestire un numero crescente di crisi.
Per questo il vero tema dell’Assemblea generale 2026 non è semplicemente “ONU sì” o “ONU no”, è più concreto: quali problemi richiedono necessariamente istituzioni universali e quali, invece, verranno sempre più gestiti attraverso intese tra gruppi ristretti di Stati?
La risposta potrebbe definire l’ordine internazionale dei prossimi anni. In un mondo con più potenze capaci di bloccare o condizionare le decisioni globali, l’ONU potrebbe diventare meno simile a un governo del mondo e più simile a una grande infrastruttura diplomatica, non il luogo in cui ogni crisi viene risolta, ma il luogo nel quale le regole comuni possono ancora essere discusse, contestate e, in alcuni casi, trasformate in accordi.
Il futuro dell’ONU dipenderà sempre meno dalla spettacolarità dei suoi vertici e più dalla sua capacità di convertire la presenza quasi universale degli Stati in risultati concreti.
