A Reggio Calabria ha votato il 22,34%, il resto è silenzio, un silenzio elettorale che dovrebbe fare molto più rumore di qualsiasi risultato uscito dalle urne.
Perché quando quasi otto cittadini su dieci non vanno a votare, non basta liquidare il dato come fisiologico per un’elezione suppletiva, non basta ricordare che le suppletive interessano meno delle elezioni politiche generali, non basta rifugiarsi nelle statistiche.
Il 22,34% è un problema politico.
E lo è prima ancora di essere un problema elettorale.
La politica dovrebbe avere il coraggio di guardare quel numero senza cercare alibi perché dietro quell’astensione non c’è necessariamente un unico sentimento, può esserci disinteresse, sfiducia, distanza, rassegnazione, mancanza di informazione, oppure semplicemente la percezione che quella consultazione non fosse abbastanza importante da meritare una giornata e una scelta.
Ma qualunque sia la combinazione delle cause, il risultato è lo stesso: la politica non è riuscita a trasformare un appuntamento democratico in un appuntamento sentito dalla maggioranza dei cittadini.
Ed è questo il punto.
Una politica che parla molto ma convince poco rischia di diventare una politica autoreferenziale, una politica che si confronta soprattutto con i propri militanti, con i propri gruppi organizzati e con il proprio mondo rischia di non accorgersi che, fuori da quel mondo, una parte enorme della società ha semplicemente smesso di ascoltare.
Il dato di Reggio Calabria dovrebbe quindi essere letto come un campanello d’allarme.
Non perché chi non ha votato abbia necessariamente espresso un giudizio politico preciso, l’astensione non è un voto e non può essere interpretata automaticamente come consenso o dissenso verso qualcuno, ma l’assenza dalle urne è comunque un fatto politico, e quando diventa così massiccia, interroga tutti.
Interroga i partiti, che devono chiedersi se riescono ancora a parlare a una società più ampia dei propri iscritti e dei propri sostenitori, interroga i candidati, chiamati a capire se le loro proposte riescono davvero a suscitare interesse oltre il perimetro della competizione elettorale, interroga le istituzioni, perché una democrazia che vede diminuire costantemente la partecipazione rischia di trasformare il rapporto tra cittadini e rappresentanti in un rapporto sempre più distante, ma interroga anche l’informazione, perché una consultazione che non riesce a raggiungere gran parte dei cittadini pone inevitabilmente una domanda sulla qualità e sulla capacità del dibattito pubblico.
Il dato più inquietante, però, è un altro: l’astensione rischia di diventare un’abitudine, e quando l’assenza dalle urne smette di scandalizzare, la democrazia perde qualcosa senza che nessuno se ne accorga immediatamente.
Per questo il 22,34% non dovrebbe essere archiviato domani mattina insieme ai risultati elettorali, dovrebbe rimanere sul tavolo, dovrebbe essere discusso nelle segreterie dei partiti, nei consigli comunali, nelle redazioni, nelle associazioni, nelle piazze perché la domanda non è soltanto come riportare gli elettori alle urne alla prossima occasione, la domanda è molto più scomoda: che cosa deve cambiare perché un cittadino torni a considerare la politica qualcosa che lo riguarda?
Se la risposta non arriverà, il rischio è che il 22,34% non rimanga un’eccezione legata a una suppletiva, potrebbe diventare il sintomo di qualcosa di più profondo.
E allora sì: a Reggio Calabria non è stata sconfitta soltanto una parte politica, è stata sconfitta la capacità della politica di farsi sentire.
E davanti a un’urna quasi vuota, questo dovrebbe essere il risultato che fa più paura a tutti.
