Nulla vieta che si possa sostenere l’inclusione e, allo stesso tempo, considerare inopportuno il modo in cui si comunica
C‘è qualcosa di paradossale nella vicenda del bagno “per undici generi” comparso alla Cittadella dello Studente di Grosseto.
L’intenzione dichiarata è quella dell’inclusione: un bagno aperto a tutti, senza discriminazioni, nel quale ogni persona possa sentirsi accolta, un principio che, preso in sé, è difficilmente contestabile, una scuola deve essere un luogo nel quale nessuno venga umiliato, emarginato o trattato diversamente per ciò che è.
Ma proprio perché parliamo di una scuola, viene spontaneo chiedersi se ogni modo di comunicare un principio condivisibile sia necessariamente appropriato.
Sulle porte non sono comparsi soltanto i tradizionali simboli maschile e femminile, sono stati affiancati, tra gli altri, una persona con disabilità, una donna incinta, un uomo con la gonna, Batman, Zorro, una sirena, un alieno e R2-D2, il risultato vuole evidentemente essere inclusivo e, almeno in parte, giocoso, ma è difficile non chiedersi quale messaggio arrivi realmente a uno studente che si trova davanti a quella porta.
Il problema non è Batman, e non è nemmeno il fatto che una scuola voglia parlare di inclusione, identità o rispetto, Il problema è la sovrapposizione di piani diversi.
Una persona ha un’identità, un personaggio immaginario no, una condizione fisica non è la stessa cosa di un’identità di genere, una donna incinta non rappresenta un genere distinto, Batman, R2-D2 e un alieno appartengono alla fantasia. Mettere tutto sullo stesso piano grafico può essere spiritoso, ma rischia anche di trasformare una questione complessa in una rappresentazione che comunica più confusione che comprensione.
E qui entra in gioco la responsabilità educativa.
Una scuola non è semplicemente un luogo nel quale si appendono cartelli, è un luogo nel quale si formano concetti. Se si vuole spiegare agli studenti che tutte le persone meritano rispetto, lo si può fare con parole chiare, se si vuole spiegare che esistono persone che non si riconoscono nelle categorie tradizionali, lo si può fare attraverso l’educazione, il confronto e la conoscenza, se si vuole indicare che un bagno è utilizzabile da chiunque, lo si può comunicare altrettanto chiaramente con un simbolo universale.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere se l’inclusione sia giusta o sbagliata, dovrebbe essere: questa è davvero la maniera più chiara, educativa e rispettosa di comunicarla?
A nostro avviso, è una domanda legittima.
Perché anche le buone intenzioni possono produrre comunicazioni discutibili, e dire che una scelta è inopportuna non significa automaticamente essere contro l’inclusione, contro le persone transgender o contro chiunque abbia un’identità diversa dalla propria, significa semplicemente ritenere che un’istituzione educativa debba prestare particolare attenzione agli strumenti con cui trasmette i propri messaggi.
C’è poi un’altra questione che merita di essere considerata, quando una scuola introduce una scelta simbolica su un tema socialmente controverso, dovrebbe essere particolarmente attenta a non trasformare uno spazio quotidiano in un luogo di comunicazione ideologica. Un bagno serve prima di tutto a una funzione pratica, se diventa anche un manifesto, è inevitabile che qualcuno discuta non più soltanto della sua utilità, ma del messaggio culturale che rappresenta.
E forse è proprio questo che si sarebbe potuto evitare.
L’inclusione non ha bisogno di essere resa meno seria attraverso l’eccentricità, non ha bisogno di Batman per affermare che tutti devono essere rispettati, non ha bisogno di undici figure sulla porta per ricordare una cosa molto più semplice: quel bagno è aperto a chi ne ha bisogno.
Una scuola dovrebbe insegnare agli studenti che la realtà è complessa, ma complessità non significa necessariamente confusione, e inclusione non significa necessariamente mettere tutto sullo stesso piano.
Si può difendere il diritto di ogni persona a essere rispettata e, contemporaneamente, dire che quella particolare rappresentazione sulla porta di una scuola è stata una scelta comunicativa infelice.
Non è una contraddizione.
È, semplicemente, la richiesta che anche quando si perseguono finalità condivisibili si mantengano chiarezza, misura e senso del contesto.
