L’invincibile “armada” USA: bluff o deterrenza? Parole grosse dove passa il 20% del greggio
Il Board of Peace “invita” i big del mondo a casa della pace Trumpiana. Nessun ramo d’ulivo, solo voce grossa di sua Maestà. ONU non pervenuta. Intanto, la massiccia formazione della Marina Militare USA incrocia nel Golfo Persico. Il gruppo d’attacco della portaerei Ford è andato ad aggiungersi a quello della portaerei Lincoln che da settimane sta manovrando nel Mare arabico. Una potenza di fuoco enorme e dissuasiva nell’ambito della crisi tra USA e Iran.
A detta degli ayatollah, la flotta è un ghiotto obiettivo sensibile, e mentre i “colloqui” vanno avanti, l’Iran risponde con imponenti esercitazioni militari.
Uno scontro sembra sempre più vicino e l’Iran potrebbe anche colpire per primo.
Mentre le dichiarazioni mostrano i muscoli, la più potente marina del mondo può essere considerata vulnerabile in uno dei teatri dove la sua presenza è più visibile?
È una domanda alimentata dalla retorica iraniana, ma che trova motivi non trascurabili nella natura stessa di quel tratto di mare.
Il Golfo Persico non è l’oceano aperto. È uno spazio ristretto, poco profondo, chiuso da coste vicinissime tra loro e dominato da un passaggio obbligato come lo stretto di Hormuz. In un ambiente simile, le grandi unità navali vedono ridursi uno dei loro vantaggi essenziali: la libertà di manovra, essendo costretta a operare in un mare chiuso e ristretto, sotto l’osservazione costante di chi controlla la costa.
Negli ultimi decenni, la Repubblica Islamica ha costruito gran parte della propria strategia militare su questa consapevolezza. Non potendo competere con la marina statunitense, ha sviluppato una difesa asimmetrica fatta di missili antinave, droni, mine e piccole imbarcazioni veloci.
L’obiettivo iraniano non è annientare la potenza americana, ma essere in grado di infliggere danni e renderne rischiosa la presenza, alzando il prezzo politico e militare di qualsiasi operazione. In questo senso, la vulnerabilità non è un segnale di debolezza strutturale, ma di un teatro di scontro sfavorevole in un ambiente operativo così complesso.
Parlare di fragilità americana sarebbe fuorviante. La superiorità tecnologica degli Stati Uniti resta schiacciante. Attualmente la somma dei gruppi d’attacco Ford e Lincoln conta 33 unità capaci di 650 missili da crociera Tomahawk, 54 cacciabombardieri F35 A, 3 sottomarini, avanzati sistemi di difesa e guerra elettronica. Una capacità di fuoco difficilmente eguagliabile. Inoltre, la concentrazione navale nel Golfo è soltanto una parte di un dispositivo molto più ampio, che include basi regionali e forze in grado di intervenire da grande distanza.
È anche per questo che, nelle fasi di maggiore tensione, le portaerei statunitensi tendono a operare fuori dal Golfo, nel Mare Arabico. Un adattamento strategico per mantenere la capacità offensiva riducendo l’esposizione ai rischi di un ambiente chiuso. Una scelta che riflette una verità fondamentale della guerra moderna: la tecnologia più avanzata non cancella i limiti imposti dalla geografia, ma li gestisce.
Le affermazioni iraniane secondo cui la loro capacità offensiva rappresenta una minaccia significativa per la flotta americana, non sono da sottovalutare, ma vanno lette anche come strumenti di pressione mediatica e politica, sia interna che regionale. In realtà esiste la consapevolezza che nel contesto ristretto del Golfo Persico, non conta la quantità della forza, ma la possibilità di infliggere danni e creare incertezza su eventuali perdite statunitensi in caso di conflitto.
Ed è proprio la mancanza di certezza sulla portata militare iraniana che invita Donald Trump a tergiversare. Dunque, al momento stiamo assistendo ad una vittoria strategico mediatica iraniana che gli permette di mantenere l’instabile equilibrio, alimentare la propaganda interna e indurre il presidente americano a ragionati dubbi e consigli, nonostante le pressioni israeliane.
Nel frattempo, il Golfo Persico si sta affollando. Unità militari russe e cinesi hanno iniziato a loro volta a incrociare nelle acque, con manovre congiunte alla Marina iraniana. Un ulteriore motivo di incertezza che va meditato con delicatezza.
Il risultato è una situazione di tensione permanente ma controllata, in cui nessuna delle parti sembra volersi, o poter spingersi oltre la soglia dello scontro aperto. La marina americana resta dominante su scala globale; l’Iran, dal canto suo, cerca di trasformare la geografia in una forma di difesa strategica.
In mezzo, il Golfo continua a essere un laboratorio per la guerra contemporanea, dove la forza pura non è più sinonimo di vittoria contro l’evoluzione delle nuove armi a controllo remoto, dal costo limitato. Inoltre, i limiti dello spazio di manovra sono sempre più ristretti anche nella nuova geopolitica di superiorità tutta in divenire, dove si assiste a rapidi scambi nei giochi di ruolo.
Militarmente parlando, forse stiamo assistendo a una delle lezioni più interessanti del nostro tempo. Nel XXI secolo, la superiorità non è più soltanto una questione di qualità e quantità delle forze in gioco, ma di armamento adatto ad ogni guerra di posizione prima che alla manovra (Ukraina insegna).
Il detto militare: “La posizione è metà battaglia” (Sun Tzu), dal celebre trattato strategico “L’arte della guerra” non è mai tramontato, ed era scienza per Napoleone. In profili geografici come il Golfo Persico questa verità appare in tutta la sua evidenza.
Tanti scenari sulla pelle del mondo, mentre intanto, Il Board of Peace sta lottizzando la Striscia di Gaza e Israele si sta mangiando pian piano la Cisgiordania.
La grande madre Terra non ci sopporta più, e Papa Leone che richiama alla pace annunciando la Quaresima, a Washington e al largo dell’Iran, non ha molti follower, non raccoglie like, né gode di particolare audience.
© 2026 CIVICO20 NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF

La pace di papa Leone non “rende” ai ricchi
La nostra arma segreta è nata ai piedi del Vesuvio, non conosce i congiuntivi né parla fluentemente in Inglese ma a Londra ha avuto un incarico come professore ordinario per parlare ai giovani virgulti di guerre e difesa. Sto parlando del Joker Di Maio, spedito da Draghi in Golfo Persico proprio per vigilare su eventuali guerre future. Dormiate sonni tranquilli.
La nostra arma segreta è nata ai piedi del Vesuvio, non conosce i congiuntivi né parla fluentemente in Inglese ma a Londra ha avuto un incarico come professore ordinario per parlare ai giovani virgulti di guerre e difesa. Sto parlando del Joker Di Maio, spedito da Draghi in Golfo Persico proprio per vigilare su eventuali guerre future. Dormite sonni tranquilli.