Un contributo di Ezio Albrile
La vita e le gesta di un orientalista e storico delle religioni, Robert Charles Zaehner (1913-1974) sono in qualche modo legate a quanto sta accadendo in Medio Oriente.
Robert Charles era un inglese nato a Sevenoaks (contea del Kent) da genitori svizzeri, Maria Louisa (anche lei una Zaehner) e Edward Zaehner, mercante di merletti[1]. Frequentò la Tonbridge School – la stessa a suo tempo frequentata dal mago e poeta Aleister Crowley ‒ dove ebbe l’immancabile crisi religiosa; come avrebbe scritto più tardi, la religione gli apparve come una «farsa incoerente».
Nel 1933 poté accedere al Christ Church college di Oxford grazie a una borsa per lo studio dei classici greci e latini; e, nella scoperta della propria omosessualità, a vent’anni, sperimentò una specie di «esperienza mistica naturale» indotta dalla lettura del poeta maledetto Arthur Rimbaud (1854-1891), un’espansione irrefrenabile della personalità che però non si tradusse nell’adesione ad alcun credo religioso.
Ben presto Robert orientò i suoi studi verso le lingue orientali, in particolare verso gli idiomi antichi e medio iranici (l’avestico e il pahlavi) e il persiano moderno, sotto la guida di uno specialista di dialetti iranici come Sir Harold W. Bailey (1899-1996). Nel 1937 si laureò col massimo dei voti in lingue orientali; dopo la laurea rimase per un paio d’anni al Christ Church come «senior scholar», occupandosi soprattutto della figura di Zurwān, dio iranico del tempo in epoca preislamica, che sarà poi il soggetto del suo libro più importante[2].
È il 1939 quando lasciò l’università per entrare nella pubblica amministrazione dove avrebbe potuto valorizzare al meglio il suo non comune talento linguistico; così allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu arruolato come agente nello «Special Operations Executive» (SOE), il servizio segreto militare britannico nato nel 1940 per condurre operazioni clandestine in coordinamento coi movimenti di resistenza europei e asiatici. Dal 1943 al 1947 era all’ambasciata inglese di Teheran, ufficialmente con l’incarico di addetto stampa, ma continuando segretamente a esercitare la funzione di agente del controspionaggio per l’MI6 (Secret Intelligence Service) britannico. Operava tra le tribù montane dell’Iran settentrionale, un lavoro difficile e pericoloso[3].
Le linee ferroviarie verso l’Unione Sovietica, che trasportavano rifornimenti militari vitali, erano obiettivi chiave per il sabotaggio tedesco. Zaehner era l’uomo giusto al posto giusto, parlava fluentemente i dialetti locali e trascorreva gran parte del tempo sotto copertura, operando nel mondo torbido e spietato del controsabotaggio. Alla fine della guerra il suo compito era ancora più rischioso. Gli stessi sovietici stavano cercando di ottenere il controllo della ferrovia e Zaehner dovette lavorare dietro le linee russe, continuamente a rischio di tradimento e omicidio da parte di filo-tedeschi o filo-russi. Per questo fu anche sospettato di essere doppiogiochista sulla base di una denuncia generica di un agente segreto russo passato ai servizi britannici, ma fu presto assolto dall’accusa.
Zaehner, che nel 1946 – tra una missione segreta e l’altra – s’era convertito al cattolicesimo, nel 1947 fece ritorno in Gran Bretagna e alternò la professione di studioso a quello di collaboratore dell’MI6. Il compito dei servizi segreti britannici, in collaborazione con le autorità iraniche, era quello di controbattere i tentativi sovietici d’infiltrazione nel Nord-Ovest dell’Iran. Zaehner in particolare s’occupava di influenzare con generose bustarelle la linea politica della stampa di Teheran. Nel 1949 è a Malta col compito d’istruire i fuoriusciti dell’Albania ‒ in tre mesi s’era impossessato della lingua albanese ‒ in operazioni di guerriglia contro il governo comunista. L’anno successivo “Doc” ‒ uno dei suoi molti nomignoli, come “Prof” o “Robin” ‒ viaggia in Grecia col compito di infiltrare nel paese confinante gli uomini che aveva addestrato. Nel 1950 fu anche nominato «lecturer» di persiano a Oxford, ma l’anno seguente fu di nuovo all’ambasciata di Teheran, col ruolo di «consigliere reggente».
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La crisi iranica
Dodici acri nel cuore di Teheran, brulicanti di ufficiali politici e consolari, addetti militari, segretari e giardinieri, una città murata abbellita da una torre dell’orologio, una piscina di ninfee e una mezzaluna di cottage residenziali, l’ambasciata britannica in Ferdowsi Street smentiva una Gran Bretagna in piena crisi economica[4]. All’inizio del 1952, su questo venerabile appezzamento nel quartiere diplomatico, l’aria raffreddata da miracolosi corsi d’acqua sotterranei e addolcita dai glicini dell’ambasciatore, il nostro “Robin” complottava per provocare la caduta Mohammed Mossadeq (1882-1967), il primo ministro che si era permesso di nazionalizzare la compagnia del petrolio anglo-persiana, la «Anglo-Iranian Oil Company» (AIOC), che lo Reżā Shāh Pahlavī (1909-1944) nel 1933 aveva concesso ai britannici. Zaehner era stato raccomandato dalla decana di studi iranici Ann K. S. “Nancy” Lambton (1912-2008). Aristocratica con una sorprendente inclinazione per il pattinaggio a rotelle, “Nancy” aveva imbastito la propaganda britannica a Teheran durante la Seconda Guerra Mondiale, e Zaehner era suo assistente mentre di fatto operava come agente per il SOE, contrastando la diffusione della propaganda sovietica.
Dopo la guerra, la Lambton era tornata a Londra per insegnare alla «School of Oriental and African Studies» (SOAS), la più recente delle grandi istituzioni orientalistiche britanniche, dove era nota per la sua uterina severità. Nel 1951 il Foreign Office le chiese cosa si dovesse fare con Mossadeq. La professoressa riteneva che negoziare con Mossadeq fosse inutile, poiché aveva costruito la sua posizione pubblica sull’anglofobia, e raccomandò caldamente di defenestrarlo usando «efficaci linee di propaganda» per screditarlo di fronte all’opinione pubblica[5]. Zaehner si liberò dai suoi doveri di docente ad Oxford e fu inviato all’ambasciata di Teheran come s’è detto di «consigliere reggente».
Avrebbe risposto al Foreign Office, e non all’MI6: una vera sfortuna per la sua memoria di sofisticato storico delle religioni poiché i cablogrammi relativi alle sue «operazioni coperte» sono ora di pubblico dominio[6]. “Robin” era un convertito cattolico con una passione per il gin, l’oppio e i versi omoerotici di Rimbaud: la sua prima lettura di «Oh stagioni, oh castelli» (Ô saisons, ô châteaux) lo aveva fatto precipitare in un’estasi mistica.
Con gli occhiali e la risata allegra, era un intrallazzone nato che conosceva tutti quelli che contavano a Teheran. Ben presto aveva ristabilito i suoi vecchi legami con il parlamento (il Majles, l’Assemblea Consultiva Islamica), le forze armate e la corte, distribuendo tangenti in scatole di biscotti vuote e disorientando, con il suo dilettantismo, spie di professione. Zaehner pagò una sostanziosa provvigione a un ricco trio di fratelli anglofili, i Rashidian, che la spesero per corrompere mercanti (i famosi «bazaari» di Teheran), parlamentari, mullah e direttori di giornali. Hossein Alā (1881-1964), il ministro di corte dello Shah Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980), fungeva anche lui da tramite, seppur indeciso fra i dollari e il monarca. L’amico svizzero, nonché segretario personale dello Shah, Ernest Perron (1908-1961), un bizzarro personaggio noto per la sua intraprendenza a corte, era anche lui una fonte preziosa di informazioni e d’intrighi.
Quando Kingsley Martin (1897-1969), redattore del New Statesman, il settimanale della sinistra progressista inglese, a un cocktail party a Teheran domandò a Zaehner quale libro avrebbe potuto leggere per ampliare la conoscenza politica dell’Iran, Zaehner suggerì Through the Looking-Glass, and What Alice Found There di Lewis Carroll (1871), in italiano usualmente tradotto come Alice attraverso lo specchio, un romanzo incentrato sui nonsense, giochi di parole e tranelli linguistici. Zaehner era brillante e aveva una padronanza impressionante delle lingue e della letteratura mondiale e una straordinaria capacità di unire pensieri sublimi e comportamenti ai limiti della decenza.
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La Persia sotto scacco
La confisca della petroliera Rose Mary da parte della Gran Bretagna nel golfo di Aden, nel luglio del 1952, fu un colpo devastante per Mossadeq e il suo governo. Nessuna compagnia petrolifera avrebbe più fatto affari con l’Iran, quindi la principale fonte di reddito del paese era scomparsa[7]. Si prospettavano tempi duri per il paese, Mossadeq chiese agli iraniani uno sforzo di «privazione, abnegazione e lealtà» e, sebbene molti fossero d’accordo, la sofferenza era grande. Tentò di alleviare il dolore promuovendo l’esportazione di prodotti diversi dal petrolio, in particolare tessuti e generi alimentari, e negoziando accordi di baratto con diversi paesi. Queste e altre misure impedirono all’Iran di crollare, ma non erano un sostituto per le entrate che le esportazioni di petrolio avrebbero garantito.
Privo di ogni possibilità di manovra, il 17 luglio 1952 Mossadeq rimise la carica nella mani dello Shah. Una vera fortuna per i nemici britannici e per lo stesso Shah. Avevano sperato di manipolare il Majles per bloccarne la rielezione; ora aveva fatto loro l’incredibile favore d’andarsene di spontanea volontà. I funzionari britannici avevano già scelto il successore: un astuto politico ultrasettantenne, la «vecchia volpe» Ahmad Qavam (1873-1955), che era stato primo ministro a metà degli anni ‘40. Zaehner riferì in una minuta al Foreing Office che «era desiderio di Qavam lavorare a stretto contatto con gli inglesi e preservare i loro legittimi interessi in Persia… [Qavam] preferiva di gran lunga che l’influenza britannica venisse esercitata in Persia piuttosto che quella degli americani (che erano stupidi e senza esperienza) o quella dei russi, che erano nemici della Persia».
Da principio lo Shah era riluttante a sostenere Qavam, ma alla fine ‒ com’era solito fare ‒ cedette alle pressioni britanniche. Illudendosi d’aver ottenuto un mandato stabile, Qavam diede subito inizio a una serie di azioni repressive[8].
Ciò innescò una violenta reazione popolare: Mossadeq non aveva solo sfidato la «Anglo-Iranian Oil Company», ma aveva attuato tutta una serie di riforme sociali in campo agrario e industriale, la previdenza e l’indennità di disoccupazione, sosteneva i diritti delle donne, difendeva la libertà religiosa e consentiva ai tribunali e alle università di funzionare liberamente.
Il 21 luglio i leader del «Fronte Nazionale» (Jebha-ye Mellī-ye Īrān) indissero uno sciopero generale a sostegno di Mossadeq, contro la politica coercitiva di Qavam; nel giro di poche ore, gran parte del paese era paralizzata. L’Āyatollāh Kashani (1882-1962), sostenitore di Mossadeq, avvisato dell’intenzione di Qavam di arrestarlo, emise una fatwa ordinando ai militari d’unirsi alla ribellione, che definì una «guerra santa contro gli imperialisti». I militanti del Tūdeh, il Partito Comunista iraniano, ancora adirati con Qavam per aver architettato il ritiro delle truppe sovietiche dall’Azerbaijan nel 1947, si unirono alla mischia gridando «Abbasso lo Shah! Vogliamo una Repubblica Popolare!».
Lo Shah e il primo ministro tentarono un’ultima azione repressiva chiamando in causa i corpi speciali dell’esercito, che intervennero duramente mietendo decine di vittime nella sola Teheran, in quello che passerà alla storia come il «lunedì di sangue». La situazione era ormai fuori controllo e allo Shah non rimase altra alternativa che licenziare Qavam, il quale rimise il mandato nelle mani del sovrano alle quattro di quel pomeriggio. Dopo di ciò il sovrano convocò Mossadeq. L’incontro fu inaspettatamente cordiale: lo Shah accettava Mossadeq come primo ministro, conferendogli anche il controllo del ministero della guerra. «Potrebbe passare alla storia come un monarca immensamente popolare se collaborasse con le forze democratiche e nazionaliste», disse allo Shah. Il giorno dopo il Majles votò a larga maggioranza la rielezione di Mossadeq a primo ministro.
Il mandato di Qavam era durato solo quattro giorni. La sua caduta nel «lunedì di sangue» fu una grande vittoria, quasi inimmaginabile per i nazionalisti iraniani. Un trionfo personale ancora più grande per Mossadeq: senza aver tenuto un solo discorso o essersi mosso da casa, era stato riportato al potere da una nazione grata. A Londra, il Daily Express titolava a caratteri cubitali «Il giorno della vittoria di Mossadeq». C’era questo e molto, molto di più.
Il sostegno a Mossadeq era ora così vasto ed entusiasta che, se lo avesse desiderato, avrebbe probabilmente potuto cacciare lo Shah, proclamare la fine della dinastia Pahlavi e fondare una Repubblica con se stesso come presidente. Invece inviò al sovrano un’offerta di pace. Era una copia del Corano con una dedica: «Ritenetemi un nemico del Corano se intraprenderò qualsiasi azione contro la costituzione, o se accettassi la presidenza nel caso in cui altri abroghino la costituzione cambiando la forma di governo del nostro paese». Per gli inglesi, la piega presa dagli eventi segnò una sconfitta totale, tuttavia non erano affatto pronti ad arrendersi. Iniziarono a leccarsi le ferite, concludendo di aver commesso diversi errori; avevano riposto la fiducia in un civile, Qavam, piuttosto che in un militare. Forse la cosa più importante: avevano agito da soli, senza l’aiuto americano. La prossima volta ‒ erano decisi che ci sarebbe stata una prossima volta ‒ non avrebbero ripetuto quegli errori. Un nuovo attore era apparso sulla scena della storia, la folla, da lì sarebbe ripartita la nefasta strategia complottista anglo-americana.
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Il golpe CIA
Per come la vedeva Zaehner, la sua missione si concluse con una sconfitta, ma gli eventi dell’anno seguente avrebbero confutato tale modesta autovalutazione; era stato lui ad aver spianato la strada al colpo di stato, corrompendo e manipolando i nazionalisti filo-Mossadeq mettendoli l’uno contro l’altro; gli americani avrebbero fatto il resto, portando la vicenda eversiva alla sua violenta conclusione. Ma era della Lambton e di Zaehner l’aver ordito il filo della trama complottista. Corrotti da Zaehner e dai colleghi dell’MI6, istigati da cortigiani rancorosi, gli oppositori di Mossadeq sovvertirono le fragili istituzioni democratiche del paese.
Pressato da una serie di circostanze sfavorevoli, a metà del 1953, Mossadeq venne preso dal timore che le trame dei suoi nemici potessero portare il Majles a delle mozioni di censura del Governo. Preoccupato che tali richieste potessero equivalere a un voto di sfiducia, imponendogli le dimissioni, per difendersi egli pensò allora di sciogliere il Majles. L’Āyatollāh Kashani e i suoi oppositori reagirono duramente accusandolo di voler instaurare la dittatura. È in questo quadro di scontro politico incandescente che Mossadeq indisse un referendum per sciogliere il parlamento ed avocarsi ogni potere[9].
Il pericolo dello slittamento in una autocrazia ebbe gioco facile per gli intrighi, ora orditi dall’ambasciata USA e coordinati da Kermit “Kim” Roosevelt Jr. (1916-2000)[10] nipote del più noto ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti. L’apporto americano fu centrale per scatenare le folle contro il primo ministro. Nell’agosto del 1953 “Kim” coinvolse lo Shah in un tentativo di colpo di stato, era la cosiddetta «operazione TP-AJAX»[11]. Il piano, affidato al direttore della CIA Allen Dulles e all’MI6 inglese per l’aspetto operativo, fallì. Radio Teheran riferì che la situazione era «sotto controllo», mentre lo Shah e l’imperatrice Sorāyā (poi ripudiata) era fuggito prima in Iraq e poi a Roma.
Un violento contraccolpo raggiunse il quartier generale della CIA a Washington[12]. Ma “Kim” aveva deciso di non mollare e di rimanere a Teheran e improvvisare un altro tentativo per cacciare Mossadeq. La CIA lo aveva mandato a rovesciare il governo dell’Iran, ed era determinato a non andarsene finché non ci fosse riuscito. E così fu.
Pochi giorni dopo, sul finire del 19 agosto 1953 il generale Fazlollāh Zāhedi (1892-1963), foraggiato dagli anglo-americani, e l’esercito controllavano il governo. Lo Shah rimase in Italia fino alla caduta di Mossadeq e fece ritorno a Teheran con il direttore della CIA. Zāhedi fu nominato in maniera ufficiale primo ministro al posto di Mossadeq, che venne arrestato, processato e condannato a morte, pena che venne commutata in tre anni di isolamento in una prigione militare, seguiti dagli arresti domiciliari sino alla sua morte.
Oggi, come allora, le forze imperialiste occidentali, coordinate dagli Stati Uniti, tentano il «colpaccio» per mettere i loro artigli sull’Iran, questa volta non più agendo dall’interno in un’azione di destabilizzazione politica, bensì con una vera e propria manovra bellica. Un errore madornale, perché i bombardamenti a tappeto o meno non possono che rendere più coesa una terra dalla tradizione millenaria. Non è l’Italia degli anni ‘40, dove bastarono una manciata di bombardamenti alleati per far defenestrare il governo Mussolini…
[1]G. Casadio, «R. C. Zaehner, ovvero la contraddizione», in R. C. Zaehner, L’induismo (Orizzonti dello spirito, 97), Edizioni Mediterranee, Roma 2012 (ed. or. London-New York 1962), pp. 201-203.
[2]R. C. Zaehner, Zurvān. A Zoroastrian Dilemma, Clarendon Press, Oxford 1955 (repr. Biblo and Tannen, New York 1972).
[3]P. Wright, Spycatcher. The Candid Autobiography of a Senior Intelligence Officer, Stoddart Publishing Co. Ltd., Toronto (Canada) 1987, pp. 244-245.
[4]Ch. De Bellaigue, Patriot of Persia. Muhammad Mossadegh and a Tragic Anglo-American Coup, HarperCollins, New York 2012, pp. 193-197.
[5]S. Kinzer, All the Shah’s Men. An American Coup and the Roots of Middle East Terror, John Wiley & Sons, Hoboken (NJ) 2003, pp. 112-113.
[6]F. Azimi, «Unseating Mosaddeq. The Configuration and Role of Domestic Forces», in M. J. Gasiorowski-M. Byrne (eds.), Mosaddeq and the 1953 Coup in Iran, Syracuse University Press, Syracuse (NY) 2004, pp. 36-53.
[7]Kinzer, All the Shah’s Men, p. 134.
[8]S. Beltrame, Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica (Saggi, 228. Storiografia), Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2009, pp. 163-165.
[9]Beltrame, Mossadeq, pp. 188-191.
[10]K. Roosevelt, The Struggle for Control of Iran, McGraw-Hill, New York 1979.
[11]M. J. Gasiorowski, «The 1953 Coup d’État Against Mosaddeq», in Gasiorowski-Byrne, Mosaddeq and the 1953 Coup in Iran, pp. 227-260.
[12]Kinzer, All the Shah’s Men, pp. 159 ss.
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