13 Dicembre 2025

1 thought on “7 ottobre. Siamo di fronte ad una campagna globale di disinformazione

  1. Per una volta sono d’accordo su un titolo di questo giornale. Completamente d’accordo.

    Dal sottotitolo in poi, però, le cose cambiano in modo drastico. Si tratterebbe di prendere una buona parte delle affermazioni contenute (non tutte) e ribaltarle completamente, in modo da ottenere una visione corretta e fondata delle cose.

    Inizio la mia disamina facendo notare che Maurizio Molinari, in un eccesso di impeto sionista, ha diffuso accuse infondate senza adeguate fonti credibili, venendo meno così ai doveri deontologici del giornalismo e meritando quindi una censura da parte dell’Ordine dei Giornalisti. Faccio anche notare che lo stesso Molinari ha convintamente sostenuto una delle castronerie più gigantesche mai udite nella storia del giornalismo italiano, e cioè che la flotilla avrebbe “violato le acque internazionali”. Questo per chiarire come a volte sarebbe meglio argomentare per proprio conto piuttosto che rifarsi alle parole di qualcuno la cui autorità è compromessa fino al ridicolo.

    Passiamo quindi al sottotitolo: “Maurizio Molinari non ha remore nel dire che siamo dinanzi all’equiparazione fra sionismo e razzismo”; più oltre si parla poi ancora della “equiparazione fra sionismo e razzismo coniata dall’URSS nel 1967”, inserendo a ruota considerazioni su Potere al Popolo, Rifondazione, CGIL e USB, come a suggerire che tale equiparazione sia ideata e sostenuta solo dai sovietici e dalla sinistra più estrema.

    Vorrei però ricordare che l’idea era nata già nel 1964 in seno ad una commissione per la prevenzione della discriminazione e la protezione delle minoranze dell’ONU. Successivamente l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che rappresenta per sua natura non una fazione, ma l’intera comunità internazionale, nel 1975 ha approvato una dichiarazione secondo cui il sionismo è proprio una forma di razzismo e di discriminazione razziale (e quindi le odierne “remore” di Molinari sono abbondantemente superflue).

    Come altro si potrebbe d’altronde definire uno Stato che è nato appositamente per accogliere una determinata etnia e che ha promulgato decine di leggi che discriminano i non ebrei rispetto agli ebrei, se non uno Stato razzista? Ricordiamo ciò che ha dichiarato Netanyahu nel 2019: “Israele non è lo stato di tutti i suoi cittadini, ma è lo stato-nazione del popolo ebraico e solo il loro”. Ci si potrebbe soffermare su altri dettagli, ma mi pare che possa bastare così per togliere ogni dubbio.

    Ora entriamo nel vivo, e invertiamo la prima affermazione: “Israele conduce contro i palestinesi una guerra ibrida che combatte con le armi a Gaza e con le fake news sul web, innescando un’onda crescente di odio e pregiudizi che delegittima la resistenza palestinese”. Così suona meglio. Per approfondire, consiglio di effettuare ricerche sul termine “Hasbara”, la propaganda sionista finanziata con risorse virtualmente illimitate e che riecheggia potentemente in tutto il mondo. (Con ciò non voglio dire che anche Hamas non ci possa mettere del suo con le fake news, ma sicuramente per mole ed efficacia non c’è paragone.)

    Poi: “l’anti-islamismo è la narrazione su cui Israele punta per delegittimare l’esistenza dello Stato palestinese e trasformare ogni musulmano in un avversario da discriminare, isolare, ghettizzare, punire ed anche aggredire”. Questa lista di verbi si adatta perfettamente a quanto accade ai palestinesi per mano israeliana, in particolare in Cisgiordania. Quanto segue si può invece lasciare praticamente intatto: “A leggere queste parole viene in mente Hitler”. Se c’è qualcuno che ancora oggi vuole discriminare o ghettizzare gli ebrei, costui va cercato tra i neonazisti e loro simili. Ai palestinesi basta e avanza riavere indietro la terra che è stata loro sottratta con la forza.

    E ancora: “Israele ed i suoi sostenitori hanno iniziato ad usare i social network, subito dopo il 7 ottobre, per lanciare false accuse, incitare all’odio e giustificare un attacco indiscriminato verso la popolazione civile di Gaza”. A questo proposito vale la pena di ricordare che, sebbene i crimini commessi da Hamas sulla popolazione civile siano gravissimi (e infatti la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto per i capi di Hamas, oltre che per i ministri israeliani), ciò che la gran massa dell’opinione pubblica crede di sapere su quanto accaduto è ben lontano dalla realtà. Bambini decapitati o bruciati nei forni? Fake news. Stupri di massa? Fake news. Ciò non riduce la gravità dei fatti, ma queste sono proprio le accuse che ogni volta vengono rilanciate per giustificare la distruzione di Gaza. In particolare la Commissione ONU incaricata di indagare sugli eventi del 7 ottobre ha scritto che alcune delle accuse di violenza sessuale avanzate dai sionisti sono risultate false, mentre sulle altre non ha potuto raggiungere conclusioni attendibili a causa delle mancata collaborazione delle autorità israeliane. E chi non collabora in queste situazioni evidentemente ha qualcosa da nascondere.

    Sono invece ben documentati i casi di stupro da parte dei sionisti, a partire dalla pulizia etnica del 1948 fino a oggi. Quelli più antichi hanno lasciato una traccia negli archivi giudiziari israeliani, perché in alcuni casi (presumibilmente una minoranza del totale) i soldati responsabili furono processati. Più recentemente hanno provveduto a documentare tali crimini associazioni come Amnesty International e, ancora una volta, una commissione ONU che ha pubblicato un rapporto dal titolo particolarmente significativo: “Più di quello che un essere umano può sopportare: l’uso sistematico da parte di Israele di violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere dopo il 7 ottobre 2023”.

    E qui si può di nuovo citare l’articolo senza ritocchi: “parole che non lasciano spazio ad interpretazioni.”

    Prima di arrivare alla conclusione, osservo che forse l’unico frammento che – per il suo intrinseco e deliberato disprezzo di ogni più elementare forma di empatia umana – non può essere né accolto così com’è né ribaltato in senso opposto è quello dove si parla degli “italiani che vogliono essere liberi di studiare e lavorare senza essere ostracizzati dalla retorica sui bambini di Gaza”. Su questo mi limito a stendere un velo impietoso.

    Ed eccoci quindi all’ultima inversione: “A descrivere e riassumere tale campagna è il grido ‘From the River to the Sea’ con cui si auspica l’espansione dello Stato di Israele fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo senza palestinesi, riproponendo il concetto di Grande Israele con cui i sionisti hanno perseguito l’obiettivo di una nazione di soli ebrei estesa sui territori dell’antico Regno di Israele”.

    Questo è semplicemente il compendio del sionismo; non aggiunge nulla a quanto già detto, ma è comunque significativo. Certo anche i palestinesi sognano una Palestina libera dal fiume al mare: libera dall’IDF, dall’apartheid, da muri, da filo spinato, da posti di blocco. Non vogliono necessariamente una Palestina libera dagli ebrei, nella misura in cui questi ebrei fossero disposti a vivere in pace a fianco dei non ebrei, come era accaduto fino all’avvento di Israele. I palestinesi sanno benissimo che il mondo è pieno di ebrei che stanno fermamente dalla loro parte contro il sionismo, e sono grati a loro come a tutti noi che siamo scesi in piazza in loro sostegno.

    Quindi, per concludere, dopo aver chiarito che questo mio commento era necessario perché “non si poteva non dare spazio a chi, con onestà e coraggio, ha affrontato la questione Israelo-palestinese e l’ha sottoposta alla riflessione e allo studio”, non resta che ripetere ancora una volta quella semplice verità che emerge sempre più nettamente ogni volta che ci si scontra con la più turpe propaganda sionista:

    “Ogni accusa è una confessione”.

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