Julius Evola
Bisogna ricondurre gli uomini a se stessi e costringerli a trovare in se stessi il loro scopo e il loro valore. Che essi imparino di nuovo il sentirsi soli, senza soccorso e senza legge, fin che si destino all’atto dell’assoluto comando o dell’assoluta obbedienza. Volgendo freddamente lo sguardo d’intorno, riconoscano che non vi è dove andare, che non vi è nulla da chiedere, nulla da sperare, nulla da temere. Respirino allora, sgravati dal peso, e sia di amore che di odio riconoscano la miseria e la debolezza.
Nella superiorità degli aristòcrati, nell’alta tenuta di anime signore di se stesse, scherniscano la torbida avidità con cui gli schiavi si precipitano sul banchetto della vita. Si determinino in una indifferenza attiva, capace di tutto secondo una rinnovata innocenza. Il potere di giocare la propria vita e di fissare i baratri sorridendo, di dare senza passione, di agire mettendo al pari il vincere o il perdere, il successo o l’insuccesso – scaturisca da questa stessa superiorità che fa disporre di sé come di una cosa ed in cui si desta veramente l’esperienza di un principio più forte di ogni morte e di ogni corruzione. Il senso della rigidità, dello sforzo, del bruto “devi” non resta più che come il ricordo di un’assurda mania. Riconoscendo l’illusione di tutte le “evoluzioni”, di tutti i “piani provvidenziali”, di tutti gli “storicismi”, riconoscendo tutti gli “scopi” e le “ragioni” come dande necessarie soltanto a chi, ancora bambino, non sa andare da sé, gli uomini cesseranno di essere mossi, ma si muoveranno, centrali a sé stessi, da loro, uomini e non spettri […].
Ed allora, la nebbia maledetta del “mondo umano” essendosi dissipata, oltre la sensualità, oltre la psicologia, oltre la scienza degli uomini riapparirà la natura nuda e libera. Messo di nuovo in contatto con i “riti” della scienza sacra delle iniziazioni, all’uomo, così reintegrato, si schiuderebbero spontaneamente nuovi occhi, nuove orecchie, nuove audacie. L’arte ritornerebbe simbolica, la scienza magia, la filosofia vita. Travolta la legge del dispotismo collettivo, gli individui cesseranno di essere parti di macchine, pietre incatenate nell’inafferrabile cemento del vincolo sociale, ma macigni contro macigni, valli e vette, forze contro forze o forze al lato di forze senza intermediari e senza attenuazioni sarebbero gli uomini. […] Allora ritornerebbero gli dei di là dalla tenebra del mondo romantico.
Tutto tornerebbe a cantare, ad animarsi, a “parlare”, dal minerale ai “Signori della Luce” ed a liberarsi nel rito, nel simbolo, nel sacrificio, nell’eroismo, nell’assoluta crudeltà e nell’assoluta generosità, nell’assoluta distruzione e nella assoluta creazione.
(Julius Evola, “Superamento del Romanticismo” in “Il Progresso Religioso”, n. 3, 1928)
Julius Evola, pseudonimo di Giulio Cesare Evola (Roma, 19 Maggio 1898 – Roma, 11 Giugno 1974) è stato filosofo, poeta, pittore ed esoterista italiano.
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