Seguire in questi giorni il dibattito politico mette a dura prova la razionalità delle persone. E questo a tutti i livelli: da quello internazionale dominato dalle esibizioni circensi di Donald Trump e dalle paranoie russofobiche dell’Europa sino a quello domestico dove l’opposizione al governo Meloni ha ormai raggiunto livelli di ringhiosità e di ripetitività veramente molesti.
Non c’è pensiero, parola, atto od omissione della maggioranza che non scateni la reazione compulsiva di chi -in crisi di astinenza dal potere- vede in essi sempre e comunque una manifestazione di arroganza e malgoverno. Lontani i tempi della prima repubblica, caratterizzati dal fair play istituzionale sia di chi era al potere sia di chi non lo era e attendeva pazientemente il suo turno di governo, il tutto senza peraltro fare sconti all’avversario sui grandi temi politici.
Ma è soprattutto in campo economico che il Campo largo continua a opporre argomenti privi di logica argomentativa e di sostanza operativa.
La litania è sempre la stessa: prezzi alti, stipendi bassi, crescita inconsistente.
Non staremo a opporre dati che contraddicano in tutto o in parte questa propaganda: i dati ormai sono fatti per essere respinti nei dibattiti, o ignorati, o snaturati secondo il noto principio di Ronald Coase per cui essi, se torturati abbastanza a lungo, finiranno sempre per dire quello che voi volete. Atteniamoci invece a qualche considerazione sul filo della razionalità e di alcune nozioni economiche generalmente accettate. Il tutto, comunque, discendente da una considerazione che abbiamo più volte riproposto su queste pagine, e cioè che i governi -tutti i governi- hanno sempre avuto e hanno grandissime difficoltà a guidare i sistemi economici, in particolare quelli aperti e fortemente globalizzati dove le crisi locali diventano mondiali in pochissimo tempo.
I prezzi crescono. Vero, ma attribuirne la responsabilità al governo Meloni è sbagliato e pretestuoso: ormai tutti sanno che abbiamo di fronte un’inflazione da costi generata da eventi internazionali che hanno rialzato spaventosamente i prezzi energetici e delle materie prime. Pensare di fronteggiare questa situazione con un rialzo dei tassi di interesse (dal 2,25 al 2,50 di settembre) come ha fatto la BCE è semplicemente inutile non trattandosi di una inflazione da domanda ma da offerta; decisione oltremodo pericolosa in quanto va a colpire gli investimenti e, quindi, la stessa crescita economica. In ogni caso si tratta di meccanismi al di fuori della portata di una politica economica nazionale e, in particolare, per quella di una nazione fragile come l’Italia che, data la sua inclusione nell’UE, è priva dei fondamentali strumenti di governo dell’economia. L’unica e modesta possibilità di intervento consiste nella riduzione della componente fiscale del prezzo dei carburanti, o nella riduzione delle tasse automobilistiche che abbassano un po’ il costo del possesso di un autoveicolo; due cose che il Governo ha fatto, dovendo però tenere strettamente conto dei vincoli di bilancio imposti da un’Europa ossessionata dai deficit pubblici.
I salari sono bassi. Vero anche questo, e anche qui va considerato ciò che il governo ha fatto e ciò che non può fare.
Una manovra possibile per aumentare le retribuzioni passa attraverso la riduzione del prelievo fiscale e parafiscale, anche qui cosa che il governo ha già fatto con la rimodulazione dei prelievi IRPEF e delle relative aliquote, e che pensa di fare ancora con tutta una serie di provvedimenti nella legge di bilancio 2027. Parlare, come fa l’opposizione, di un impoverimento progressivo dei lavoratori dipendenti utilizzando il cosiddetto “salario reale” e non il reddito disponibile reale fiscalmente sgravato costituisce, anche in questo caso, una falsificazione polemica della realtà.
E non dimentichiamoci che, mentre per i dipendenti della pubblica amministrazione esiste la possibilità di aumentare gli stipendi attingendo, appunto, a risorse pubbliche -possibilità anche qui limitata dai vincoli di bilancio ma che il governo Meloni ha realizzato per diverse categorie di lavoratori pubblici- per il settore privato questa possibilità non esiste, essendo la dinamica salariale legata alla libera contrattazione collettiva, almeno in un sistema che voglia ancora dirsi liberale. E qui la sinistra dovrebbe guardare in casa propria valutando se alcuni sindacati altamente rappresentativi, in particolare la CGIL, abbiano fatto il loro lavoro fondamentale di difesa economica dei lavoratori piuttosto che un’attività politica generalizzata che nulla ha avuto a che fare con quella difesa. E anche la parte imprenditoriale dovrebbe fare una riflessione, come ha evidenziato recentemente Giancarlo Giorgetti al Forum di Cernobbio quando ha detto che “il governo può fare la sua parte in termini di incentivi fiscali e contributivi, ma ci devono essere anche gli imprenditori, che devono vedere i salari come una delle prime forme di investimento per far ripartire il ciclo”. Se esiste una santità delle parole, queste ne sono un luminoso esempio.
E veniamo al terzo e ultimo fantoccio polemico: la bassa crescita. Anche qui è vero che la crescita italiana del 2026 dovrebbe essere solo di uno 0,7% (la CGIA di Mestre prevede però un 2,9%) che non è certo un dato esaltante, ma è pensabile che il governo italiano potesse trasformarla in una valanga produttiva con una situazione internazionale completamente sconvolta come quella degli ultimi anni e come quella presente? E qui ritorniamo sulla solita considerazione: pensare che i governi abbiano reali e robuste capacità di fronteggiare le crisi globalizzate è pura fantasia. Un politico di razza come Pietro Nenni, quando andò al governo nel 1962, disse: “Siamo entrati nella stanza dei bottoni, ma i bottoni non c’erano”. E pensare che allora l’Italia era ancora, tutto sommato, un paese sovrano.
Liberi naturalmente Schlein, Conte e il loro sottobosco di credere e dimostrare il contrario rispetto a tutto quanto detto qui sopra, se mai il Campo largo dovesse andare al potere e trasformare l’Italia nel giardino dell’Eden. Ma per ora lasciateci in proposito un nostro tranquillo e divertito scetticismo.
