A cura del Prof. Avv. Gianluca Ruggiero
In questi giorni, esattamente oggi 27 gennaio, si ricordano le vittime dell’Olocausto voluto dalla follia nazifascista e
viene, simbolicamente, fatto coincidere con il giorno della liberazione, nel 1945, del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche.
Alla consegna degli Oscar nel marzo 2024, Jonathan Glazer, il registra del successo cinematografico La zona d’interesse (The Zone of Interest) presentato in anteprima mondiale il 19 maggio 2023 e uscito in Italia il 22 febbraio 2024 ha detto: “Siamo qui come uomini che confutano la loro ebraicità e l’Olocausto dirottato da un’occupazione che ha portato al conflitto per così tante persone innocenti. Che si tratti delle vittime del 7 ottobre in Israele o dell’attacco in corso a Gaza, tutte le vittime di questa disumanizzazione”.
Ironia della sorte, alla presentazione del film che ha gettato un’ulteriore luce sulla banalità del male si sono susseguiti gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
L’indignazione contro artisti ebrei come Glazer è stata così estrema e rovente che, proprio in occasione della giornata della memoria, fa apparire doveroso prestarvi attenzione, in una dimensione che Marianne Hirsch ha definito “postmemoria”. La “postmemoria” descrive il rapporto che la generazione successiva ha con il trauma personale, collettivo e culturale di coloro che sono venuti prima di loro, con esperienze che “ricordano” solo attraverso le storie, le immagini e i comportamenti in cui sono cresciuti.
Ma queste esperienze sono state trasmesse loro in modo così profondo e affettivo da sembrare costituire ricordi a sé stanti. La connessione della “postmemoria” con il passato è, in realtà, mediata non dal ricordo, ma dalla immaginazione, dalla proiezione e dalla creazione. Crescere con una memoria ereditata così travolgente, essere dominati da narrazioni che hanno preceduto la propria nascita o la propria coscienza, significa che questi eventi sono sì accaduti in passato, ma i loro effetti continuano nel presente.
La preoccupazione per l’abuso ideologico della memoria dell’Olocausto che Glazer lamenta non è un fenomeno nuovo. Importanti sopravvissuti e intellettuali ebrei come Jean Améry, Primo Levi, Zygmunt Bauman e Hannah Arendt hanno condannato l’uso della memoria dell’Olocausto per gli scopi politici dello Stato di Israele. Questo uso improprio della “memoria” è stato amplificato dopo il 7 ottobre: i politici e i media israeliani hanno ripetutamente e sempre più spesso equiparato Hamas ai nazisti, oltre a chiamare i palestinesi “animali umani”, richiamando la retorica nazista contro gli ebrei. Assurdamente, alcuni hanno definito “Kapos” gli ebrei che sostengono la liberazione della Palestina.
L’odierna strumentalizzazione dell’Olocausto e dell’antisemitismo è stata contestata in una lettera aperta sull’uso improprio della memoria dell’Olocausto, a firma di Omer Bartov, Christopher R. Browning, Jane Caplan, Debórah Dwork, David Feldman ed altri sul The New York Review il 20 novembre 2023.
Fare appello alla memoria dell’Olocausto, si dice, oscura la nostra comprensione dell’antisemitismo che gli ebrei affrontano oggi e travisa pericolosamente le cause della violenza nel conflitto israeliano palestinese. Il genocidio nazista coinvolse uno stato – e la sua consenziente società civile – attaccando una piccola minoranza, poi trasformatosi in un genocidio a livello continentale.
I paragoni tra la crisi in corso fra Israele e la Palestina e il nazismo e l’Olocausto – soprattutto quando provengono da leader politici e da altri soggetti che possono influenzare l’opinione pubblica – sono fallimenti intellettuali e morali. Strumentalizzare l’Olocausto per dipingere la punizione collettiva di Gaza da parte di Israele come una battaglia per la civiltà di fronte alla barbarie (secondo la dichiarazione di Netanyahu fatta al primo ministro olandese Mark Rutte a Gerusalemme), promuove atteggiamenti e azioni razziste nei confronti dei palestinesi.
Settantacinque anni di sfollamento, cinquantasei anni di occupazione e sedici anni di blocco di Gaza hanno generato una spirale di violenza in continuo peggioramento che può essere arrestata solo con una soluzione politica e dispiegare una narrazione dell’Olocausto in cui un “male” deve essere sconfitto con la forza non farà altro che perpetuare uno stato di cose oppressivo che dura da tempo infinito.
Particolarmente preoccupante è il modo in cui si autorizza la violenza di rappresaglia ed eliminazionista, anche se con il pretesto della sicurezza e dell’autodifesa. Può essere che gli approcci alla memoria dell’Olocausto che hanno predominato nelle ricerche, negli insegnamenti, nella letteratura, nella cinematografia per così tanti anni, abbiano lasciato uno spazio per il suo uso ideologico e politico sbagliato? Le “giornate della memoria” potrebbero aver alimentato il tipo di paura esistenziale del ritorno dell’Olocausto di cui siamo attualmente testimoni?
È questa la post-memoria? Le testimonianze dei sopravvissuti sono state raccolte in archivi di testimonianze video fin dagli anni ’70 e hanno ampiamente influenzato la pedagogia dell’Olocausto sia a livello scolastico che universitario. L’estrema sofferenza psichica espressa in modo straziante in alcune di queste testimonianze ha influenzato anche le scelte estetiche dell’arte dell’Olocausto, tra cui film, letteratura, arte visiva, musica, museologia e commemorazione, invitando all’empatia e all’identificazione.
Alcuni scrittori e commentatori di seconda e terza generazione – che attualmente manifestano le paure di un antisemitismo dilagante ed evocano in modo iperbolico il fantasma della distruzione dell’Olocausto – sono anche quelli che hanno frequentato la scuola e l’università proprio quando si stavano sviluppando gli studi sull’Olocausto e sul trauma.
Per quanto eclettiche in termini ideologici e filosofici, le teorie postcoloniali, da un lato, e la teoria del trauma e gli studi sull’Olocausto, dall’altro, sono tra i campi del sapere che pongono sul tavolo le questioni del ricordo e dell’oblio, e in particolare le modalità di rappresentazione che questi possono assumere. Sebbene entrambi i campi abbiano prestato molta attenzione ai modi in cui la letteratura può offrire particolari forme di comprensione e di risposta ad eventi e a storie catastrofiche, spesso lo hanno fatto in modi paralleli e disparati.
Per esempio, le narrazioni e le testimonianze sono state oggetto di dibattito sia nelle discussioni postcoloniali che in quelle sull’Olocausto, eppure queste si sono sviluppate in modi sorprendentemente dissimili, con visibili variazioni di enfasi e differenze nei concetti teorici di violenza e di vittimismo. Di recente, sono stati fatti alcuni tentativi di costruire ponti tra i percorsi teorici del postcolonialismo e dell’Olocausto in modi reciprocamente produttivi, nonché di teorizzare l’interconnessione di forme distinte di violenza.
Nel suo studio Multidirectional Memory, Michael Rothberg esamina le memorie dell’Olocausto e le ricostruzioni storiche postcoloniali evidenziando una stretta connessione e sovrapposizione, come, ad esempio, nell’opera di autori come Caryl Phillips, Aime Cesaire e Charlotte Delbo. In letteratura si parla spesso di olocausti nascosti per lo studio e la pratica della memoria culturale e civile – riconoscendo le profonde ferite traumatiche lasciate da storie dolorose di schiavitù, colonialismo, razzismo, guerra e genocidio, ma anche modulando la loro portata.
Cito per tutti un libro che ha suscitato molto scalpore, ancor oggi osteggiato dalle agenzie belghe, King Leopold’s Ghost di Adam Hochschild, un libro di saggistica storica sulla violenza coloniale e la tortura nello Stato Libero del Congo sotto il governo di Leopoldo II.
Una svolta verso pratiche comunitarie di riconciliazione e di riparazione, ha dato luogo a interventi attivisti volti a prevenire ulteriori violenze e ad immaginare un futuro più giusto e consapevole. È importante come queste metodologie abbiano collegato le memorie e le postmemorie dell’Olocausto con quelle della Nakba, connessioni che sono essenziali per ciò che Edward Said ha definito le “basi della coesistenza”.
Ma nella crisi successiva al 7 ottobre, il paradigma del trauma ha ripreso vigore, sia per la sua persistenza storica e affettiva, sia per la manipolazione e lo sfruttamento politico e mediatico. La lente del trauma ha ingigantito una visione di unicità che astrae l’Olocausto dalla storia e alimenta la riattivazione e il contagio di reazioni incontrollabili come la paura, il terrore, il senso di colpa e la rabbia, rivelando il potenziale reattivo della memoria transgenerazionale.
Le dichiarazioni dei testimoni sono state fondamentali per il ricordo dell’Olocausto, come ha dimostrato la storica francese Annette Wieviorka nel suo libro del 1998 L’ère du témoin (L’era del testimone). Subito dopo la guerra, sono state recuperate numerose testimonianze nascoste e sepolte di vittime e sono stati intervistati molti sopravvissuti; tuttavia, l’“avvento del testimone” non si è verificato su scala globale fino al processo di Gerusalemme ad Adolf Eichmann nel 1961.
Questo primo processo televisivo doveva avere un ampio scopo pedagogico, esponendo agli spettatori di tutto il mondo il male supremo rappresentato da un carnefice nazista seduto in una scatola di vetro. Ma doveva anche presentare i sopravvissuti in carne ed ossa, i testimoni “portatori di memoria”, raccontando le loro devastanti esperienze davanti ai media.
È interessante notare che Hannah Arendt – che ha raccontato il processo per il New Yorker, in seguito raccogliendo gli articoli nel famoso libro La banalità del male (Eichmann a Gerusalemme) – ha criticato il modo in cui lo Stato ebraico ha strumentalizzato la sofferenza delle vittime per consolidare la nazione. Ecco perché è particolarmente importante, dopo il 7 ottobre 2023, riconoscere i pericoli di costruire la memoria dell’Olocausto solo sulla vittimizzazione.
Infatti, se ricordiamo l’Olocausto solo attraverso il trauma estremo, allora, a nostra volta, permettiamo che l’Olocausto continui ad essere il luogo privilegiato per lo studio delle lesioni traumatiche, isolandolo dalla storia.
Non nego la crescita dell’antisemitismo globale, né il fenomeno dei traumi transgenerazionali duraturi e indiretti. Ma dobbiamo essere consapevoli di come il contagio di questi fenomeni possa portare alla perpetuazione di una cultura della difesa, del negazionismo, dell’odio razziale, del nazionalismo e dell’etnocentrismo, che può solo sfociare in ulteriore violenza.
Perché allora continuare a parlare di (e cercare di spiegare e capire) l’Olocausto? Perché continuare a costruire e visitare monumenti e musei dell’Olocausto? Quali lezioni offrono al nostro presente e al nostro futuro dopo gli attacchi del 7 ottobre e nel bel mezzo della devastazione genocida a Gaza? Per i sopravvissuti all’Olocausto e per coloro che sono nati dopo, anche non discendenti di quelli, si tratta di praticare un’etica del “mai più”, non solo per gli ebrei, ma per tutti. In sostanza, il “mai più per nessuno” deve diventare l’obbligo di preservare la vita dell’altro.
La postmemoria dell’Olocausto può essere utile in questo momento. Ma ciò è vero solo se si evita una continua vittimizzazione e di permettere che la storia sia usata come alibi per la guerra e la distruzione. Può essere utile solo se la post-memoria dell’Olocausto viene vista in relazione ad altre storie di violenza e genocidio, e non come esterna o superiore ad esse.
Detto questo, l’attuale e lunga storia di violenza in Palestina avrà bisogno di strutture proprie di liberazione e giustizia, di costruzione di comunità e di riconciliazione.
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