Di Alessandro Mella
Devono essere passati poco meno di vent’anni, all’epoca io lo incontrai quasi per caso in un contesto obbiettivamente favorevole. Lo ascoltai, parlai con lui, ne raccolsi le memorie ed oggi, che purtroppo le circostanze della vita me l’hanno fatto perdere di vista, vorrei parlarne perché i fatti di cui mi rese partecipe non vadano perduti.
Cesare Barberis nacque a Torino il 26 ottobre 1926 figlio di Guglielmo e di Pierina Montarsino ed in città crebbe e si fece giovanotto. Presto venne la guerra e nel settembre del 1942, quand’aveva sedici anni, i fratelli Bindocci consigliarono a suo padre di far arruolare il figliolo nei vigili del fuoco per proteggerlo dal pericolo imminente di finire al fronte:
Feci la visita alla vecchia caserma di Corso Regina e quando mi chiamarono mi misero nella scuola commerciale di fronte alla Caserma (1) e lì i permanenti anziani ci fecero il corso con nodi, manovre, etc… etc… Ricordo bene la scala aerea Magirus, la scala ramponi ed anche l’Italiana che per me era una “bestia”, a volte i pedoni si distraevano e bisogna gridargli dietro. Alla notte ricordo che mi venivano a chiamare per il turno di guardia avvolto al freddo nel pastrano. (1)
Cesare era un giovane forte e robusto ma non avvezzo alla drammatica realtà della guerra e quando, per la prima volta, trovò un ragazzino tra le macerie di una casa in via del Carmine, a Torino, ne soffrì molto al punto che i colleghi, per ristorarlo, gli diedero qualche alcolico che lo stordì parecchio. Al punto da finire diritto in infermeria.
Ma il ragazzo era anche di buon animo e fece presto amicizia con tutti guadagnandosi la simpatia del brigadiere autista Musso, del maresciallo Ranieri detto “Cichin” e di vari vigili. Ne ricordava due in particolare: Crivalleri e Maceraudi su cui torneremo.
Cesare ricordava anche il celeberrimo Walter Racanello, atleta formidabile che chi scrive conobbe di persona, che “faceva la bandiera sulla balaustra dello stadio, a volte anche con un solo braccio a tenerlo. Un giorno agganciò male la scala a ganci e noi gridammo ma lui era già sopra e fece un salto felino”. (2)
E Cesar il cuoco che talvolta, alla casermetta dello Stadio, si occupava anche della formazione dei cani da ricerca. Il nostro, mi raccontava, amava molto seguire quest’attività. Avrebbero voluto, lui ed i colleghi, giocare con i cani Vera e Blitz, che ricordava come distratto il maschio e bravissima lei, ma gli istruttori non lo permettevano dovendo mantenere un certo rigore con le brave bestiole. (3)
Molti dei vigili amici, raccontava, li perse di vista quando dal distaccamento dello Stadio fu trasferito alla sede di Gassino.
Ma erano soprattutto i bombardamenti a farlo fremere e soffrire, nel corso delle nostre conversazioni gli chiesi anche di questo:
Eravamo frastornati dalla sofferenza che regnava, a volte quando passavamo per strada la gente cercava di fermarci ma noi non potevamo perché avevamo un indirizzo preciso.
Musso allora tirava dritto e la gente inveiva contro di noi che dentro al mezzo ci soffrivamo e ci faceva male. Avrei tanto voluto provare la gioia di tirarne fuori uno vivo ma non mi capitò mai. In caserma invece stavamo molto bene perché eravamo un gruppo bellissimo, si scherzava e cantava e Musso raccontava le barzellette.

Poi venne il dramma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dell’incertezza. Lui era un vigile volontario provvisorio, con poche tutele ormai, e i tanti come lui vivevano con una certa angoscia. Che il clima fosse mutato lo comprese quando i militari tedeschi della Luftwaffe, in forza alle batterie antiaeree poste di fronte alla caserma, smisero di aiutarli nei soccorsi e di scherzare con loro. Cesare mi parlò di quella data come di un: “Big Bang in cui tutto esplode e si sparpaglia in giro, schizzato via, così fu anche per le persone”.
Dopo qualche giorno, uno di loro, che aveva lasciato il servizio, venne a trovarli con la divisa della Legione Italiana SS ed una magnifica motocicletta. Mi impressionò, Cesare, quando mi disse di come, nell’incertezza del momento, il fascino di quell’uomo in uniforme ed a cavalcioni del suo bolide avrebbe potuto essergli fatale. Perché se gli avessero offerto moto e divisa forse avrebbe accettato.
Lui nei giorni a seguire si confrontò molto con gli altri giovanissimi poi fece la sua scelta e raggiunse le formazioni partigiane. Si unì alla Divisione “C” – Giustizia e Libertà di Torino il 12 giugno 1944 e nei quadri della stessa iniziò la sua partecipazione attiva alla lotta partigiana con il nome di battaglia di “Mubilia”. (4) Soffrì la fame, la paura, la fatica e spesso si chiese se quella fosse stata la scelta la giusta. Ma lottò da patriota onesto e leale fino al drammatico 8 ottobre 1944. Quando, pochi mesi dopo la sua scelta, fu catturato dai tedeschi e caricato su un caro piombato destinato al lager in Germania. Deportato come tanti altri italiani nell’inferno creato dai nazisti sulla terra. Nell’orrore più cupo e spaventevole:
Nei lager loro cercavano di strapparci la dignità per ridurci a delle bestie pronte a scannarsi per un tozzo di pane. (5)
Ma Cesare era forte, giovane, ostinato e lottò per sopravvivere per cui, quando la guerra finì, tornò finalmente in patria libero e restituito alla vita ed alla libertà. (6)
Qui dovette confrontarsi con le ferite che la lotta fratricida, la guerra civile, avevano lasciato nella società. Spinto dal desiderio di tornare alla vita, al divertimento, una sera dell’estate 1945 si recò in una balera di via Mantova e qui riconobbe l’amico Civalleri. Ma anche altri lo riconobbero, sapevano che lui era stato invece dalla “parte di Salò”, e quindi un gruppo di facinorosi tentò di circondarlo per pestarlo. Civalleri non negò nulla, rivendicò il suo passato con dignità. Ma Cesare si mise di traverso, lo difese, urlò che era un brav’uomo e quando gli chiesero cosa potesse saperne lui egli rispose con orgoglio di essere stato partigiano e deportato. Si ritirarono e il vecchio amico fu salvo.
Non ebbe maggiore fortuna l’ex vigile Maceraudi che il nostro aveva conosciuto bene e stimato e che invece morì:
C’erano Civalleri un amico che andò al Rebaudengo ed anche Maceraudi che dopo aderì alla Repubblica Sociale. Diversi mesi dopo la guerra altri partigiani lo prelevarono e l’uccisero e mi dispiacque molto perché era un ragazzo d’oro che non avrebbe fatto male a nessuno. Se avesse dovuto togliersi il cappotto per coprire un altro non avrebbe esitato. Quando io andai a Gassino lui fu mandato al Rebaudengo ed andai a trovarlo. (7)
Qualche tempo dopo Cesare, come molti altri ex partigiani, prestò servizio nella Polizia finché il ministro Scelba liquidò questi poliziotti che riteneva politicamente non affidabili. Il nostro tornò quindi al lavoro privato e, dopo la pensione, prese a fare il volontario negli ospedali. Spirito sempre buono il caro Cesare che, nelle nostre chiacchierate, mi diceva: “In questi giorni parlandone con te mi sembra di essere tornato in quell’ambiente sereno della casermetta allo stadio”.
Ed io, allora giovane e forte, l’ascoltavo e mi perdevo in quei suoi ricordi che ho, con questo mio testo, cercato di conservare e condividere. Cesare, pompiere, partigiano, deportato e poliziotto: Eroe civile senza macchia. Esempio per tutti e tutte.
Alessandro Mella
NOTE
1) Passo tratto dall’intervista presa molti anni fa a Cesare Barberis dall’autore.
2) Ibid.
3) Blitz e Vera cani addestrati per i Vigili del fuoco. I due cani lasciate le loro cuccette accorrono saltellando e dimenando festosamente la coda, l’occhio vivo e intelligente fisso sul padrone, che in questo caso altro non è che il loro istruttore e il loro custode: un vigile del fuoco. Sono due campioni scelti dopo lunga selezione fra una serie di cani da pastore tedeschi: il maschio ha 3 anni: la femmina 2 e mezzo. Il cartellino del loro stato civile è a posto: vi è segnato il nome del padre e della madre di ciascuno del due campioni, e da esso risulta che i cani hanno felicemente compiuto a Roma alle Capannelle, uno speciale corso di addestramento. Blitz e Vera per un anno intero, insieme ad altri cani sotto la guida e la vigilanza di istruttori della scuola antincendi di Roma hanno imparato una infinità di cose: a rintracciare persone sepolte fra le macerie, a ritrovare bambini smarriti nella città, persone sperdute nei boschi; ad attraversare a nuoto corsi d’acqua per portare funi od arpioni ai vigili che si trovano sulla riva opposta, a cercar di portare a salvamento chi è in pericolo di annegare. Blitz e Vera hanno superato tutte le prove, tutti gli esami ed insieme ai vigili che con loro hanno seguito e superato il corso, sono stati inviati a prestar servizio a Torino, presso l’83° Corpo dei Vigili del fuoco. Vi sono da pochi mesi ma si sono subito ambientati nelle loro casette collocate allo Stadio Mussolini all’angolo di corso IV Novembre. Dopo l’ultima incursione nemica i due cani hanno prestato servizio e la loro opera è riuscita utilissima (…). (La Stampa, 284, Anno LXVI, 28 novembre 1942, p. 2).
4) Commissione Regionale Piemontese per l’accertamento delle qualifiche partigiane, scheda Barberis Cesare tramite il portale Partigiani d’Italia.
5) Passo tratto dall’intervista presa molti anni fa a Cesare Barberis dall’autore.
6) Occorre dire che il dramma della deportazione in Germania, testimoniato da Cesare, fu confermatomi molti anni dopo poiché appuntato sulla già citata scheda per il riconoscimento della qualifica partigiana. Dalla stessa risultò il rientro in Italia l’8 giugno 1945. Il periodo di prigionia fu, giustamente, considerato nel computo della sua anzianità operativa.
7) Sulle banche dati dei caduti RSI risulta effettivamente un Sergio Maceraudi di Antonio, classe 1925, ex marò della 3ª Divisione San Marco, prelevato ed assassinato il 28 novembre 1945. Cioè alcuni mese dopo la guerra come raccontato da Cesare.
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