Nel corso delle Olimpiadi invernali appena finite, un nostro atleta, parlando in un’intervista della possibilità di vincere la gara del giorno dopo, ha concluso con un sorriso e un “Vinca il migliore!”
“Vinca il migliore!” E per di più sorridendo. Ma quanto tempo era che non sentivo niente di simile? Mi è sembrato di tornare a prima della pandemia, della Brexit, dell’elezione di Trump alla Casa Bianca, dell’invasione russa dell’Ucraina, del 7 ottobre, della distruzione di Gaza, dell’attacco in Venezuela e in Iran, dei dazi americani, dei fascisti e nazisti di nuovo con il braccio alzato, dei discorsi fanatici di Mélenchon; insomma, a prima che il mondo impazzisse, almeno a mio avviso.
E mi è anche sembrato di entrare in un mondo dello sport che credevo perduto; un mondo dove si gareggia dando il meglio di sé e seguendo le regole, dove alla fine di una partita i giocatori si stringono la mano e magari escono insieme a cena, dove l’avversario è quello con cui ti confronti in campo, non il “nemico” che una sciocca tradizione ha attribuito come storico antagonista alla tua squadra del cuore, un nemico tanto odiato da far considerare ogni sua sconfitta motivo di una soddisfazione ben più grande persino della vittoria del tuo atleta preferito. Insomma, per farla breve, un mondo dello sport dove mi piacerebbe che i miei nipoti scegliessero tra il tennis, il calcio (anche se qui, per sanificare l ‘ambiente ci vorrebbe un miracolo), lo sci, la vela o il surf e potessero divertirsi, facendo una sana attività fisica che si accompagni a quella scolastica ed intellettuale, senza dover rinunciare al divertimento ed alla compagnia degli amici.
Ho ascoltato storie terribili (almeno a mio avviso) di ragazzi che, per inseguire il sogno di diventare i migliori (non solo migliori, senza “i”; e lo sa il cielo quanto la differenza tra comparativo e superlativo in questo caso sia incolmabile!), hanno rinunciato anche a frequentare normali scuole pubbliche, ad avere amici con cui incontrarsi al pomeriggio, alle prime serate fuori casa in primavera, a volte addirittura ai primi baci e alle prime esperienze sentimentali; impossibile un’adolescenza “normale” per chi deve allenarsi otto ore al giorno e cercare nel contempo di non perdere anni scolastici. E la situazione è ancora più difficile per chi, ragazzo o genitore, si dibatte nel dubbio, domandandosi quanto sia sensato dedicare tutto se stesso a migliorare quel record nelle corsa o quel colpo con la racchetta, ben consapevole che le giornate sono di ventiquattr’ore per tutti, anche per gli atleti più allenati e con le teste migliori ; e così a qualcosa bisognerà rinunciare, è inevitabile.
Ho ascoltato la storia di una ragazzina, già ottima golfista a quindi ci anni; ha frequentato una curiosa scuola superiore dove ogni anno collezionava un numero di assenze ben superiore rispetto a quello richiesto per legge per passare alla classe successiva, senza che la cosa avesse misteriosamente la benché minima conseguenza. Ma soprattutto, l’ultimo anno, quando, in vista dell’esame di maturità in una normale scuola pubblica, ha dovuto studiare e impegnarsi un po’ più seriamente, mi ha ingenuamente raccontato di aver pensato: “Però, non è male studiare!”.
L’ho guardata basita: “Ma scusa, in questi cinque anni avrai ben studiato qualcosa!”.
La risposta è stata una risata.
Insomma, non è questo il mondo dello sport che mi piace, e che credo faccia crescere i ragazzi in modo sano.
Per non parlare del tifo sguaiato di molti genitori che non hanno remore a inveire contro gli avversari dei figli durante le partite, a dare consigli non richiesti agli sventurati allenatori e addirittura ad insolentire i propri ragazzi se, secondo loro, non si sono impegnati abbastanza. Una follia, per me.
Per fortuna non è così dovunque. E forse dovremmo ragionare un po’ sul modello Norvegia.

In un podcast di Andrea Misculin, giornalista del POST, si raccontano i risultati di un’inchiesta condotta in Norvegia, appunto, sull’approccio dei bambini allo sport, raccontata sul Guardian da Kate Bishop, campionessa britannica di canottaggio, argento ad Atene 2004, oggi autrice di libri sulla leadership nello sport. In sintesi, questi sono i punti cardine emersi: scopo degli allenatori, dei volontari e di chiunque si occupi di attività sportive è quello di far divertire i bambini e i ragazzi, permettendo loro di scegliere quali attività praticare e quando, senza necessariamente incanalarli troppo presto in una o un’altra disciplina. Non esistono infatti classifiche, gironi, categorie di qualsiasi sport in cui possano essere inseriti ragazzi prima dei dodici anni. La competitività non è bandita, ma è un elemento come un altro, non la via maestra da seguire, come ahimè spesso avviene in Italia e non solo, anzi: addirittura in Norvegia ci sono casi di gare in cui ad ogni bambino partecipante viene consegnato un premio. Una bella cosa, molto sensata, secondo i norvegesi; una sciocchezza, secondo molti britannici, ma tant’è.
Personalmente condivido l’idea degli scandinavi, che tra l’altro dimostra, con i suoi risultati a Milano-Cortina, che uno sport praticato liberamente e con gioia dà alla lunga ottimi risultati: al netto della condizioni climatiche e della posizione geografica, la Norvegia, con una popolazione di cinque milioni e seicentomila abitanti, ha ottenuto il primo posto nel medagliere, con ben quarantun medaglie, di cui diciotto d’oro, dodici d’argento e undici di bronzo. Noi italiani siamo cinquantanove milioni, ma, pur essendo stati bravissimi, abbiamo raggiunto solo il quarto posto, con trenta medaglie, di cui dieci d’oro. La squadra scandinava ha ottenuto ottimi risultati anche nelle ultime Olimpiadi estive di Parigi, con quattro medaglie d’oro su otto, benché la posizione geografica e la condizione climatica del paese non siano certo le più favorevoli. Insomma una nazione che fino a poco tempo fa non eravamo abituati ad associare all’eccellenza sportiva è passata con le ultime olimpiadi ai primi posti; una dimostrazione che un approccio meno competitivo e più rivolto alla crescita e alla maturazione dei giovani porta anche ad ottenere più medaglie.
Oltre che, naturalmente e forse soprattutto, a formare ragazzi consapevoli dell’autentico valore dello sport, alla luce di un’adolescenza vissuta tra campi di basket e allenamenti per migliorare il rovescio sulla terra rossa, per imparare a giocare bene; magari anche per vincere, perché no, ma senza ansia, senza assilli.

Questa dovrebbe essere la normalità
Ormai per molti bambini lo sport ha smesso di essere un gioco. Pensano al risultato perdendo di vista ciò che lo sport può insegnare: benessere fisico, crescita umana, rapporto collaborativo con gli altri, riconoscimento delle sconfitte.
Spesso però la corsa a vincere ad ogni costo nasce dall’ambiente; basta vedere e sentire i genitori sugli spalti di uno stadio ( anche in un oratorio…) per rendersene conto.
Peccato!
Grazie per i vostri commenti . Speriamo che l’esempio delle Olimpiadi faccia riflettere sul valore profondo e autentico dello sport !